La manina di Laura Castelli

Valerio Valentini

Vita, opere e pensieri di Massimiliano Gambardella, la migliore tra le “menti migliori” di cui la sottosegretaria all'Economia si circonda

Il riflesso pavloviano, in Transatlantico, ormai è consueto. Ogni volta che passa lui, tutti quanti si voltano a cercare il viso di lei. Perché in fondo quella varia umanità di parlamentari, cronisti e altri più o meno improbabili, più o meno anonimi figuri che s’aggira tra i marmi bianchi e rossi e i divanetti in pelle bordeaux di Montecitorio, sa bene che quando compare Massimiliano Gambardella vuol dire che lì nei paraggi, immancabilmente, s’aggira anche Laura Castelli. E lui, chissà quanto inconsapevole del suo ruolo di messo annunciatore, un po’ deve compiacersi, certo, di questa luce riflessa che gli si riversa addosso; ma pure rassegnarsi, gli tocca, al compito ingrato di intercessore paziente, di ascoltatore delle lagnanze e delle richieste altrui da riportare, poi, alla sottosegretaria all’Economia.

 

Del resto, quanto il suo operato sia fondamentale lo si è visto, plasticamente, il pomeriggio dell’11 di ottobre scorso, un giovedì, quando la Camera era chiamata ad approvare la risoluzione di maggioranza alla nota di aggiornamento al Def, e lui, Gambardella, di solito così compassato e indolente all’apparenza, s’era d’incanto trasformato nella copia ipercinetica di sé stesso: e andava avanti e indietro, e squadernava i fascicoli che teneva sotto il braccio, e trafficava con lo smartphone e parava accuse imprecisate (“Questo non l’ho scritto io”), e s’affrettava a cercare un rimedio, mentre anche i due capigruppo, Francesco D’Uva e Riccardo Molinari, s’avvicinavano un po’ inquieti al tavolinetto su cui si approntavano le correzione dell’ultimo minuto. E poi subito, coi fogli corretti, inseguiva la Castelli, e neppure lui riusciva a trovarla. “E’ entrata, è entrata”, gli suggerivano infine. E allora lui provava a seguirla, sennonché i commessi lo bloccavano sulla soglia dell’Aula: “Eh no, proprio non può entrare. No, no, non insista. Anche se è un collaboratore. Solo i deputati possono accedere”.

 

 

Gambardella (a destra) e Castelli in viaggio verso Rimini nel settembre del 2017 (foto Facebook) 

 

E’ lui, la manina di Laura. Quella riservata e però sempre presente, al punto che ormai anche i ministri della Lega hanno imparato a familiarizzare con la sua figura più che col suo nome. “Gambardella chi? Mai sentito”, ti rispondono infatti quando gli chiedi informazioni. Ma poi appena glielo indichi, riconoscono subito la sua zazzera grigiastra comparsa di recente anche nelle riunioni più delicate, intorno al tavolo con Giuseppe Conte e Giovanni Tria, sempre accanto alla sottosegretaria, quando c’era da limare i dettagli della manovra. “Quasi solo di lui si fida, Laura”, dicono ai piani alti del M5s. Esagerano, forse. Ma è un fatto che nella sindrome da accerchiamento da cui la Castelli un po’ si sente davvero afflitta, a Via XX Settembre (“Manco un portavoce mi fa prendere, quello”: dove quello sta per Tria), il prode Gambardella, quarantenne napoletano, è tra i pochissimi a cui la sottosegretaria si sente tranquilla nel confessare tutto e chiedere consigli. E insomma di quel “fior fiore di staff” che la supporta, tra “le migliori menti di questo paese” da cui la Castelli dice di essere “circondata”, Gambardella è senz’altro il punto di riferimento: il più brillante dei cervelli brillanti che rischiavano di essere distrutti dalla pazzia.

 

“Napoletano-europeo”, dice lui di sé. Ex ricercatore in Economia a Parigi, è ormai il consigliere più fidato della contabile di Collegno

Cervello in fuga, come si confà alle “supereccellenze” a cinque stelle, salvato dall’esilio forzato proprio grazie all’avvento di Beppe Grillo. E’ infatti da Parigi (“Ero un emigrante 2.0, non con la valigia di cartone ma con un laptop sotto il braccio”, dice di sé), che Gambardella costruisce le premesse per la sua discreta ma folgorante ascesa nella gerarchia invisibile del Movimento. E’ dal suo striminzito appartamento da ricercatore e giovane docente fuori sede, a due passi da Belleville, che all’inizio del 2013 l’allora 35enne attivista del MeetUp parigino “Les amis de Beppe Grillo” – una laurea in Economia e commercio all’Università Parthenope seguita da un PhD a Paris Ouest, e una passione, divenuta col tempo specializzazione, per ciò che riguarda l’apertura del diritto d’autore e l’uso delle free licences – s’incaponisce nella sua battaglia di superare gli ostacoli bizantini che rendevano quasi impossibile presentare le liste del M5s nelle circoscrizioni estere in vista delle elezioni di fine febbraio. Raccoglie i moduli, litiga coi consolati, fa sopra e sotto tra l’Italia e la Francia: entra in contatto, in quelle frenetiche settimane, anche con Paolo Ferrara, futuro capogruppo del M5s in Aula Giulio Cesare, e Roberta Lombardi, che acconsente a che le migliaia di firme raccolte oltreconfine vengano spedite nel suo ufficio, nell’attesa del deposito ufficiale (“Rischiando peraltro il licenziamento”, racconterà poi lei, ripensando al suo lavoro nell’azienda di mobili di lusso dove certo non dovettero essere troppo contenti di quel viavai di plichi e scatoloni). Insomma, si fa notare. Al punto che, nello Tsunami Tour che precede il trionfo, il Beppe lo vuole come presenza fissa sul palco, lo presenta alle folle plaudenti come “un personaggio straordinario”. E lui si gode quella fama, quel tripudio di applausi che sembra dovere essere preludio di uno scranno alla Camera.

