No euro allo sbando

David Allegranti

Bagnai e Borghi sotto assedio dopo la manovra con il 2,04 si giustificano, ma non funziona

Roma. I No Euro, si sa, sono ostici. Alle elezioni politiche del marzo scorso hanno votato per la Lega, che si era fatta garante di un programma di governo che prevedeva l’uscita dall’euro. Adesso però che Matteo Salvini li ha smentiti e che la proposta di manovra, con un colpo di situazionismo, è passata dal prevedere il rapporto deficit/pil al 2,4 per cento a prevederlo al 2,04 per cento, la loro fede nel santone Alberto Bagnai e nel santino Claudio Borghi inizia pesantemente a vacillare. Il 12 dicembre, alle 5,21 di mattina, prima della capitolazione nella trattativa con l’Unione europea, il senatore Bagnai twittava un lancio d’agenzia de LaPresse: “Fonti di Palazzo Chigi smentiscono le voci su una possibile modifica della percentuale di deficit fino al 2 per cento”. Gongolante, Bagnai annunciava: “Io sono un santone che esige cieco fideismo dagli adepti solo perché chiede che prima di profferire petulanti querimonie attendano riscontri fattuali. Chi si beve resoconti tendenziosi dei nostri nemici politici invece è un accorto e raffinato animale politico. A posto così”.

 

  

Molto fiato sprecato, il giorno dopo è arrivato l’esito della trattativa: dal 2,4 al 2,04. “Attendiamo fiduciosi”, ha scritto l’utente Ubaldo Lorenzo, aprendo le danze dei No Euro e dei sovranisti che avevano sperato nel “governo del cambiamento” e che ora sono molto incazzati. “Sono nella vostra stessa condizione. Nelle mie carte c’è ancora il 2,4 ed è scritto con l’inchiostro normale”, ha risposto Bagnai, mortificato. “Il 2,04 è ridicolo, è un insulto all’elettorato, penso che Lei se ne renda ben conto”, ha replicato Andrea Miotto, sovranista con la bandierina dell’Italia accanto al nome. “Ho votato Lega perché la sua presenza, assieme a quella di Borghi, mi rassicurava sulla posizione netta nei confronti dell’Ue. Spero che da parlamentari prendiate le distanze da questa decisione”. Bagnai ha preso nota delle lamentele e dopo parecchie ore di silenzio ha scritto un lungo post sul suo blog (che potrebbe essere riassunto nel solito “E allora il Pd?”) con cui ha cercato di spiegare che c’è una strategia, solo che il povero elettore non è tenuto a conoscerla: “Voi, che avete meno informazioni di me, siete liberi di leggere questo risultato come una mia sconfitta: quando si dà un parere, può darsi che non venga ascoltato, e questo, certo, in linea di principio potrebbe ulcerare la vanità di qualche eguccio debole. D’altra parte io, che ho meno informazioni di Conte, non me la sento di esprimere un giudizio sulla sua scelta”. Anche Borghi è stato costretto a spiegare: “Aspetto i dettagli. Io come sapete avevo consigliato di fare altro. Non sempre i consigli vengono accettati. Succede. De resto se si delega si delega”.

 

Feroci le repliche: “Ho sostenuto il governo in tutti i modi. Oggi avete perso tutto. Dignità, consenso avete perso noi. Ci avete umiliati… Ho perso ogni speranza, ho chiuso”, ha scritto Julia&Winston. “Signor Borghi, molti elettori la facevano portavoce di idee economiche nuove. Asserire che ora non la ascoltano è come dire che è uno specchietto per le allodole. Ha attirato elettori e ora… ‘non mi ascoltano!’. Non crede che affermazioni del genere siano una fucilata negli zebedei?” (Paul Paeven). “Ci aspetteremmo più di un commento. Questa non era una decisione secondaria, ma una decisione politica fondamentale. Il 2,4 per cento doveva essere la linea del Piave, e già era moderato. Il governo ha completamente calato le braghe. Spiace dirlo, ma è così” (Luca Tibaldi). “Il fatto che propri i suoi consigli non vengano accettati, e che sia lei che Bagnai sembriate piuttosto all’oscuro di quello che accade, non è per niente rassicurante e non è di certo quello che, chi vi ha votato con tutto il cuore, desidera. I dettagli non contano più” (Linda Nataloni).

 

“Borghi, è evidente che in questo quadro le sparate di Salvini sul fogno (refuso o battuta? Chissà, ndr) europeo avevano un solo significato. Se lei e Bagnai volete conservare un minimo di credibilità dovete dimettervi dal partito” (Laura). E via così. C’è da capirli, questi No Euro. Volevano essere fuori dall’euro e sono ancora lì. Volevano mangiarsi lo spread a colazione e spezzare le reni all’Europa, alla fine la parte dei pancake l’hanno fatta loro. Adesso c’è solo da aggiornare le scalette dei palinsesti. Che ci sta a fare, a zonzo per i talkshow, il pacchetto di mischia Rinaldi-Bifarini-Onorato? Già prima non si capiva a che titolo fossero un giorno sì e l’altro pure in tv, figurarsi adesso.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.