Ospiti in servizio permanente

Andrea Minuz

Economisti, scrittori, soubrette, ma soprattutto opinionisti. Ritratto dell’Invitato fisso da talk show

Radicati nelle oscure profondità del carattere nazionale (l’inclinazione a trasformare in “discorso” ogni dato concreto, il gusto per l’improvvisazione, la teatralità), gli ospiti fissi dei talk show sono i veri eredi delle maschere della commedia all’italiana. Con l’idea di colmare almeno in televisione la distanza tra popolo ed élite, Antonio Maria Rinaldi ritrova quando è in forma la stessa verve d’un Bruno Cortona nel “Sorpasso”, d’un Alberto Nardi nel “Vedovo”, d’un Manuel Fantoni prestato alla finanza, all’economia o a qualcosa che gli assomiglia. La riflessione altissima, metastorica, necessaria di Massimo Cacciari ospite da Gruber o Floris o Formigli nutre da vent’anni l’immagine del filosofo che osserva con distacco e vaga tetraggine le sorti del paese per poi finire risucchiato in uno sbrocco epico di urla stridule con Belpietro e Sallusti sui migranti e le Ong. A “Propaganda”, Marco Damilano allenta le distanze tra il lettore organico dell’Espresso e quello antagonista di Internazionale, celebra le convergenze parallele tra l’informazione “libbera” e il pensiero critico, il cazzeggio e l’establishment giornalistico, la giacca e le t-shirt irriverenti, fuori tempo massimo, di Diego Bianchi, come in un’euforica saldatura tra la sinistra dei giovani e quella dei vecchi, anche se hanno tutti la stessa età, e daje con lo stacchetto reggae.

 

Sono i veri eredi delle maschere della commedia all’italiana. L’egemonia dell’opinionismo non conosce barriere

Nel mondo dopo la destra e la sinistra spetta agli ospiti dei talk show mettere in scena gli antagonismi perfetti

Qualche tempo fa da Floris si parlava dell’eventualità di inserire la spazzatura in bolletta sul modello del canone televisivo: “Embè?”, disse Rinaldi, “sempre monnezza è”. Un lampo di genio, un manifesto poetico, roba da pop-art. Rinaldi voleva farci riflettere: sguazziamo tutti dentro questa monnezza, io per primo, ci divertiamo tutti come matti. Floris non gradì la battuta. Ospite in studio a “L’aria che tira”, nel momento di massima tensione diplomatica tra Italia e Francia, Rinaldi si complimenta con Cazzola in collegamento: “Me fa piascere che indossi ‘a spilletta co’ la bandiera italiana”. “No guarda, veramente è quella francese”; Rinaldi ci resta male, “ritiro tutto”. Puro Bruno Cortona. Antonio Maria Rinaldi è in effetti l’ospite perfetto, l’archetipo dell’opinionista televisivo dopo il crollo dei corpi intermedi. In ogni programma porta in giro il suo personaggio (non le sue competenze-conoscenze), come Gassman, Sordi, Tognazzi che erano sempre Gassman, Sordi, Tognazzi in tutti i personaggi che interpretavano. Sempre disponibile quando la redazione lo chiama, capace di andare a braccio su ogni argomento, dalla flat tax al revenge porn (o di ricondurre ogni argomento ai disastri dell’euro); Rinaldi fa battute, improvvisa gag televisive, indossa in diretta il giubbotto catarifrangente, pronto per uscire dallo studio e andare a marciare sugli Champs Elysées. Il suo estro è un ingrediente prezioso in quel vasto sistema di ospitate televisive che trova nella compagnia di giro dei talk show la formula più compiuta.

 

