Arthur Kampf, “La lettura del giornale” (particolare), 1908 (collezione privata)

La pagina degli addii

Michele Masneri

L’annuncio, l’elogio, l’affetto, la partecipazione. Perché i necrologi sono un’arte tra levità ed esibizione

Si sta tanto ad arrovellarsi tra la carta e l’online, tra “paywall” e “clickbait”, quando è chiaro quale sia l’unico possibile business model per il giornalismo italiano: il necrologio. Il necrologio è la parte migliore del giornalismo e la sua unica forma di salvezza. Essendo un paese molto anziano, non passa giorno che non vi sia infatti il defunto eccellente, e lì tutti ci si impegna a trovare il migliore aneddoto, il ricordo più personale. Si sogna dunque un quotidiano di soli obituaries – oltretutto, nell’epoca della permalosità e del risentimento, avere a che fare solo con de cuius toglierebbe un bel po’ di grane (si potrebbe tirar su anche pubblicità da parte delle agenzie funerarie più fantasiose, quelle che ormai fanno le réclame e le festicciole sbarazzine al Salone del mobile).

 

Chi è cresciuto coi nonni li ricorda correre in edicola per leggere “i morti”. Una forma di condivisione quotidiana prima di Facebook

Il giornale solo di morti potrebbe poi avere anche una sua sostenibilità grazie a quel sottogenere così interessante, il necrologio vero e proprio, l’annuncio a pagamento. E’ un format antico, che pare esclusivamente italiano, e nei decenni è diventato una forma d’arte che si tramanda di padre in figlio, nei piccoli centri come nelle grandi città. C’è quel detto che le persone perbene debbano andare sui giornali due volte, quando nascono e quando muoiono: ma in Italia, paese a scarsa natalità, il primo è saltato da tempo; mentre il necrologio rimane una cosa seria da affidare alla carta, stampata.

 

Chi è cresciuto coi nonni li ricorda correre in edicola per leggere “i morti”: il papà di mio papà si armava di occhiali e penna, anche per sottolineature, era una forma di condivisione quotidiana prima di Facebook. Si compulsavano, si rintracciava il morto di propria conoscenza (in provincia era abbastanza facile e frequente), si decideva: “Bisogna fare l’annuncio”, e lì si chiamava il giornale tra l’eccitazione e la seccatura, dettando poche parole (il minimo possibile perché si sa che i necrologi sono costosissimi). Era un momento eccitante, cui si arrivava però preparati da una vita di letture.

 

Mia nonna Alda, professoressa di lettere, scrisse invece quello che è per me il più bel necrologio di sempre, per suo marito che s’era beccato la meningite a seguito di un incidente sui monti: “Sulla montagna / che amava / è caduto / l’avvocato Eugenio Damiani”, ma per chi non arrivava a tali vette di metrica c’è sempre stato, in un paese di scarsa cultura condivisa, un corpus di regole stilistiche a cui il necrologista collettivo ha sempre attinto. L’italiano novecentesco poteva infatti non aver fatto le scuole alte ma sapeva alcune cose: gli inni del Manzoni, le opere di Verdi; e come si fa un necrologio. Il defunto torna sempre serenamente alla casa del padre (mai della madre: patriarcato) e ci ha lasciati sempre cristianamente. I congiunti sono sempre costernati e inconsolabili o (in caso di età giovane) increduli o attoniti. Gli eventuali aiutanti domestici vanno rigorosamente nominati e sono sempre fedeli e/o affezionati (più se ne nominano, meglio è); se c’è qualche medico che s’è comportato molto bene si ringrazierà il dott. o meglio il prof., se si è abbastanza fortunati da avere una tomba di famiglia si specificherà che le esequie proseguiranno per lì: se non sono già avvenute.

