Ascesa di “Bombolo” Rinaldi, il più folcloristico dei no euro

Luciano Capone

Figlio di nobili e banchieri in lotta contro “l’establishment”, in cerca di un posto con la Lega per le europee

Roma. Non c’è solo il Movimento 5 stelle a flirtare con i “gilet gialli”. Antonio Maria Rinaldi, frontman televisivo dell’arcipelago no euro in cerca di un posto in lista con la Lega per le europee, aveva iniziato in tempi non sospetti. Qualche settimana fa, con uno dei suoi colpi teatrali, durante un talk-show aveva indossato un giubbotto catarifrangente in “solidarietà con il popolo francese” contro le politiche di Macron. Ora il rapporto con i ribelli transalpini fa un salto di qualità: sabato incontrerà due leader della “sollevazione popolare” che sta mettendo a ferro e fuoco Parigi insieme a Fabio Frati, sindacalista trotzkista del Movimento popolare di liberazione, e Mariano Ferro, già leader dei Forconi. Sembrerebbe il suo habitat naturale, tra anticapitalisti di destra e di sinistra favorevoli a blocchi e scioperi selvaggi, perché con quella sua parlata romanesca è l’esponente più folcloristico del movimento no euro.

    

Non a caso l’economista Alberto Bagnai, presidente della commissione Finanze al Senato della Lega, che un po’ lo guarda dall’alto in basso dal suo status di economista, tra i conoscenti lo chiama affettuosamente “Bombolo”. Ma quando dici a chi conosce il contesto privilegiato in cui è nato e ha vissuto che Rinaldi potrebbe essere l’interlocutore dei “gilet jaunes” in Italia, scoppia la risata. Perché Antonio Maria è il rampollo di una nobile e ricca famiglia romana.

    

Antonio Maria Rinaldi (foto Imagoeconomica)


  

Il padre è l’ex banchiere Rodolfo Rinaldi, rappresentante in Europa della Chase Manhattan Bank di David Rockefeller, e poi grazie alla sua vicinanza a Giulio Andreotti presidente del Banco di Santo Spirito e vicepresidente della Bnl. La madre era invece Isabella Rossini, una nobildonna con “un portamento regale e un timbro di voce sottile e raffinato” (dice il sito della fondazione a lei dedicato) proprietaria di una collezione di 400 abiti realizzati su misura dai principali stilisti italiani e internazionali (Valentino, Gucci, Yves Saint Laurent, Hermès, Chanel, Fendi, Ferragamo), tra cui non dovrebbero esserci gilet gialli.

     

Villa Rossini, la residenza di famiglia, era visitata regolarmente dai più importanti protagonisti del potere economico e politico della Prima Repubblica: De Mita, Fanfani, Cossiga, Dini, Nino Rovelli, monsignor Marcinkus dello Ior. Ora è sede della fondazione Isabella Rossini, presieduta dal marito Rodolfo e gestita dall’altro figlio Alessandro Maria e dalla sua famiglia, ma di cui non fa parte Antonio. Il fratello Alessandro Maria, che dicono essere “quello serio”, ha seguito in maniera più lineare la strada del padre e pare guardi con distacco e un certo imbarazzo al ruolo di Masaniello televisivo del fratello: è un finanziere, marito di Maria Laura Garofalo, ereditiera dell’impero di cliniche private Garofalo Health Care (da poco quotato in Borsa e di cui Alessandro Maria è presidente).

   

   

Non è che Antonio Maria – per gli amici “Bombolo” – se la passi male: vive in una grande e sontuosa tenuta romana, la “villa dei no euro”, non proprio rappresentativa delle condizioni delle periferie in rivolta. Un po’ come Gianluca Vacchi, lui è quello che in famiglia il successo l’ha ottenuto grazie ai social e alle apparizioni televisive: non balletti, ma intemerate contro la Bce. Ha ricoperto alcuni incarichi nelle banche fino a diventare negli anni Ottanta direttore generale della Sofid, la finanziaria dell’Eni. Ora si barcamena tra contratti di docenza in alcune università, prima Pescara – dove non gli è stato rinnovato il contratto – e adesso la Link Campus University, il tempio di Vincenzo Scotti, anche lui andreottiano come Rinaldi sr. e colonna del “governo del cambiamento” dopo esserlo stato della Prima Repubblica. Le docenze permettono a Rinaldi di farsi presentare in tv come “professore” ed “economista”, anche se la sua produzione scientifica è inesistente.

   

  

Un altro asset politico importante è quello di “allievo di Savona”, che gli ha consentito nei momenti più delicati della formazione del governo di rappresentare la voce del ministro più discusso, quello con cui proprio alla Link ha presentato il “Piano B” per uscire dall’euro. Solo che quando Savona è diventato ministro al governo si è portato Barra Caracciolo. Con Borghi alla Camera e Bagnai al Senato, Antonio Maria Rinaldi è l’unico leader no euro senza poltrona. Ha provato a capitalizzare la sua popolarità autocandidandosi alla presidenza di Consob, visto che con Marcello Minenna portato dal M5s il ballottaggio non era ritenuto arduo. Ma non se n’è fatto nulla. Ora, in vista delle europee, ci prova come voce dei “gilet gialli”: il rampollo di una famiglia di nobili e banchieri romani a capo della rivolta del popolo contro l’establishment politico e finanziario. Sembra la trama di un film dei Vanzina, ma sarà la scaletta dei prossimi talk-show di approfondimento.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali