Libro scultura di Anselm Kiefer "Uraeus"

Quei magnifici equivoci chiamati libri. La mia storia tra gli editori

Francesco M. Cataluccio

L’apprendistato tra le sigarette di temibili “signore dei manoscritti”. Einaudi, Feltrinelli e altri appassionati che hanno dilapidato i loro soldi per renderci meno ignoranti. Intuizioni, fortune, metodi infallibili

I miei lunghi anni di lavoro nel mondo dei libri (più prosaicamente, qualcuno direbbe: nell’industria editoriale) sono stati costellati, sin dall’inizio, da equivoci. Ritengo che il primo, da parte della Feltrinelli, fu di aver pensato, nel momento in cui crollavano i muri, che fosse necessario avere un redattore che si “intendeva di cose dell’est”. Dopo pochi mesi dalla mia assunzione ci si rese conto che, all’est, non esistevano affatto centinaia di capolavori bloccati dalla censura, chiusi nei cassetti. Le cose migliori, e più proibite, da anni circolavano liberamente, e a volte con successo, in occidente.

 

Molti sospettavano che, periodicamente, venissero organizzati degli accidentali, quanto provvidenziali, roghi di manoscritti

Così, fui rapidamente passato a fare il redattore, senza che avessi la minima idea del mestiere. Me lo insegnarono, affumicandomi con le loro decine di sigarette, Sandro (il direttore  editoriale) e la più prestigiosa e temuta “redattrice esterna”: Grazia Cherchi. Ambedue dovettero però constatare che non ero abbastanza cattivo con gli autori. Dopo un certo periodo di questa “scuola” fui quindi indotto a pensare che essere una carogna pignola volesse dire essere un bravo redattore. E seriamente considerai l’ipotesi di cambiar mestiere.

 

L’equivoco del termine “prodotto”. Per alcuni si producono dei libri; per altri si maneggiano dei prodotti

Ma c’era un’altra figura “esterna” che mi interessava. Il giovedì, nel primo pomeriggio, passava davanti alla mia stanzetta un’anziana signora claudicante che andava a rinchiudersi nel salone in fondo al corridoio. Anche lei fumava come un turco e, quando apriva la porta, uscivano nubi biancastre come se là dentro si bruciassero delle carte. In effetti, in quello stanzone, venivano ammucchiate le decine di dattiloscritti che arrivavano quotidianamente in casa editrice. E molti sospettavano che, periodicamente, venissero là organizzati degli accidentali, quanto provvidenziali, roghi.

 

“Secondo me Einaudi è la migliore casa editrice italiana, dalla quale sono filiate tre case editrici di qualità: Adelphi, Boringhieri e Donzelli"

Siccome (ero agli inizi!) uscivo tra gli ultimi, lei mi lasciava un foglietto per il direttore dove scriveva i giudizi su una ventina di inediti che aveva letto. La cosa mi incuriosiva assai. Così, una volta, approfittando del fatto che era venuta a chiedermi se per caso avessi una sigaretta, le domandai sfacciatamente quale fosse il suo “metodo” e se davvero leggesse tutti quegli scritti in un pomeriggio. La risposta fu affermativa, ma subito corretta dal disvelamento di un segreto: la signora leggeva le prime due pagine e le ultime due del dattiloscritto e poi operava una sorta di carotaggio su un altro paio di punti scelti a caso. Secondo lei era un sistema scientifico: nessun libro che faccia schifo nell’attacco e nella conclusione, e in qualche pagina aperta a caso, meriterebbe di essere pubblicato. Replicai, un po’ sorpreso, che “Guerra e pace”, ad esempio, al di là della mole, non sarebbe stato valutato il capolavoro che in effetti è, se un redattore russo di allora avesse considerato l’inizio (in francese!), l’ultima pagina non proprio brillante e, nel mezzo, fosse capitato nella lunga descrizione di una battaglia (magari quella dal punto di vista di un cavallo…). Mi gelò con un sorriso amaro e disse che facevo troppo il saputello e sarebbe stato meglio lavorassi all’Università. Ovviamente ho poi applicato il suo “metodo” e posso, con una certa esperienza, affermare che funziona bene, perfino con il libri di saggistica. Con i libri per ragazzi è addirittura fondamentale!

