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Il relax dello spread non basta a convincere la Borsa

Il rischio si è ridotto grazie alla Bce, ma il mercato non se n'è accorto. Gli investitori non credono sia arrivata la fine delle doglie italiane

12 Luglio 2019 alle 11:04

Chi debutta a Piazza affari nel 2018

(Foto di Fred Romero via Flickr)

Milano. “Possiamo parlare di aste brillanti”, commenta soddisfatto Filippo Marmando di Mps Capital Services. “C’è stato un interesse ampio, vero, autentico da parte degli investitori che conferma il trend in atto da diverse settimane”. Vale per il Tesoro che, approfittando della caccia al rendimento dei gestori di tutto il pianeta, sta spuntando condizioni impensabili fino a pochi giorni fa. Così come la “carta” di Monte Paschi, già in quarantena, finita in blocco da Morgan Stanley che ha fiutato l’affare o l’emissione di Fineco, che ieri, a fronte di un’emissione per 300 milioni di euro, ha ricevuto prenotazioni per 2,5 miliardi. Altro che default. I signori del denaro si strappano di mano Bot e Btp, senza preoccuparsi se nel 2067, data di scadenza del titolo collocato in settimana, il debitore sarà solvibile o meno. Certo, la stagione dei tassi alla giapponese può sfociare in ben altri paradossi. Ci sono nell’Eurozona, ad esempio, 18 titoli spazzatura, quelli che le agenzie di rating giudicano non classificati, che vantano un rendimento negativo: chi li compra, lungi dal ricevere un interesse, è pronto a pagare qualcosa per il parcheggio. Ma prima di dar del matto a questi operatori, meditate sul fatto che il miglior affare in questi anni l’hanno fatto i gestori che hanno comprato i Bund a tassi infimi se non negativi. Paradosso per paradosso, sembra più difficile capire perché il rafforzamento dei titoli di stato italiani non si è ancora trasferito nei prezzi delle banche di casa nostra, dai magazzini stracolmi di ogni sorta di titoli pubblici, compresi Ctz e Ccteu, già considerati il tallone d’Achille del sistema del credito di casa nostra.

 

Perché la Borsa non rende il giusto merito alle banche di casa nostra, dopo il tiro al bersaglio degli anni più bui? Per carità, una volta tanto il sistema, dopo anni di emergenze, può guardare con sereno distacco ai dolori di Deutsche Bank. Non solo. Dai verbali dell’ultima riunione della Banca centrale europea emerge che Francoforte si sta preparando ad agire per sostenere l’economia del Vecchio continente tagliando i tassi di interesse o riavviando il programma di acquisto di asset, ovvero il Quantitative easing archiviato con troppa fretta l’inverno scorso nonostante le perplessità di Mario Draghi che, al momento del congedo, si prenderà un’ultima grande rivincita sui falchi. Perché, allora, le banche nostrane avanzano a piccoli passi o addirittura perdono colpi? Eppure, numeri alla mano, la situazione è migliorata non di poco. Negli ultimi dodici mesi, si legge in uno studio degli analisti di Equita, il valore delle banche italiane si è ridotto di un quinto abbondante, nonostante la cura dimagrante che ha consentito di smaltire il 36 per cento dei crediti deteriorati mentre il famigerato spread si è ridotto nello stesso periodo di 30 punti base.

 

Il rischio, dunque, si è ridotto, ma il mercato non se ne è accorto. Per capire il perché Equita, il broker di riferimento di buona parte degli investitori internazionali che operano in Piazza Affari, ha inviato al top manager delle banche un questionario da cui emerge che, a detta dei protagonisti, i rischi del sistema restano troppo alti per giustificare una maggiore fiducia. Per dirla con il linguaggio degli addetti ai lavori l’aumento del Rote (Return on Tangible Equity, cioè l’utile netto rapportato al patrimonio tangibile) “è considerato prioritario da due terzi dei top manager ma solo in una prospettiva di medio periodo, indicazione che gli investitori non ritengono credibile, mentre nel breve termine il 40 per cento dei partecipanti al questionario considera ancora necessaria una riduzione del profilo di rischio, che il mercato non incorpora in termini di maggior valore”.

 

Denaro facile ma le imprese non bevono

 

In parole povere, l’azione della politica monetaria, assieme al taglio dei costi e a una gestione più sparagnina degli impieghi (giustificata dal calo delle richieste di credito) ha senz’altro rafforzato il settore che chiuderà i conti del secondo trimestre (Intesa darà per prima i numeri a fine luglio) con 3,3 miliardi di utili contro i 2,8 del primo, ma l’aumento è in buona parte legato alle componenti straordinarie di  Unicredit  (850 milioni) e  Banco Bpm  (320 milioni). Nemmeno i nuovi finanziamenti previsti della Bce modificheranno la situazione perché i capitali serviranno per lo più a rinnovare le posizioni in scadenza. In parole povere, i banchieri non si attendono un aumento dei profitti a fronte di volumi di affari che restano sacrificati e “stentano ad accelerare” vista la condizione depressa della domanda delle aziende. Basti dire che a maggio, secondo i dati pubblicati da Bankitalia, i prestiti alle società non finanziarie sono diminuiti dello 0,2 per cento. Non basta, insomma, poter distribuire il denaro a prezzi calanti se manca la richiesta. E gli utili, ultimo paradosso, rischiano di essere snobbati.

Ugo Bertone

Classe 1953, torinese, laurea in giurisprudenza, ha lavorato all'ufficio stampa della Borsa in anni remoti, poi al Sole 24 Ore e alla Stampa. Ha partecipato all'avventura di Epf (Borsa & Finanza e Finanza & Mercati) e si è pure divertito. Ama l'economia reale, l'industria in particolare. Per questo preferisce le storie cinesi, rispetto alle miserie a tasso zero di casa nostra.

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