Palazzo Chigi, Consiglio dei ministri. Alfonso Bonafede, Giuseppe Conte, Giovanni Tria, Giancarlo Giorgetti (foto Roberto Monaldo / LaPresse)

Siamo sovranisti: America o Cina, purché ci facciano l'elemosina

Luciano Capone

Diventare partner strategico di due potenze in guerra commerciale tra loro. Cosa non torna nel piano del cambiamento

Roma. Ad animare la politica internazionale del governo legastellato sembra esserci una riedizione del guicciardiniano “Franza o Spagna, purché se magna” che, aggiornato allo scenario geopolitico del XXI secolo, fa così: “America o Cina, purché ci facciano l’elemosina”.

 

Solo un paio di mesi fa il presidente del Consiglio italiano veniva accolto con tutti gli onori alla Casa Bianca e presentato da Donald Trump alla stampa internazionale con un “my friend Giuseppi”. Tra Conte e Trump c’era perfetta intesa, anche perché il governo italiano si era completamente appiattito sulle posizioni dell’amministrazione americana, rinunciando ad alcuni punti fondamentali del “contratto di governo”. Ogni richiesta di Trump è stata recepita: aumento delle spese militari nell’ambito della Nato (Trump ha detto “You got to pay”, Conte ha risposto “Yes”); niente ritiro delle sanzioni alla Russia (Trump ha detto “Sanctions on Russia will remain”, Conte ha risposto “Yes”); costruzione rapida del gasdotto Tap (Trump ha detto “I hope you’re going to be able to do that competing pipeline”, Conte ha risposto “Yes”); abbattimento dei 31 miliardi di dollari di avanzo commerciale italiano nei confronti degli Stati Uniti (“We will reduce our trade deficit with Italy substantially” ha detto Trump, Conte ha risposto “Yes”). In cambio di tutti questi sì, secondo le convinzioni della maggioranza giallo-verde opportunamente rilanciate dai megafoni della stampa amica, il governo avrebbe ottenuto l’impegno di Trump ad addomesticare la bestia dello spread quando con la fine del Qe non ci sarà più la rete di protezione della Bce. Al governo ne sono convinti: al momento opportuno Trump dirà ai fondi americani di comprare i titoli di stato italiani, garantendoci i rifornimenti e le munizioni per proseguire la nostra guerra contro l’Europa matrigna.

 

Sembra un piano ben congeniato. Si scontra però con un problema logico: se davvero Trump ha in comune con i sovranisti l’ostilità nei confronti dell’Europa, non gli converrebbe affatto salvare l’Italia ma piuttosto usarla come grimaldello per scardinare l’Eurozona. Allo stesso modo ai fondi americani conviene venire in Italia a fare shopping dopo un collasso. Per il momento infatti, da quando a fine maggio lo spread è schizzato attorno ai 300 punti, il tanto evocato soccorso dei fondi a stelle e strisce non si è visto, anzi: i dati della Banca d’Italia parlano di una fuga degli investitori internazionali dall’Italia nell’ordine di 72 miliardi in due mesi.

 

Ma questa piccola incongruenza è nulla rispetto a ciò che sta accadendo in questi giorni con la missione del ministro Tria in Cina. L’audace strategia di politica internazionale del governo del cambiamento consiste nel voler diventare partner strategico e privilegiato, contemporaneamente, di due potenze che in questo momento storico sono impegnate in una dura guerra commerciale. In questo che sembra un giro delle sette chiese, con qualcuno che invoca persino l’aiuto della malandata Russia, il ministro dell’Economia sta mantenendo un certo contegno. Al quotidiano cinese “Guangming” ha dichiarato di non essere a Pechino per piazzare il nostro debito (“Gli investitori cinesi valuteranno se acquistare i titoli italiani”) ma per rafforzare i rapporti economici tra i due paesi. E su questo punto ha criticato il protezionismo di Trump: “Le politiche protezioniste non giovano all’economia e in genere portano danno a tutti i paesi coinvolti. – ha detto Tria – L’economia italiana sarebbe sicuramente danneggiata dall'affermarsi di politiche protezionistiche, sia direttamente sia indirettamente”.

 

Il problema è che solo due mesi fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte era da Trump a criticare le regole del Wto troppo favorevoli alla Cina: “Applicare le stesse regole dopo anni con i privilegi concessi a un paese emergente significa chiaramente avere un sistema che non è ben funzionante e non è ben razionale”. Inoltre nel contratto di governo firmato da Di Maio e Salvini la Cina compare una sola volta, per dire che l’Europa non deve attribuirle lo status di economia di mercato. Naturalmente anche questa posizione, come avvenuto per tante altre dopo l’incontro con Trump, potrebbe cambiare se solo Pechino acquistasse un po’ di Bot o facesse investimenti con la sua “One Belt and One Road Initiative”.

 

Franza o Spagna e America o Cina sono in fondo la versione geopolitica del “non siamo né di destra né di sinistra” del governo dei sovranisti bisognosi.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali