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L'Italia si prepara alla decrescita

Le previsioni per il secondo trimestre del Rapporto Istat 2019 sono destinate a pesare sui conti pubblici. Sui mercati prevale però buon umore per le politiche accomodanti delle banche centrali

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marchesano@ilfoglio.it

20 Giugno 2019 alle 14:57

L'Italia si prepara alla decrescita

Gian Carlo Blangiardo. Foto LaPresse

Milano. C'è un'elevata probabilità – in una percentuale pari al 65 per cento – che la crescita del prodotto interno lordo dell'Italia sia negativa nel secondo trimestre del 2019. La stima è contenuta nel rapporto annuale dell’Istat, illustrato questa mattina in Parlamento dal presidente Gian Carlo Blangiardo, il quale ha anche precisato che la stima relativa all'intero anno resta di +0,3 per cento, almeno per il momento. Dunque, dopo la ripresina dei primi mesi del 2019, il ciclo economico del paese potrebbe contrarsi di nuovo con effetti anche sui conti pubblici, considerato che la legge di bilancio per quest'anno si basa su una previsione di crescita del pil pari all'1 per cento.

La brutta notizia – che arriva proprio quando il premier Giuseppe Conte si appresta a rispondere all'Unione europea per disinnescare il rischio di una procedura d'infrazione – non ha avuto particolare effetto sui mercati, che hanno da tempo messo in conto un peggioramento delle condizioni dell'Italia, e beneficiano oggi della decisione della Federal Reserve di lasciare invariati i tassi d'interesse, aprendo però alla possibilità di tagli futuri. Se la situazione economica mondiale dovesse deteriorarsi, la Banca centrale americana sarà pronta ad agire, seguendo un approccio nella comunicazione ai mercati utilizzato anche dalla Bce di Mario Draghi. I listini del Vecchio Continente sono così tutti positivi, compresa Piazza Affari, soprattutto in apertura – grazie anche allo spread sceso a 231 punti base. I guadagni si sono leggermente ridotti dopo la diffusione del dato Istat, che, più che una stima basata su dati statistici, è considerato una "predizione di tipo qualitativo". 

    

Il tema delle politiche monetarie resta centrale per gli investitori, che oggi attendono la decisione della Bank of England, dopo che ieri si è pronunciata la BoJ (la banca centrale giapponese) con la decisione di mantenere invariati i tassi fino al 2020. Il minimo comune denominatore nelle scelte sembra essere quello di mantenere una posizione di attesa, pronta a trasformarsi in azione di tipo espansivo nel caso di segnali di ulteriore arretramento delle economie globali. Ma quale sarebbe l'elemento scatenante? In altre parole, cosa attendono le banche centrali prima di introdurre altre misure di stimolo?

   

Una spiegazione emerge da un'analisi della banca d'affari americana Goldman Sachs, secondo cui sono sotto osservazione speciale le guerre commerciali. "Mentre prevediamo riduzioni dei tassi in via cautelativa quest'anno, riteniamo che la tempistica e la portata di qualsiasi allentamento della politica siano incerte – dice Andrew Wilson, responsabile Emea di Goldman Sachs – e in qualche modo dipendenti dalle relazioni commerciali Usa-Cina: in ambito commerciale se i toni aggressivi o le azioni degli Stati Uniti dovessero surriscaldarsi, potremmo assistere a un allentamento della politica della Fed già da questa estate, ma se le tensioni commerciali dovessero raffreddarsi, pensiamo che la Fed attenderà di avere un quadro chiaro sui dati e abbasserà i tassi dall'autunno in poi".

Mariarosaria Marchesano

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