 

Annusare i libri: “Ancora oggi, in libreria, i commessi mi guardano male pensando che mi soffi il naso con i volumi esposti”

Un clamoroso equivoco mi accadde però dopo sette mesi. La centralinista, con voce imbarazzata, mi disse che c’era alla porta un signore che sosteneva di essere un professore afghano, che parlava male l’italiano e voleva proporci degli articoli. Lo feci accomodare e gli dissi, con molta franchezza, che noi non pubblicavamo raccolte di articoli, seppur su una questione calda come l’Afghanistan, e che avrebbe dovuto rivolgersi a un quotidiano o a un settimanale. Ma quello insisteva e non accennava ad andarsene. Allora gli scrissi su un foglietto il nome di un’amica che lavorava alla redazione esteri del Corriere della Sera e gli disegnai anche una piccola mappa in modo che potesse recarsi là comodamente a piedi. Niente da fare: quello si incaponiva a mostrarmi almeno un suo articolo. Acconsentii a malincuore e lui aprì la borsa e dispose sulla mia scrivania i suoi “articoli”: due elefantini in finto avorio, un animaletto ligneo irriconoscibile e cinque statuette votive in plastica celeste.

 


Col tempo imparai il mestiere e quindi mi promossero caporedattore
e fui ammesso a partecipare alle riunioni dove si decidevano i libri da pubblicare. In genere i libri dell’est erano mal visti: considerati malinconici e troppo pensosi, poco adatti ai gusti fantasiosi del pubblico italiano. Su Ryszard Kapuściński dovetti impuntarmi e, una volta tanto, ebbi, col tempo, ragione (la Feltrinelli aveva pubblicato nel 1983, traducendolo dall’inglese, “Il Negus” che era stato un fiasco; quando, nel 1994, grazie all’amicizia con lui, dissi che c’era la possibilità di pubblicare il capolavoro “Imperium”, e acquistare i diritti di tutti i suoi libri, mi guardarono come un matto). Imparai a trasformarmi in una sorta di “auto-cartina di tornasole”. Compresi che se un libro mi piaceva, agli altri avrebbe fatto schifo e, se per caso si erano distratti (o avevano dato credito, per sfinimento, al mio entusiasmo), e quel libro veniva poi pubblicato, era quasi sempre un insuccesso commerciale. Quindi cominciai a perorare la causa dei libri che non mi piacevano e mi feci così la fama di uno con “un buon fiuto”. Ci fu una volta che però, all’unanimità, bocciammo un libro para-autobiografico di una giovane che, nel titolo, aveva pure infilato la parola “mutande”. Fu una delle poche volte che l’editore, in genere abbastanza silenzioso e rispettoso delle scelte della redazione, si impuntò con un’argomentazione inoppugnabile: “Lo pubblichiamo e basta!”. Fu un successo clamoroso e ne trassero persino un film.

 

Un uomo intelligente e colto affrontò di petto la questione con un libro-intervista sull’editoria intitolato “A scopo di lucro"

Ho già raccontato le decine di equivoci che mi capitarono quando mi fu a dato il compito “delicatissimo” di occuparmi del primo libro di una giovane e promettente scrittrice giapponese di nome Banana. Anzitutto veniva chiamata, in casa editrice, con tutti i nomi di frutta salvo quello giusto: un giorno ti telefonava il tipografo e ti chiedeva irritato perché non erano ancora tornate indietro le bozze di Ananas; un altro, l’ufficio stampa che domandava se non si trattasse per caso di uno scherzo (“i responsabili delle pagine culturali non fanno che ridere e prenderci in giro”); oppure mi cercavano i librai di Firenze o Pisa (maledetti toscani!) sogghignando, ma preoccupati, che nelle loro città un prodotto simile sarebbe stato invendibile.

 

Mi è scappato il termine “prodotto”. In effetti è questo uno dei più grandi equivoci dell’editoria: per alcuni (gli autori, ma anche molti redattori, che oggi si chiamano tutti “editor”) si lavorano e producono dei libri; per altri (l’ufficio commerciale, la distribuzione, alcuni librai) si maneggiano dei prodotti. Per i poveri uffici stampa, spesso i libri/prodotti sono semplicemente delle “impresentabili scocciature” da mostrare come gioielli. Gli oggetti sono sempre gli stessi, ma cambiando la definizione muta anche l’approccio e il valore che gli si dà. Qui sta il vero equivoco e l’origine di molti fallimenti.