Giornalisti, opinionisti, venerati maestri, attori, scrittori, registi, tantissimi economisti per professione o per passione, professori universitari, cantanti, avvocati, soubrette, non importa. L’egemonia dell’opinionismo non conosce barriere, ma la casta degli ospiti dei talk show è rigidamente piramidale. Ci sono i talk show del mattino, un’industria fondata sui buoni taxi e una florida economia circolare di ospitate gratuite. Lì si fa la gavetta, poi si può puntare al preserale di Gruber e Palombelli o ancora su, al prime time di Nicola Porro, Giletti, Berlinguer, Floris, Formigli, Diego Bianchi, chissà magari un giorno anche da Fazio. Al primo livello, “Agorà”, “L’aria che tira”, “Omnibus”, “Coffe Break”. I programmi del mattino sono le Frattocchie dei talk show, la scuola di formazione dove testare gli ospiti, sperimentare, mettere a punto i “personaggi”. Vale per i giornalisti, gli scrittori in promozione, vale per i politici. Per esempio, Vittoria Baldino, 30 anni, avvocato, parlamentare M5s, ultimamente invitata ovunque a parlare di diritti civili, reddito di cittadinanza, quota 100, grandi opere; come calabrese, all’occorrenza, risponde anche a domande sulla ’Ndrangheta. In una puntata di “Omnibus” sulla manifestazione unitaria dei sindacati contro “la manovra del popolo”, Vittoria Baldino spiega che “molte persone sono costrette a scendere in piazza coi sindacati e io penso che andrò lì per parlare con la gente”; “costrette da chi?”. “Eh…” risponde annuendo con l’aria non-posso-dirlo-ma-ci-siamo-capiti. Insomma, il personaggio c’è. Via col serale. Giletti la chiama per l’ennesima puntata del format infinito, “Orgoglio e vitalizio”: “Dottor Giletti la ringrazio per aver trattato oggi questo tema perché ci permette di chiarire come i politici vivono una realtà distante da quella di tutti i cittadini”, tradendo di non aver visto neanche una delle ultime duemila puntate di “Non è l’arena”, con o senza “Non”. Ma che importa. Basta lanciarsi. Come Francesca Donato, fondatrice e unica testimonial televisiva di “Eurexit”, “associazione no-profit, nata dall’incontro fra liberi professionisti e imprenditori”, a lungo reginetta sovranista ai matinée di La7, poi approdata al serale per confrontarsi sui temi caldi dell’economia e dell’immigrazione, la “schiavitù dei mercati” e la trojka, rilanciando ogni ospitata a gettone sul sito di Eurexit o su Twitter dove si chiama @Ladyonorato. La selezione nei talk si fa com’è ovvio anche sulla “bella presenza” e qualche rudimento minimo di “telegenia”; come diceva Boncompagni all’epoca dei casting di “Non è la Rai”: non devono essere belle ma “carucce”, “così il pubblico a casa si identifica”.

 

La scelta dell’ospite sembra frutto del caso o della disponibilità dell’“esperto” (e di fatto lo è), ma allo stesso tempo segue sempre una logica televisivamente implacabile. Gli ospiti costruiscono un gioco di echi, rimandi, libere associazioni. A “Stasera Italia” nella puntata sul caso Ramy si invitano Maria Giovanna Maglie e Vissani. A prima vista non si capisce bene perché ci sia Vissani, anche se nessuno ovviamente si pone più domande del genere. Eppure, tutto si incastra perfettamente. La Maglie si trascina dietro le polemiche per l’uscita poco elegante su Greta (“la metterei sotto con l’auto”, ottima quindi in quota “bambini” e “adulti cattivi”), mentre con Vissani si scivola subito da Ramy a “gli egiziani che fanno la pizza nei ristoranti italiani”. A quel punto, Barbara Palombelli lancia l’anteprima della puntata del “Maurizio Costanzo Show” dove Salvini incorona Ramy, nuovo italiano, “come se fosse mio figlio”, e infine, sotto lo sguardo commosso di Mara Venier, si celebra la riconciliazione nazionale con Mahmood. Siamo tutti egiziani, pardon italiani. Non ci ricordiamo neanche più della tragedia sfiorata, non ci ricordiamo più del rischio attentati in Italia: a Ramy casomai spetta il compito di ricucire la ferita aperta con Sanremo. Anche a “Cartabianca”, Bianca Berlinguer chiede a Mauro Corona l’opinione su Ramy (per l’occasione c’è anche un suo amico montanaro vestito da elfo padano che fa l’imitazione del fringuello); Corona spiega finalmente come fare lo ius soli ma soprattutto chiude definitivamente la lunga catena di immagini televisive della vicenda: Ramy addobbato da carabiniere da Fazio, Salvini vestito da poliziotto, Mauro Corona da guardia forestale. Ordine, territorio, immigrazione.

 

Una casta rigidamente piramidale. Ospitate gratuite ai talk del mattino: lì si fa la gavetta. Poi si può puntare al preserale

Vittoria Baldino, 30 anni, parlamentare M5s, invitata ovunque a parlare di diritti civili, reddito di cittadinanza, quota 100

Nel mondo dopo la destra e la sinistra spetta agli ospiti dei talk show mettere in scena gli antagonismi perfetti, dare forma iperbolica ai bisogni e ai desideri di un paese che esiste solo nella sua rappresentazione televisiva. Per esempio, Concita De Gregorio e Paola Taverna in split screen da Floris diventano subito una figurazione plastica dello scontro tra popolo ed élite. Concita spiega che Ramy e Adam sono già italiani perché parlano italiano, perché hanno chiamato al telefono i genitori in italiano, soprattutto perché “sognano in italiano”; Taverna non la segue, eppure Concita ci ricorda che sta per uscire un film libanese “di una regista donna”, un film “di una bellezza meravigliosa” in cui c’è tutto quello che dovremmo imparare sui bambini, la società multietnica, lo ius soli e a Paola Taverna non resta che giocarsi, “l’amici del liceo di mio figlio che so’ tutti stranieri”, che te credi aho.

