L'oro alla patria arriva dagli stranieri

Redazione

Dopo la fuga dell’èra gialloverde, gli investitori esteri tornano a comprare Btp

A ottobre 2018 Matteo Salvini annunciò: “Se lo spread aumenta non è un problema, gli italiani ci daranno una mano”. La risposta arrivò un mese dopo: l’asta dei Btp Italia, destinata ai portafogli delle famiglie che il leader della Lega immaginava pronte alla non molto augurante tradizione dell’oro alla patria, fallì collocando meno della metà dei titoli dell’emissione precedente. Consigliato dai suoi advisor no euro, i presidenti di commissione parlamentare Alberto Bagnai e Claudio Borghi, Salvini non arretrò: “Quando i mercati inizieranno a bastonare ci sarà bisogno di tutti voi, della vostra reazione”. Il risultato fu che l’asta successiva per i piccoli investitori fu annullata. Mentre la quota di titoli di stato in mano a stranieri scendeva ai minimi storici: il 24 per cento, secondo uno studio di Unicredit sul 2018 che affinava i calcoli di Banca d’Italia. Per Via Nazionale la parte di debito pubblico in mano ai non residenti era pari a 578 miliardi, quindi il 30 per cento (comunque in discesa), ma di questi oltre 100 miliardi erano ascrivibili a gestioni italiane domiciliate all’estero (Lussemburgo e Irlanda). In ogni caso il risultato non cambiava: fuga dai Btp sia dei piccoli investitori italiani sia dei grandi investitori stranieri. All’epoca lo spread oscillava attorno ai 300 punti (superato due volte a ottobre 2018) e questo, assieme alle intemerate anti euro dei leghisti al governo, era il principale rischio di un nuovo 2011. Per scongiurare il quale il ministro dell’Economia Giovanni Tria dovette fare del suo meglio mentre i rendimenti salivano tra il 2,5 e il 3,5 per cento, contro quelli bassissimi di tutta Europa. Ora la situazione si sta raddrizzando: a ottobre il Tesoro è tornato a offrire con successo Btp in dollari e altre emissioni estere sono previste nell’anno. La quota di debito in mano a stranieri è tornata al 33 per cento, nonostante i rendimenti siano circa un terzo dell’èra gialloverde, con lo spread intorno a 130. E si guarda al mercato retail italiano, puntando però sulla stabilità dell’investimento (il valore in quota capitale dei titoli migliora se non aumentano i tassi) e non sul patriottismo. E magari anche sul fatto che il mandato dei due presidenti di commissione Borghi&Bagnai scadrà a giugno.

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