 

Il mago della vendita dei libri è stato l’einaudiano Roberto Cerati. Lo conobbi nel 1990: era già una leggenda nel mondo dell’editoria

La storia della grande editoria italiana (ma, sospetto, lo si potrebbe dire di quella di tutto  il mondo) è stata fatta da uomini e donne appassionati che hanno dilapidato i loro soldi pubblicando libri. L’editoria è sempre stata una passione malata. Alcuni poi sono stati così bravi da impostare e organizzare le cose in modo da non perderci o addirittura guadagnarci, stampando ottimi libri. Ma non possiamo dimenticarci che la nostra cultura, nel Novecento, è stata puntellata da straordinarie opere e collane che sono costate a chi  le produceva molti soldi, sforzi e, talvolta, guai.

 

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: secondo me Einaudi è, e resta, la migliore casa editrice italiana, dalla quale sono filiate altre tre case editrici di qualità: Adelphi, Boringhieri (poi Bollati Boringhieri), Donzelli. Il suo fondatore e padrone, per quasi cinquant’anni, ci ha investito tutto il suo patrimonio e, a un certo punto, ha dovuto economicamente arrendersi. Dal punto di vista imprenditoriale c’è chi lo considera (alcuni con una punta di rivendicativa soddisfazione) un fallito. Se si guarda però alla sua impresa dal punto di vista della cultura, è un benefattore che, come tutti, ha fatto anche scelte sbagliate, ma senza il quale saremmo tutti più ignoranti.

 

Il primo editore per il quale ho lavorato, ad esempio, era un “rivoluzionario” che credeva nei libri come mezzo di emancipazione della gente e trasmissione di idee nuove (inizialmente il Partito comunista, che pure aveva una sua, un po’ triste ma anche meritoria, casa editrice, lo incoraggiò molto a lanciarsi in quella avventura). Grazie alla rete dei suoi contatti politici e personali, e al suo coraggio e anticonformismo (stampò, nel 1957, “Il dottor Živago” contro tutti e, nel 1962, lo scandaloso “Tropico del Cancro” di Henry Miller), pubblicò libri belli e importanti che ebbero anche successo commerciale perché rispondevano ai gusti e alle necessità di migliaia di lettori. E come lui, fortunatamente, ce ne sono stati, e ce ne sono, altri. Questa editoria faceva e fa, inequivocabilmente, libri, prima che prodotti commerciali. E questo vale tanto più, oggi, per alcune medie e piccole case editrici.

 

Il secondo editore (Bruno Mondadori), che pubblicava innovativi e remunerativi libri scolastici, amava la saggistica di proposta: mi fece dirigere una sorta di University Press che doveva produrre libri utili a studiare ma anche interessanti per un pubblico che volesse accrescere le sue conoscenze (in questo caso si trattò di un equivoco virtuoso). Volumi che venivano venduti nelle normali librerie e quindi non dovevano sembrare, né tanto meno essere, dei tristi manuali. Roberto Gulli amava il libro ben confezionato, elegante dal punto di vista grafico e tipografico: quando riceveva la prima copia la apriva e ne annusava l’odore fresco della carta stampata (abitudine che mi ha attaccato e ancor oggi, in libreria, i commessi mi guardano male pensando che mi soffi il naso con i volumi esposti) e aveva vasti interessi culturali e civili: guardava all’Einaudi come a un modello.

 


Gli equivoci attorno al primo libro di una giovane e promettente scrittrice giapponese di nome Banana. La chiamavano Ananas

La proprietaria dell’ultima casa editrice che ho diretto (Bollati Boringhieri), l’aveva acquistata per aiutare il geniale fratello profugo dall’Einaudi e poi, dopo la sua scomparsa, si era appassionata al mestiere, e aveva messo a frutto la sua esperienza di manager (nel ramo alcolici e dolciari) unendola alla sensibilità che si era affinata con le frequentazioni giovanile degli “einaudiani” amici del fratello. Quando ci incontrammo la prima volta nella sua bella casa apprezzò molto che stessi simpatico al suo cagnetto e che, contrariamente alla sua abitudine, non mi avesse subito azzannato un polpaccio. Poi mi fece firmare il contratto su un antico tavolino dove c’era un vaso cinese con dei fiori bianchi, davanti alla foto del fratello che, dall’interno di una cornice dorata, mi guardava perplesso.