 

 

 

E invece no. La sua elezione resta in bilico per alcune ore, durante le quali lui comunque, dal quartier generale romano allestito in una sala dell’Hotel Saint John, a San Giovanni, per seguire lo spoglio, pensa bene di dichiarare a nome del Movimento: “Grillo viene qui? Può farlo, ma comunque alle consultazioni al Quirinale, con Giorgio Napolitano, andranno i capigruppo”. Finisce male, ma anche bene. Perché, nonostante la mancata vittoria personale alle urne, comincia subito a collaborare più o meno fattivamente con la commissione Bilancio. E’ la metà di maggio, ad esempio, quando inoltra agli amici dei MeetUp europei un messaggio allarmato della neodeputata Castelli: “Ragazzi... urgente... riusciamo a scrivere un testo per togliere il paletto del patto di stabilità per i comuni... una bozza?”.

 

Ma non c’è solo la sua evidente fiducia nell’intelligenza collettiva, a favorirlo; c’è pure, dicono, la sua storica vicinanza a Roberto Fico, fondatore del MeetUp napoletano a cui Gambardella s’iscrisse prima di lasciare l’Italia, nel 2007. E anche per questo, oltreché per il “suo esuberante egocentrismo”, dice chi di quella commissione Bilancio faceva parte, finisce presto con l’attirarsi le inimicizie di parlamentari e attivisti. C’è perfino chi ripesca un suo vecchio sito internet,

Nel 2013 si batte per la presentazione delle liste del M5s all’estero. Grillo lo esalta, ma alla fine non viene eletto alla Camera

figlio di una iniziativa goliardica con alcuni amici napoletani, in cui si spacciava per un nobile di antico blasone, oscuro diplomatico, e rinfacciandogli pure una sua passata presidenza della sezione giovanile del Rotary Club di Castel Dell’Ovo giunge subito, con quella cautela nel giudizio tipicamente grillina, alla conclusione che “Gambardella è un massone”. Segno, comunque, di tensioni e invidie latenti, che deflagrano pochi mesi dopo, a inizio 2014, quando si pone il problema di rafforzare la squadra degli assistenti parlamentari. “A lui, però, la Castelli riservò subito una corsia preferenziale, fissandogli perfino dei finti colloqui, come quello del 27 gennaio nell’Ufficio dell’allora capo del legislativo, Emanuele Montini, prima ancora di lanciare un call”. Questo racconta chi visse da vicino quel passaggio assai controverso – per altri, infatti, Gambardella era semplicemente “il più bravo e affidabile di quelli che già conoscevamo”, e tanto bastava. Come che sia, la polemica si trascina per mesi, la sua assunzione resta formalmente sospesa e finisce addirittura all’ordine del giorno in una assemblea dei portavoce nella Sala Tatarella di Montecitorio, ad aprile, in vista della quale Tiziana Ciprini, deputata umbra che segue da sempre le tematiche legate al lavoro, illustra in questi termini ai suoi colleghi il problema: “divieto di assumere a qualsiasi titolo i trombati delle elezioni per evitare favoritismi e di alimentare conflittualità sui territori”.

 

Finisce tutto in una grande nuvola di niente. Gambardella viene arruolato nell’Ufficio legislativo e messo a seguire i lavori della commissione Bilancio: stimato da molti, nel gruppo, ma soprattutto da lei, la contabile di Collegno un tempo custode dell’ortodossia delle origini barricadere che nel frattempo fiuta l’aria che cambia e comincia piano piano ad avvicinarsi all’ala pragmatica di Di Maio, portandosi dietro anche il suo fidatissimo “Max”, col quale d’altronde la sintonia è perfetta, forse anche per quelle ambizioni da commercialisti che entrambi hanno coltivato – lui ha portato a termine un tirocinio a Napoli, lei ha lavorato, per sua stessa ammissione, “nello studio di famiglia che si occupa di contabilità varie” – e che entrambi hanno poi precocemente abbandonato. Ma ammesso che ci siano stati, questi favoritismi, Gambardella fa poi di tutto per meritarseli quantomeno ex post. Lavora sodo, talvolta “fino a notte fonda”: così vuole l’épos grillino. “Pignolo e infaticabile”, lo descrive anche chi non pare stimarlo troppo.