 

Oltre ai morti eccellenti, gli annunci eccentrici. Quelli che ricordano l’anniversario di Che Guevara o di Francesco Giuseppe

Insomma il necrologio è da sempre soprattutto uno straordinario “signifier” sociale. Averne molti da morto significa essere stati assai popolari. Il record storico di necrologi d’Italia è a Milano, città dove la borghesia è una cosa seria, dove la pubblicità ha un suo indotto e una sua nobiltà, e dunque città dove il necrologio, come estrema forma di pubblicità postuma, è ancora molto importante, e ha il suo tempio nel Corriere della Sera. Lì, il campione finora imbattuto di quest’arte è stato Gian Marco Moratti, il compianto petroliere che, passato a miglior vita il 26 febbraio 2018, ha visto il giorno dopo 450 necrologie. Un numero finora imbattuto, anche da decessi ugualmente prestigiosi come quelli di Umberto Veronesi e Umberto Eco. Ma solo per Moratti Via Solferino ha annunciato per la prima volta nella sua storia il default necrologico: “per il grande afflusso fino a tarda ora, con grande dispiacere non riusciamo a pubblicare tutti i necrologi dedicati al dottor Gian Marco Moratti. Gli altri ricevuti compariranno sul Corriere di domani. Ci scusiamo e ringraziamo i nostri lettori”, si lesse sul glorioso giornale.

 

Roma invece vanta addirittura l’invenzione o reinvenzione del necrologio: un pioniere è stato infatti Renato Angiolillo, il fondatore del Tempo, che capì subito le potenzialità di quella forma di pubblicità. “In una mia prima vita professionale vivevo all’Aquila, e quando cominciai a fare il giornalista, oltre a scrivere i primi pezzi, raccoglievo anche pubblicità per il Tempo, e tra questa i necrologi”, racconta al Foglio Bruno Vespa. “All’epoca era abbastanza comune. Allora poi non c’erano edizioni locali e i necrologi andavano tutti su quella nazionale, dunque costavano un sacco di soldi. Diversamente dagli altri giornali, che quasi li nascondevano, Angiolillo cominciò a pubblicarli in seconda pagina rendendoli evidentissimi”, racconta ancora Vespa. “La seconda pagina era infarcita di questi necrologi che erano lettissimi a Roma. ‘I muorti so’ ‘a vita del giornale, diceva Angiolillo, e i necrologi, essendo pagati in contanti, costituivano una bella rendita. Angiolillo, che era un gran giocatore, il venerdì passava dalla redazione, apriva il cassetto dove stavano i proventi dei necrologi, lo svuotava e se ne andava a Montecarlo a giocare”.

 

Su Angiolillo altri aneddoti. “All’epoca i giornali si facevano ancora col piombo”, racconta al Foglio Francesco Marchioni, giornalista a lungo al Tempo e poi al Messaggero; “tra tutte le pagine che i tipografi montavano coi caratteri mobili, quelle che maneggiavano con più cautela erano proprio quelle dei necrologi, per il loro valore; come se tenessero in mano un neonato. Ma Angiolillo, che era un burlone, faceva spesso scherzi, e una volta fece scoppiare un petardo in tipografia, e proprio una pagina dei necrologi cadde e dovettero rifarla da capo. Risero solo perché c’era il capo, ma il panico fu assoluto”.

 

Forse dal fatto d’essere stato allievo di Angiolillo e poi direttore del Tempo deriva la fama di grande necrologista di Gianni Letta, ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ambasciatore di Mediaset nella capitale, uomo di mille relazioni. “Letta è il re dei necrologi”, dice Vespa, un po’ perché “non esiste in Italia persona che conosca più gente di lui, e poi perché il suo modo di porre le condoglianze è straordinario, le sue orazioni sono meravigliose”. Giulio Andreotti, grande lettore di necrologi, lo chiamava “il condolente”.

 