 

Ho avuto la fortuna di lavorare con veri editori.

 

Ci fu, nel 1995, un uomo intelligente e cólto, amministratore delegato di un grande gruppo editoriale, dopo varie esperienze in altri settori industriali, che, provocatoriamente, scelse di affrontare di petto la questione, sgombrando il campo dagli equivoci: pubblicò un libro-intervista sull’editoria intitolato “A scopo di lucro”. La tesi era che l’editoria è e deve rimanere un’impresa, un business del tutto “tipico”, nel quale cioè l’obiettivo essenziale deve essere il profitto economico.

 

Ma in questo mondo molti sostengono di fare libri, mentre fanno, più o meno consapevolmente, “prodotti a scopo di lucro”; mentre altri pubblicano libri perché amano la cultura e la bellezza. Ci sono quelli che fanno “libri necessari” (ad esempio: i manuali), che hanno un valore d’uso e che, quando sono ben fatti e con buoni contenuti, hanno significativi risultati economici. Per fortuna ci sono ancora editori che, come il primo di tutti, il veneziano Aldo Pio Manuzio (1449-1515) riescono a coniugare cultura e guadagni, avendo chiari gli obiettivi e la missione umanistica della loro impresa.

 

Tra il libraio e il cliente deve esserci complicità. Chi vende un libro (persino un manuale di giardinaggio) vende una promessa

Anche come autore di libri non ho mancato, sin dagli esordi, di imbattermi negli equivoci. Nel 1992 pubblicai, nella collana “I classici” della Feltrinelli, un’introduzione alla prima traduzione italiana del testo teatrale “Peter Pan” (1904) di James M. Barrie. Dopo alcuni mesi, ricevetti una telefonata di Giulio Einaudi, che non conoscevo personalmente, che mi proponeva di scrivere un saggio su Peter Pan per la sua casa editrice. Gli risposi che ero molto grato e lusingato, ma che quello che avevo da dire sullo svolazzante fanciullo inglese lo avevo già scritto nell’introduzione. Mi invitò comunque a pranzo a Torino. Dopo avermi fatto visitare la casa editrice, andammo a mangiare al ristorante Solferino, nell’omonima piazza. Là, a metà del pasto, dopo che avevamo parlato del romanzo “Ferdydurke” di Witold Gombrowicz (pubblicato inizialmente da Einaudi, nel 1961, e poi ripubblicato, in una nuova edizione a cura mia, presso Feltrinelli, nel 1991), mi disse che il problema dell’immaturità era estremamente importante e mi chiese di scriverci su un libro. Accettai e pochi giorni dopo ricevetti il contratto. Poi passarono gli anni: io facevo fatica a maturare, nonostante mi fosse anche nata una figlia. Nelle notti insonni però, per mettere a tacere i miei sensi di colpa editoriale, divoravo libri e prendevo appunti sull’argomento. Nel frattempo, Giulio Einaudi andò in pensione (settembre 1997) e quasi due anni dopo morì (aprile 1999).

 

Agli inizi del nuovo millennio, mi chiamarono dalla casa editrice per sapere che cosa volessi fare di quel contratto, ormai ampiamente scaduto. Preso dall’imbarazzo, giurai di consegnare il testo entro un anno. Stavolta rispettai l’impegno, anche perché l’amico Roberto Cerati (diventato presidente della casa editrice) mi mise sotto pressione ripetendomi, tutte le volte che ci incontravamo, che lo dovevo alla memoria di Giulio Einaudi. Dopo la consegna, per molti mesi non seppi più nulla. Immaginavo le perplessità, perché ero cosciente di aver scritto un libro atipico: “Immaturità. La malattia del Novecento” (2004, 2014) è un po’  saggio e un po’ racconto autobiografico, una specie di romanzo con le note (che sarà poi anche la caratteristica dei miei libri successivi).[…] Tra il libraio (anche quando non è il padrone dell’esercizio) e il cliente deve esserci appunto questa complicità. Il senso della trasmissione di idee, sensazioni, piaceri, sogni. Chi vende un libro (persino un manuale di giardinaggio) vende una promessa, non deve mai dimenticarlo. Per questo il libraio, pur nel dovere commerciale di avere un vasto assortimento e di esaudire qualsiasi richiesta, è necessario che sappia orientarsi bene e selezionare i libri di valore. Non può tradire la fiducia del cliente e non può sbagliarsi nel capire di cosa abbia veramente bisogno.