 

Keynesiano e antisalviniano, predicava anche lui l’uscita dall’euro. “Candidarmi? Preferisco fare il tecnico”

E’ insomma lui il più ascoltato tra i collaboratori dell’Ufficio legislativo in campo economico: lui insieme a Ulisse Spinnato Vega, finito ora a fare da portavoce nientemeno che a Danilo Toninelli. “Tutti abbiamo sfogliato – confessano i deputati del M5s – almeno una volta in questi anni, i fascicoli degli emendamenti a una qualche legge corredati dalle correzioni e dai suggerimenti di Max”. Forse lo ha fatto anche Giulia Di Vita, la deputata che nel luglio del 2016 protestò contro il governo del Pd con un tweet subito rilanciato dallo stesso Gambardella: “Riciclate la social card del 2012 e la chiamate ‘reddito minimo d’inclusione?’”. Ridicolo, in effetti, verrebbe da dire: non fosse che poi è la stessa soluzione che pure il M5s riciclerà, sempre ammesso che queste schede alla fine vengano davvero stampate da qualcuno – precisiamo che al momento in cui questo giornale va in stampa, non se ne ha ancora notizia. E pure contro il “Def senz’anima” di Pier Carlo Padoan se la prende, nell’aprile del 2017: “in caso di privatizzazioni – osserva Gambardella in quei giorni – troppo spesso pensano solo al flusso di cassa, senza tenere conto delle conseguenze sul lungo periodo”; e poi “gli investimenti pubblici che restano al palo”, e poi la mancata spinta “sul pedale dell’innovazione”: e qui ci fermiamo, perché il gioco diventerebbe sennò fin troppo facile.

 

E’ versatile, comunque Gambardella: e non a caso collabora anche con l’amministrazione capitolina, specie nei mesi del gran debutto di Virginia Raggi, e in particolare con Flavia Marzano (l’assessore a Roma semplice e alla sedicente smart city), con la quale Gambardella aveva collaborato in alcune ricerche accademiche.

“Max? Affabile ed educato”, a detta di chiunque – e sono tanti – ha dovuto prima o poi cedere ai suoi inviti a bere un caffè: fatto rigorosamente, però, con la sua moka personale in ufficio. Vezzo da napoletano, ancorché “napoletano-europeo”, come lui ama definirsi. E forse è un residuo di partenopeismo inveterato pure quel certo odio antisalviniano che oggi non può sfogarsi per evidenti ragioni di opportunità politica, ma che fino a poco tempo fa si esprimeva in gag con gli amici campani in cui si invitava il segretario della Lega a partire dalle base della cultura locale, prima di venire in cerca di voti (“Magnt ‘na pizza!”), o al contrario si invitavano, via Twitter, i cittadini palermitani a ribellarsi contro le incursioni elettorali del leader del Carroccio (#cacciamoliacalci).

 

“Uno low profile”, dicono i leghisti. Nel M5s non tutti lo amano. La sua assunzione generò il caos: “Non possiamo riciclare i trombati”

La sua, del resto, è senz’altro una formazione di sinistra. Keynesiana in senso classico. E non a caso è lui a suggerire alla Castelli sia la passione per i moltiplicatori sia, par conséquent, i profili di Pasquale Tridico e Andrea Roventini, poi promossi a fantaministri del governo a cinque stelle; e non a caso è lui a fare gli onori di casa nel convegno sullo “Stato innovatore” – presenti anche Giovanni Dosi e Mariana Mazzucato – che di fatto, nel maggio del 2017, getta le basi del programma economico grillino di lì alle elezioni del marzo scorso. Un programma dal quale, ovviamente, scompaiono le ricette di ritorno alla lira, benché quella suggestione anche Gambardella, come pure la Castelli, l’abbia frequentata a lungo, e propagandata, perfino: così, il 17 gennaio del 2015, lo si incontra a Pomigliano d’Arco, nella sede più prestigiosa del M5s, a parlare dei problemi legati alla politica monetaria di Bruxelles in una assemblea pubblica durante la quale si raccolgono le firme per indire un referendum in favore dell’uscita dall’Euro.

 

Altri tempi, però. Quelli in cui ancora non ci si credeva davvero all’idea di trovarsi, un giorno neppure così lontano, a governare il paese. Quando si approssimano le politiche del 4 marzo, Gambardella deve farcelo, un pensiero, a una possibile candidatura. Qualcuno, tra attivisti e deputati, glielo chiede. Ma lui è categorico: “Preferisco mantenere un ruolo di tecnico”, dice forse con l’eco nelle orecchie della frase più o meno simile che, negli incontri riservati prima delle elezioni, la stessa Castelli ama ripetere: “Mi ritengo un tecnico”. Ma lei si candida, lui no. Lui, però, viene comunque promosso “Capo Area Economica – Ufficio Legislativo Gruppo Parlamentare alla Camera”, qualunque cosa significhi. “Uno molto low profile”, spiegano adesso i leghisti. “Un topo di biblioteca”, aggiungono. E se gli si riporta quello che la Castelli racconta di lui – che, cioè, è semplicemente il migliore – se la cavano perfino troppo facilmente: “Questo lo dice lei”.