Il disastro gialloverde visto con i dati (positivi) sul mercato del lavoro

Redazione

Migliorano occupazione e disoccupazione ma l'Italia è lontana dal resto d'Europa. Con un governo diverso più attento all’impresa e agli investimenti saremmo già usciti dalla crisi?

Con il 9,9 per cento registrato a maggio il tasso di disoccupazione italiano torna sotto il 10 per la prima volta dal 2012. La perdita della doppia cifra ha un significato anche simbolico, così come “notevole” viene definito dall’Istat il risultato su base annua, di 192 mila posti di lavoro in più (51 mila solo a maggio rispetto ad aprile). Anche il tasso di occupazione – la percentuale di popolazione attiva che effettivamente lavora – è in ripresa, al 59 per cento, miglior risultato da quanto, il 1977, esiste questa statistica. Le buone notizie, compresa la disoccupazione giovanile che scende al 30,5 dal 31,2, tuttavia si confrontano con una realtà europea, e mondiale dei paesi sviluppati, alla quale l’Italia sta cercando di agganciarsi in netto ritardo, spesso senza riuscirci.

 

Nell’Unione europea la disoccupazione media è stata ad aprile del 7,6 per cento; il tasso di occupazione medio è del 72 per cento: 13 punti in più. Quanto ai disoccupati, pur dopo la performance di maggio, l’Italia resta terzultima in Europa preceduta dalla Grecia e dalla Spagna, la cui disoccupazione si riduce tuttavia con un trend molto più veloce. A titolo di raffronto, la Repubblica Ceca ha il 2,1 per cento, la Germania il 3,2, i Paesi Bassi il 3,3. La Francia ci segue più da vicino, ma ad aprile segnava un punto e due decimali meno di quanto fa l’Italia a maggio.

 

Guardando all’occupazione, l’Italia è addirittura penultima dietro la Grecia. La Germania ci supera di venti punti, la capolista Svezia di 23. La Francia ha un livello di popolazione attiva del 72 per cento. Ci si può chiedere se il nostro comunque positivo risultato poteva essere migliore senza le misure cardine del governo: reddito di cittadinanza, quota 100, decreto dignità. Le prime due (soprattutto quota 100) scoraggiano apertamente il lavoro. La sostituzione promessa tra pensionati e nuovi assunti non c’è, anzi in alcuni settori chiave a cominciare dagli ospedali e la scuola si stanno creando clamorosi buchi di personale. Egualmente il reddito di cittadinanza, pur nel suo mezzo fiasco, non ha finora messo all’opera gli addetti alla ricerca del lavoro (il primo concorso per “navigator” si è appena svolto), e dunque abbiamo al momento solo un sussidio a chi sta a casa. Il decreto dignità sta determinando su base annua una crescita di 63 mila dipendenti con contratto stabile, rispetto a 18 mila contratti a termine. Ma l’incremento maggiore è tra gli “indipendenti”, leggi partite Iva, agevolate dalla flat tax sui redditi bassi, che però rischia di incrinare ora e in prospettiva la dinamica dei rapporti di lavoro, così come la proposta di salario minimo. La convalescenza italiana prosegue, e non è detto che questo ridursi della temperatura porti davvero alla guarigione. Infatti sempre l’Istat prevede un secondo trimestre nuovamente con segno meno (“ci sono il 65 per cento di probabilità di tornare in recessione”, ha appena detto l’istituto), mentre la Confindustria segnala nel secondo trimestre un calo di produzione dello 0,7 per cento, “premonitore di un’estate fiacca”. Una situazione inversa della Spagna, per esempio. Ci si può anche accontentare del dato odierno, ma la vera domanda è: con un governo diverso, con una maggioranza più attenta all’impresa e agli investimenti, nonché con migliori rapporti con l’Europa e i partner internazionali (si pensi alla vicenda Tav, alla Tap, all’Ilva), saremmo già usciti dall’ospedale?

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