Il grande risiko dei giornali

Stefano Cingolani

A cosa punta Cdb e perché il nuovo ordine mediatico non riguarda solo Rep.

Bisogna leggere Ivan Turgenev o Siegmund Freud per interpretare che cosa sta succedendo tra Carlo De Benedetti e i suoi figli ai quali ha lasciato nel 2012 il controllo del gruppo Cir e ai quali adesso vuol sottrarre la Repubblica. Oppure c’è un’altra logica in quest’ultima partita del capitalismo famigliare? Osservatori attenti e maliziosi suggeriscono di guardare al cambio di stagione o, secondo gli ottimisti, all’autunno del nazional-populismo. Quando cadono le foglie della politica cominciano a vibrare anche i rami ai quali sono appesi i mass media. De Benedetti e il gruppo Gedi, Urbano Cairo e il gruppo Rcs, Berlusconi, Vincent Bolloré e il gruppo Mediaset, per non parlare della Rai o dell’ultima incarnazione del Riformista come giornale renziano, a opera dell’imprenditore Alfredo Romeo che vorrebbe acquistare anche il Mattino dal gruppo Caltagirone.

 

Cominciamo dall’Ingegnere. Una delle interpretazioni più diffuse è che Carlo De Benedetti abbia agito d’anticipo, come al solito, per evitare che i figli Rodolfo che guida la Cir e Marco che presiede il gruppo editoriale, vendessero la Repubblica e l’Espresso sotto il suo naso. Nel suo aspro scambio con Rodolfo accusato di non avere “competenza né passione”, Cdb ricorda che erano stati avviati negoziati con Flavio Cattaneo e il fondo Peninsula.

 

Ma la vera trattativa della quale si parla da tempo è con Exor, azionista con il 5 per cento. Ci sarebbero stati incontri di Rodolfo e Marco De Benedetti con John Elkann, senza esito per il momento, tali però da accendere una luce rossa. Eppure, nel lanciare la sua offerta per il 29,9 per cento di Gedi, l’Ingegnere ha chiesto che si dimettessero tutti i consiglieri d’amministrazione tranne Elkann e Carlo Perrone che tre anni fa avevano fatto confluire la Stampa e il Secolo XIX. Se è così, la mossa, giudicata “irricevibile” sia per il prezzo (quello di chiusura di giovedì cioè 25 centesimi di euro) sia per il modo (Cir e Gedi sono quotate) è un avvertimento del padre ai figli: se negoziato ci deve essere, non mi taglierete fuori, al contrario voglio essere io a gestirlo.

 

Da mesi circolano varie ipotesi, la più interessante sarebbe quella di creare un gruppo editoriale con un partner internazionale. Si era parlato di Havas controllato da Vivendi e guidato da Yannick Bolloré, figlio di Vincent principale azionista di Vivendi, che in Italia ha tre fronti aperti: con Exor per Tim, con Unicredit e Leonardo Del Vecchio per Mediobanca e soprattutto con Silvio Berlusconi per Mediaset. L’ultima partita si gioca nei tribunali, ma non solo. La Corte di Madrid ha dato ragione a Vivendi bloccando la fusione tra Mediaset Italia e la filiale spagnola. Un’altra azione giudiziaria pende davanti al tribunale di Amsterdam. Ciò blocca il progetto lanciato da Pier Silvio Berlusconi di creare il primo nucleo di un gruppo televisivo europeo. Nel frattempo, però, Bolloré s’è fatto avanti con Fininvest per acquisire Mediaset, ricevendo un secco no.

 

Secondo molti osservatori sono solo le prime mosse di un risiko più ampio che approfitta di un quadro politico fluido. E’ quel che emerge anche dalla tensione nel gruppo Rcs tra Urbano Cairo e Banca Intesa azionista oltre che principale creditrice. La banca non ha mai digerito l’azione giudiziaria intentata dall’editore contro il fondo Blackstone al quale la precedente proprietà di Rcs nel 2013 ha venduto il complesso edilizio di Via Solferino, sede storica del Corsera. La redazione è rimasta nel vecchio edificio, ma paga un affitto che Cairo giudica esoso, di qui la sua mossa. Già nell’autunno scorso Intesa Sanpaolo, presente nel capitale (con in più la Banca Imi advisor della operazione) e nel consiglio di amministrazione con Gaetano Miccichè, aveva sollevato i suoi dubbi. Adesso, alla vigilia dell’udienza a Milano per l’arbitrato sulla vendita, mentre Blackstone da New York chiede 300 milioni di danni a Cairo perché sarebbe saltata la cessione dello stabile ad Allianz, sia Intesa sia altri azionisti di minoranza si sono apertamente dissociati, come ha scritto il quotidiano online Lettera43. Il disaccordo non è solo giuridico-finanziario. Forti sono le perplessità sulla linea editoriale giudicata incerta e instabile proprio nel momento in cui il paese mostra una chiara esigenza di certezza e stabilità. Ancor più destabilizzante sarebbe La7 che Cairo integrato con il quotidiano. Tra “salvinismo di retroguardia” e “populismo inattuale”, il malessere non è destinato a passare. Mentre anche qui si staglia l’ombra del tanto atteso partner straniero.

  

La politica domina, naturalmente, in Rai. E’ vero che c’è stato un riallineamento “spontaneo” come accade quasi sempre nella radiotelevisione di stato, ma la posizione del presidente Marcello Foa con le sue inclinazioni putiniane e le sue sulfuree frequentazioni, sembra sempre più in bilico. Il Russiagate all’italiana fa fibrillare Viale Mazzini e Saxa Rubra. E’ presto per parlare di veri cambiamenti nei giornali e nelle tv, siamo nella terra di mezzo, quando il vecchio muore e il nuovo non nasce ancora, la situazione ideale per colpi di mano e manovre ardite.