 

Gli ospiti devono anzitutto amministrare e perpetuare sé stessi. Ospiti fissi, ospiti collaudati, ospiti a gettone, superospiti, come Macron intervistato da Fazio nei corridoi dell’Eliseo. Il giornalista si trasforma prima in opinionista poi in conduttore, infine in testimonial del suo gruppo editoriale, come in tutti i collegamenti con Sallusti, Travaglio e Belpietro piazzati davanti al cartellone con il logo del quotidiano, come con le interviste agli allenatori a fine partita. “L’universo degli invitati permanenti è un mondo chiuso di interconoscenze che funziona in una logica di autorafforzamento permanente”, scriveva Pierre Bourdieu alla metà degli anni Novanta nella sua corposa riflessione sociologica dedicata alla televisione. Bourdieu si stupiva di come nei dibattiti tra politici e giornalisti venisse fuori, a volte in modo plateale, la prossimità delle due sfere, il fatto insomma che “tutti si conoscono benissimo e agiscono come compari”. Bourdieu portava come esempio un confronto televisivo in cui Attali si rivolgeva a Sarkozy chiamandolo, “Nicolas”, “con un attimo di esitazione tra il nome e il cognome”. Il grande sociologo francese non aveva ancora visto nulla. “Scusa Massino”; “permettimi Lilly”; “Io, Luigi e Matteo ci confrontiamo su tutto”; “sono d’accordo con Claudio”, come dice Massimo Giannini rivolto a Claudio Bisio, invitato a “Otto e mezzo” per analizzare il voto in Basilicata, quale “esperto di politica ma anche come protagonista di ‘Benvenuti al sud’”, spiega giustamente Lilli Gruber. Non ci sono solo sempre gli stessi ospiti. A volte c’è anche lo stesso pubblico. Pochi giorni fa, un articolo pubblicato sul sito “TvBlogo” raccontava in dettaglio con tanto di documentazione fotografica l’affannoso girovagare degli stessi spettatori da uno studio all’atro, a volte anche nella stessa giornata, divisi tra “L’aria che tira”, “Piazza pulita” e “La vita in diretta”. Davanti al conduttore gli stessi ospiti, alle sue spalle le stesse facce. Il cerchio si chiude.

 

La trasformazione del giornalismo in opinionismo a gettone si lega alla nascita delle agenzie che gestiscono le ospitate televisive, come “Visverbi”, un’evoluzione del “sistema Beppe Caschetto”. “Siamo diversi dagli agenti delle star. Abbiamo a che fare con giornalisti, veicoliamo contenuti”, dicono le fondatrici, Barbara Castorina e Valentina Fontana, “e poi non lavoriamo sulle singole ospitate ma su un percorso di crescita professionale”. Come quello di Andrea Scanzi, tra i clienti dell’agenzia: “Quando Scanzi arrivò da noi era uno che andava già in tv ma aveva bisogno di trovare un percorso suo, per prima cosa gli abbiamo detto di non andare più in tv per un certo periodo, poi abbiamo insistito perché scrivesse il libro sui 40enni, poi La3 gli ha chiesto di fare il programma ‘Reputescion’, poi è arrivato il contratto con ‘Otto e mezzo’ per delle presenze fisse”.

 

I talk show sono un po’ come i film italiani celebrati ai David di Donatello: più calano negli ascolti, più invadono i palinsesti, più definiscono uno star system chiuso e autoreferenziale; se ne fanno troppi, con pochi soldi, poche idee e sempre con gli stessi quattro attori. Pochi attori per tantissimi film, pochi ospiti per nutrire tutto l’ecosistema dei talk show. Qualche anno fa Matteo Renzi osò chiamarli “i professionisti dei talk show”. Come ricorderete, si arrabbiarono tutti. Renzi ce l’aveva con la compagnia di giro dei “presunti esperti” che vivono di talk-show, nei talk show, per i talk-show; ce l’aveva con una rappresentazione del paese che esiste solo nei format che raccontano la nostra politica: “Non si crea lavoro andando nei talk show”, “gli italiani non vedono l’ora di avere la banda larga per scaricarsi i talk show”, fino alla celebre stoccata a Floris e Giannini: “I talk-show del martedì fanno meno dell’ennesima replica di ‘Rambo’ in tv” (e vorrei vedere). La guerra contro i talk show fu una prova generale dell’inevitabile sconfitta del 4 marzo, anche perché nei talk show ci andava e ci va anche lui.

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