 

Il mago della vendita dei libri, e non solo  di quello, è stato l’einaudiano Roberto Cerati. Lo conobbi nel 1990: era già una leggenda, soprattutto per chi lavorava nel mondo dell’editoria. Avevo notato che, quasi tutti i venerdì, nella libreria Feltrinelli di via Manzoni c’era un uomo piccolo e all’apparenza fragile, con i capelli candidi, sempre tutto vestito di nero, che prendeva i libri dagli scaffali e li spostava, si appuntava qualcosa su un quadernino, parlottava, con fare cospirativo, con i commessi. Me lo presentarono e lui mi disse che considerava quello il suo lavoro principale: parlare con i librai; controllare le pilette dei libri e rimettere in ordine quelli fuori posto o mal collocati; “annusare l’aria e i clienti”. I librai lo amavano perché capivano che era un po’ uno di loro; che comprendeva e rispettava il loro lavoro; che considerava, e non si stancava di ripeterlo, le librerie “il centro del mondo del libro”. Cerati era rimasto uno dei pochi a pensare che nella libreria si “giocasse la partita del libro”. La filosofia del suo lavoro di direttore commerciale dell’Einaudi si basava su questa convinzione: i libri vanno portati, in tutti i modi, alla gente.

 

Cerati si era creato negli anni una squadra di  fedeli collaboratori e amici librai che venivano chiamati dai “nuovi manager editoriali”, con una punta di disprezzo, i “ceratiani”: gli adepti di una religione del libro che loro consideravano sorpassata dal marketing (che, peraltro, Cerati conosceva e praticava benissimo: basti pensare a quando convinse Einaudi a lanciare “La storia” di Elsa Morante in tascabile a basso prezzo, duemila lire nel 1974: fu un successo straordinario). E invece Cerati aveva ragione: lo si vede ancora di più oggi che l’oggetto libro è messo in discussione dalla rivoluzione digitale e le vendite si fanno online e gli editori in crisi non riescono a immaginare altra strategia che le svendite.[…] Così mi ritrovo la casa strapiena di libri, che occupano tutti i corridoi e alcune stanze con scaffali fino al soffitto: molti di questi volumi sono appunto “non letti” o appena consultati.

 

Non è però una cosa che mi dia disagio. Anzi: quando mi ammalo, ad esempio, mi rifugio in quarantena nella stanza completamente foderata di volumi, dove c’è il mio studio, e mi sento subito meglio, riscaldato non soltanto dalle coperte ma da tutta quella massa variopinta di volumi a portata di mano, dove spesso mi capita di scoprire un libro che mi ero dimenticato di possedere: allora quello passa dalla categoria dei “non letti” a quella degli “assimilati” e affretta la mia guarigione. […] Ma sogno anche, altre volte, di diventare come uno dei miei scrittori preferiti, il boemo Bohumil Hrabal (morto a 82 anni, nel 1997). Tutte le sue prime opere, fortemente debitrici del surrealismo, furono mandate al macero dai comunisti. Dopo l’invasione di Praga da parte delle truppe del patto di Varsavia, nel 1968, per sette anni nessun suo libro venne pubblicato e due volumi, già stampati, vennero mandati al macero. Il protagonista del suo capolavoro, una delle opere più importanti della letteratura del Novecento, “Una solitudine troppo rumorosa”, è appunto un addetto (come lo fu anche, per un certo tempo, Hrabal) al macero dei libri.

 

I libri che vengono fatti tornare pappa di cellulosa sono un po’ la metafora della nostra esistenza e della nostra disperata lotta per sopravvivere. Ma Hanta, prima di gettare via i libri, ne salva i più importanti e li seppellisce, come delle perle, nel mezzo di ogni pacco di carta, scegliendo accuratamente le confezioni, in una sorta di barocco “funerale dei libri”. Quando Hrabal lavorava con la carta straccia metteva da parte vecchi libri illustrati e li dava al suo amico, il maestro del collage Jiri Kolar, affamato di ciarpame per le sue straordinarie composizioni, i suoi “collage poetici”. La vera editoria è destinata forse, in modo inequivocabile, e auspicabile, a produrre proprio dei libri come una sorta di poetici collage di quel che resta dell’umanità.