La storica redazione del Corriere della Sera in Via Solferino a Milano (foto LaPresse)

Quando il Cdr del Corriere decideva la politica e non l'etica dei calendari

Maurizio Stefanini

Lodovico Festa racconta storia e declino del sindacato interno

Roma. “Ci fu un tempo in cui il Comitato di redazione del Corriere della Sera voleva essere il soviet di una rivoluzione autogestionaria. Poi divenne il garante di un percorso migliorista, continuando però a fare e disfare direttori. In seguitò entrò in sordina, dopo che i redattori furono abbuffati di soldi e privilegi”. E adesso torna alla ribalta per protestare contro un calendario scollacciato e un po’ di marketing aggressivo del suo editore a favore delle sue testate? “Sì”, commenta Ludovico Festa: fondatore e storico condirettore del Foglio, ma prima ancora per molti anni dirigente di primo piano dei comunisti milanesi, li ha raccontati nel romanzo La provvidenza rossa, fino alla nascita del Pds. Una “memoria storica” infatti prontissima a ricordare, quando gli chiediamo un parere sulla lettera che l’attuale cdr ha spedito al direttore Luciano Fontana a proposito di un articolo sul calendario del mensile For Men Magazine della Cairo Editore. “Imbarazzo al Corriere. Il cdr al direttore Fontana: fuori luogo il pezzo sul calendario di For Men”, ha titolato Prima Comunicazione. Sic transit gloria mundi. “Una volta i problemi di cui il cdr si occupava erano Piazza Fontana, l’Alfa Romeo, la contestazione”. Secondo Festa, la svolta a sinistra del Corriere della Sera inizia dopo la strage d Piazza Fontana, con l’insoddisfazione di molti redattori per l’allineamento con la questura milanese della direzione di Giovanni Spadolini. Questo orientamento fu assecondato quando la proprietà passò a Giulia Maria Crespi, che licenziò appunto Spadolini, nominò al suo posto Piero Ottone. E allontanò anche Indro Montanelli, seguito dalla fronda di moderati che fonderà il Giornale.

 

“Ma poi ci fu anche la Rivoluzione dei Garofani, il 25 aprile 1974. In Portogallo ci fu una ondata di autogestioni che creò una moda. La ‘lisbonizzazione’, la chiamarono. “Il cdr di Raffaele Fiengo assecondò la linea di Ottone, ma iniziò a rivendicare un ruolo non solo più sindacale, ma anche di garanzia sulla correttezza delle notizie e la libertà di informazione. Ci fu nel contempo l’assunzione di giornalisti chiaramente orientati a sinistra come Giampaolo Pansa, Massimo Riva e Giuliano Zincone. Iniziò a scrivere i suoi famosi editoriali Pier Paolo Pasolini. Il cdr prese però posizioni via via sempre più radicali fino a un punto di rottura, quando il Comitato di redazione di intesa col Consiglio di fabbrica criticò un articolo sulla vertenza sindacale all’Alfa Romeo”. Come dirigente dei comunisti milanesi, Festa testimonia che il Pci era tutt’altro che entusiasta di questa radicalizzazione. In particolare dopo un articolo di Zincone che nel 1977 aveva preso le parti degli autonomi contestatori di Luciano Lama durante il suo tentativo di comizio alla Sapienza di Roma. “I comunisti interni e esterni al Corriere della Sera lavorarono sul cdr per bloccare questa radicalizzazione. Fiengo fece autocritica, e si arrivò alla stagione di Franco Di Bella”. Poi finito nel caso P2. “Sì, ma fu due o tre anni dopo. Nel frattempo Di Bella riportò in alto una tiratura che era calata, grazie alla svolta sui sentimenti e sul privato. Il cdr ebbe con Di Bella un atteggiamento di confronto piuttosto che di scontro, grazie appunto a questo ruolo moderatore del Pci. Comunque la crisi della P2 aumentò il ruolo del cdr. Specie con Alberto Cavallari, che aveva come sponsor di fondo Pertini. Cdr e Consiglio di azienda bocciarono poi la nomina a direttore di Alberto Ronchey, resero più difficile la direzione di Piero Ostellino e favorirono l’arrivo di Ugo Stille. Ma intanto editore di riferimento era diventato Gianni Agnelli. Alla fine Paolo Mieli fa l’ultima svolta, mette al giornale la minigonna, abbuffa i redattori di soldi e privilegi, e riprende il governo della redazione”. E adesso al cdr torna a protestare per un calendario. “Un sintomo. Il Corriere aveva una redazione con due terzi di privilegiati a stipendi alti, e un terzo di ‘iloti’ a mille euro al mese. Adesso gli iloti sono diventati maggioranza, e si crea una situazione difficile da gestire. Se fossi ancora marxista, direi che è in corso uno scontro di classe”.