Le Banche centrali si contraddicono e pensano a nuovi stimoli

Renzo Rosati

L’economia mondiale si sta abituando a essere assistita a tempo indeterminato dal soccorso monetario. In un mondo che vive a debito, attenti ai rating 

Roma. Gli interessi dei Bund decennali tedeschi sono tornati sottozero. Non accadeva dall’estate 2016 quando il Regno Unito aveva appena votato la Brexit e la Banca centrale europea attuava la fase 2 del Quantitative easing ampliandone importo e durata. All’epoca Donald Trump non era ancora stato eletto e il pil della Germania cresceva dell’1,9 per cento e accelererà nei mesi successivi. Anche negli Stati Uniti i tassi dei Treasury Bond decennali sono calati, al 2,42 per cento, rendimento più basso da inizio 2018: quando il pil aumentava a ritmi del 3-4 per cento, banche e aziende festeggiavano gli sgravi fiscali, i democratici non avevano ancora riconquistato la Camera e c’era stabilità tra Casa Bianca e Congresso. Un’èra fa. Eppure le due banche centrali, Bce e Federal Reserve, si sono rimesse a distribuire denaro facile, entrambe smentendo se stesse. La Fed, ha cancellato due rialzi dei tassi annunciati nel 2019, prevedendone per ora uno nel 2020. La Bce non parla più di aumento nell’anno in corso. Dopo avere posto fine il 31 dicembre agli acquisti di titoli pubblici, salvo ripristinarli, ha annunciato due nuovi programmi Tltro di finanziamento alle banche da girare all’economia reale e alle famiglie. Ma soprattutto Fed e Bce hanno avviato acquisti di obbligazioni senza grandi annunci, solo utilizzando i normali strumenti a disposizione. La munificenza dei banchieri centrali europei e americani è assecondata dalla Bank of Japan, dalla Bank of England (tassi fermi nel caos Brexit), dalla Bank of China alle prese con il rallentamento dell’economia e il deflusso di capitali esteri. Eppure le previsioni economiche per il 2019 e 2020 delle due maggiori istituzioni mondiali, Fmi e Ocse, vedono sì un rallentamento ma non una situazione da dovere giustificare il ritorno di massa al pronto soccorso monetario: per l’Eurozona l’Fmi ha ridotto la stima di crescita del pil 2019 di due decimali, all’1,6 per cento, con una lieve ripresa nel 2020. La stima degli Stati Uniti è invariata al 2,0, così come la Cina (6,2); il Giappone è dato in modesta ripresa (1,1 con contrazione nel 2020. Stesso trend, con variazioni di decimali, per l’Ocse. E anche il pil mondiale viene confermato in aumento nei due anni del 3,5-3,6 per cento. Dunque?

   

Oggi Mario Draghi parla a Francoforte, alla Bce, e si attendono indicazioni di scenario. La zona euro e l’Europa sono in affanno, naturale visto il lungo ciclo espansivo, ma non in maniera drammatica e non per tutti. La stessa Germania, che ha fatto la frenata più vistosa, ha sfornato ieri un indice Ifo, la fiducia delle industrie, di 99,6 punti, oltre le attese. La Francia marcia, la Spagna ancora più senza contare le performance dei paesi dell’est. Il caso a parte è naturalmente l’Italia, il cui trend di crescita del debito pubblico è inversamente proporzionale al pil, alla produttività e alla disoccupazione, altro che misure anti cicliche. Ma l’Italia non basta a giustificare il nuovo denaro facile (caso mai dovrebbe approfittarne) né un’eventuale quarta edizione del Qe. E’ più probabile che il nemico venga individuato nel caos su dazi e rapporti Stati Uniti-Cina ed Europa-Cina; e nei diversi ritmi di crescita. Il realtà la grande assente all’appello si chiama inflazione: nell’ortodossia monetaria l’aumento dei prezzi è sempre vissuto in simbiosi con quello dei tassi. Ma l’economia non è surriscaldata da nessuna parte del mondo: se siano state le politiche nazionali a mancare l’obiettivo di fare ripartire i consumi o le Banche centrali a sovrastimare gli effetti dei loro interventi è una questione per ora irrisolta. L’economia mondiale si sta abituando a essere assistita a tempo indeterminato dal soccorso monetario: a marzo il valore globale delle obbligazioni pubbliche e private ha superato i 250 mila miliardi di dollari, il triplo del pil mondiale. In un mondo che vive a debito gli esperti prevedono che diventino ancora più determinanti i rating: la tripla B dell’Italia, ultimo livello prima del junk, spazzatura, potrebbe non bastare più.

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