In generale, il necrologio impegna le migliori energie degli scriventi. Quando poi i morti sono eccellenti, ci si sbizzarrisce: su Marella Agnelli, quello più bello è stato senz’altro quello di Vittorio Sgarbi sul Corriere: “Vittorio Sgarbi, e con lui quanti la ricordano viva, ha visto in Marella Agnelli, contro la forza invidiosa del tempo, la resistente immagine della bellezza italiana, perpetuando il sogno rinascimentale di Pisanello, di Pollaiolo, di Leonardo. Il suo è stato l’ultimo volto della dama dell’Ermellino”. Giovedì scorso, invece, ecco “La nostra straordinaria guida, il nostro meraviglioso fondatore”, questo l’annuncio per Joseph Nissim, fondatore del Bolton Group, da parte dei suoi dipendenti (il Bolton Group comprende anche il tonno Rio Mare). Talvolta ci si fa prendere un po’ la mano, come quando Enzo Biagi disse che leggendo i necrologi di Giorgio Strehler nel gennaio 1998 “un maggior pudore nell’uso delle parole sarebbe piaciuto anche a lui”. Ma spesso non si esagera, e si tratta davvero di personaggi straordinari come nel caso di Nissim: ebreo di Salonicco, sfuggito ai campi di concentramento, ha combattuto a El Alamein prima di stabilirsi in Italia e fondare un gruppo che oggi ha superato i 2 miliardi di fatturato. Il fatto che abbia avuto solo novantadue necrologi, un quinto di Moratti, si deve solo alla sua leggendaria riservatezza. Dunque frugare tra i suoi necrologi è ancora più gustoso, perché alla fine il gioco del necrologio è sempre lo scoprimento delle relazioni, vere o millantate che siano. Hai visto che quello è amico di questo? Perché A fa le condoglianze a B ma non al marito? Perché il decesso è annunciato dai nipoti e non dal figlio?

 

Da sempre soprattutto uno straordinario “signifier” sociale. Letta “il re dei necrologi”. Andreotti lo chiamava “il condolente”

Oltre ai capitalisti un’altra categoria che dà molta soddisfazione sono i nobili, che offrono sempre onomastiche bizzarre: il 5 novembre 2016, il Corriere della Sera annunciava il decesso del conte Azzo degli Azzoni Avogadro, col lutto dalla moglie Tata, coi figli Avogadra, Alteniero, Emma e Azzolina. I necrologi milanesi son quelli che ospitano anche il più alto numero di diminutivi: partecipano sempre ai lutti tanti Bepi, Nanà, Tillo, Lillina (partecipare al lutto, invece di investire in un annuncio proprio, è una scelta di campo, minima spesa massima resa, ma bisogna stare attenti a come posizionarsi sotto l’annuncio giusto, il primo, quello della famiglia. Le partecipazioni vengono infatti raggruppate, e bisogna stare attenti a finire non nel gruppo sbagliato, come ai party.

 

Il necrologio è fondamentale per capire carriere, gerarchie, traiettorie, soprattutto quando il defunto agiva in un’organizzazione complessa come un giornale, una banca, un marchio stilistico. Lì, analizzare le posizioni, le alleanze di necrologio, chi viene prima e chi dopo, può spiegare molto. Spesso a essere costernati sono esseri inanimati come il condominio; il necrologio del condominio fa sempre un po’ impressione, proprio appare la tristezza laterizia, dello stabile; anche se di solito è di zona assai residenziale, raramente il condominio triste sta a Quarto Oggiaro o Torpignattara.

 

Il necrologio poi ama la reiterazione: lo stesso soggetto spesso parteciperà al lutto sotto molte forme: da sé stesso, come umano; e poi come presidente della sua società, e poi direttore generale di una controllata, membro di un consiglio di amministrazione, una spa, una srl, un club, in una mise en abîme che punta a sconfiggere la morte solo dispiegando la propria esistenza in tutti i gradi della presenza sociale.

 

“Quando cominciai, oltre a scrivere raccoglievo anche pubblicità per il Tempo, e tra questa i necrologi”, racconta Bruno Vespa

Ma il necrologio è interclassista oltre che disomogeneo geograficamente. “Molti anni fa avevamo puntuale ogni mese il necrologio di un pensionato”, racconta al Foglio il direttore della Gazzetta di Mantova, Paolo Boldrini, “che faceva regolarmente pubblicare un enorme ricordo della sua amata consorte. Si chiamava Esmeralda Moi in Peccini, abitava in un piccolo paese, Nuvolato di Quistello”. Sempre sulla Gazzetta, a marzo scorso, un allevatore, Gianfranco Cantadori detto Jack (nei paesi c’è anche la bella usanza dei soprannomi), ha voluto essere ritratto con in braccio dei volatili e la dicitura “Ultimo allevatore dei capponi dei Gonzaga”. Quella delle fotografie è poi un’innovazione tecnica degli ultimi anni, cui qui si è personalmente contrari, anche se sembra avere grande successo specialmente in provincia. Ma ogni campanile vuole il necrologio suo: se a Mantova la storica Gazzetta resiste (almeno una pagina di necrologi tutti i giorni) basta spostarsi a Modena e Reggio Emilia e crolla l’uso di questo mezzo, a favore invece dei cartelli esposti sui muri cittadini. Il lombardo-veneto è terra di necrologisti: Brescia e Cremona e Verona ne sono ghiotte, mentre la Toscana, per esempio, preferisce l’affissione. Il Messaggero di Roma ha a nostro avviso i necrologi più belli, anche quelli ebraici con la stella di David; e i più chic sono certamente quelli dell’Osservatore Romano. Il Piccolo di Trieste li mette rigorosamente senza foto, e solo nel weekend: vengono collezionati tutta la settimana e poi il sabato si fa la scorpacciata.

 

Ma quanto valgono insomma questi necrologi? “Milioni” dice al Foglio il direttore del Messaggero Veneto, Omar Monestier. “Il nostro è un giornale che ha ancora una redditività alta, e i necrologi ne sono una parte importante. E’ un mercato certamente in calo, perché sono tradizioni di un pubblico anziano, ma è una tradizione ancora molto sentita. E i necrologi sono in assoluto un prodotto molto costoso: un annuncio con foto, croce e tutto arriva tranquillamente sui quattrocento euro, e ne riempiamo almeno una pagina intera ogni giorno. Talvolta due”. Anche in Veneto, oltre ai morti eccellenti, gli annunci eccentrici: “Comunisti della bassa friulana che ogni anno ricordano l’anniversario della morte di Che Guevara. Adesso da un po’ di tempo ci sono anche i nostalgici di Francesco Giuseppe, nelle tre lingue dell’impero, italiano, tedesco, slavo. Sai, qui è una tradizione molto sentita”. L’incubo del necrologio è l’errore, che inciampando nella morte diventa tragico: foto scambiate, storpiature di cognomi, può succedere. Per ovviare al problema, ci sono rigorosi controlli. “I necrologi arrivano per telefono, email, fax o web” dice al Foglio Federica Pederzoli, responsabile del servizio per Numerica, il concessionario del Giornale di Brescia. “Molti arrivano dai parenti oppure dalle agenzie di onoranze funebri convenzionate. Noi comunque controlliamo sempre l’identità dei defunti, per non incorrere in scherzi”, dice Pederzoli. “Non accettiamo testi contro il defunto, o che implichino qualche accusa nei confronti di qualcuno”, dice. “Invitiamo a riscriverli, oppure li cestiniamo”. Ma come decidete quale viene prima e quale dopo? “Abbiamo dei codici: prima c’è il necrologio della famiglia, contraddistinto da una A; in questa primaria categoria, l’ordine rigoroso è dato da: figli, poi nipoti di nonni, poi fratelli, poi cognati, poi suoceri e consuoceri, poi nipoti di zii, poi zii, infine cugini. Nel gruppo B rientrano i cosiddetti ibridi, cioè madrine e padrini, testimoni di nozze, eccetera; nel gruppo C gli amici, e nel D i colleghi”.

 

In nessuna categoria rientrano invece i necrologi più stralunati: il defunto minore, quello anonimo che ha la sventura d’essere compianto il giorno di una morte celebre, quasi schiacciato in fondo alla pagina dalla fama postuma dell’altro. Oppure quello surreale, il semivip locale che sembra creare un controcanto magico e da camera al trionfo della morte siderale dell’altro: quando è mancato Karl Lagerfeld, di fronte alla distesa di necrologie globali, alle mitologie del gatto che erediterà tutto, c’era anche, sul Messaggero, l’anniversario di Delia Biagiotti, mamma della stilista Laura, “un esempio straordinario, una donna coraggiosa e luminosa che ha vissuto sempre in anticipo sui tempi con generosità, impegno e lungimiranza”. Mentre nel 2003, nei giorni di Gianni Agnelli, mentre tutta l’Italia metteva mano al portafogli per far scrivere che era incredula e attonita, c’erano i necrologi per un altro defunto illustre, anche se appena un poco meno illustre: il visagista delle dive Gil Cagné.

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