cerca

Un dignitoso disastro

Il primo decreto lavoro-imprese del governo gialloverde promette di mettere l’Italia fuori mercato. Meno investimenti e imprese ingessate. Girotondo tra esperti e imprenditori

4 Luglio 2018 alle 12:26

Un dignitoso disastro

Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Giancarlo Giorgetti (foto LaPresse)

Un debutto disarmante

di Elsa Fornero (Università di Torino)

Diamo per scontato che le intenzioni del ministro del Lavoro nella stesura del decreto “dignità” siano buone (ed è già molto, visto che un simile atteggiamento non ha mai contraddistinto né il ministro, né gli esponenti del Movimento 5 stelle e meno che mai quelli della Lega, per i quali gli avversari politici sono in generale “nemici del popolo” asserviti a interessi stranieri o delle élite e comunque insensibili a quelli degli “italiani”).

 

Bastano le buone intenzioni per produrre buoni risultati? Senza scomodare il detto secondo il quale “di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno”, in che misura il decreto potrà conferire dignità ai lavoratori, senza ridurne, e magari aumentandone, il numero? Pur abbandonando ogni pregiudizio negativo (ci vuole un po’ di sforzo, ma l’onestà intellettuale aiuta) la risposta è scoraggiante.

 

Anzitutto il decreto sconta un tasso di incoerenza francamente disarmante: da un lato, restringe le possibilità di ricorso ai contratti a termine e ne aumenta il costo, elementi che di per sé ben difficilmente potranno portare a un aumento della domanda di lavoro, anche in un ambiente macroeconomico relativamente favorevole; dall’altro, rende più costoso, irrigidendolo, il contratto di lavoro a tempo indeterminato, quello che dovrebbe, per ipotesi, conferire maggiore dignità al lavoro e che pertanto dovrebbe, secondo gli obiettivi del governo, assorbire una maggiore quota di contratti, sostituendosi al tempo determinato.

 

E qui c’è una prima lezione per i nuovi governanti: a dispetto di tutta la loro impazienza nel volere risolvere i problemi “degli italiani”, il decreto mette a nudo in modo eclatante che gli italiani non hanno tutti i medesimi problemi e che, in particolare, quelli delle imprese non coincidono, almeno nel breve termine, con quelli dei lavoratori. Mentre le promesse della campagna elettorale, che ignorano vincoli di bilancio e costi-opportunità, possono essere tali da generare in tutti aspettative positive, la politica è l’arte dell’equilibrio tra interessi contrapposti, e il governo deve decidere se vuole cercare di aumentare l’occupazione (come, sia pure in modo lento e accidentato, è comunque avvenuto in questi anni) oppure sventolare le bandiere della retorica, ottenendo risultati opposti a quelli sperati.

 

Non solo: talvolta il conflitto di interessi è in capo agli stessi soggetti, nel senso che gli interessi dell’oggi divergono da quelli di medio periodo: non è detto, per esempio, che per i lavoratori la combinazione di due lavori meno tutelati (a tempo parziale) nella stessa famiglia non sia da preferirsi rispetto a un solo lavoro più tutelato.

 

Il decreto appare così fortemente sbilanciato a danno delle imprese e non ha quindi molto senso dire (come pure è stato detto) che il provvedimento è “a costo zero”. Magari esso non comporta costi immediati per il bilancio pubblico, ma i costi per famiglie e imprese potranno essere salati. E lo saranno, in assenza di cambiamenti, per il probabile effetto di riduzione della domanda di lavoro, senza il beneficio della sostituzione di lavoro con maggiore dignità (a tempo indeterminato) a scapito del lavoro avente minore dignità (tempo determinato), ammesso che l’assioma sia sempre valido. Ma c’è di più: il decreto infatti peggiora l’ambiente economico sfavorendo gli investimenti, in particolare di imprese estere che vogliano insediarsi in Italia. Chi mai vorrà investire in Italia se a fronte di possibili incentivi (peraltro indefiniti) c’è la prospettiva di dovere non soltanto restituirli ma anche di corrispondere multe e interessi elevati? Insomma, anche per il governo del cambiamento la strada della soluzione dei problemi si presenta, a dispetto di tutti gli annunci, alquanto in salita.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Giovanni

    04 Luglio 2018 - 18:06

    Il fatto è, però, che un sacco di gente sta plaudendo al provvedimento "anti-precariato", non comprendendone la pericolosità. Gli italiani si rivelano sempre più un popolo di ignoranti in "economia e commercio", tranne poi lamentarsi e inveire a babbo morto. Colpa di una pessima scuola che non educa a ragionare ma solo ad aspirare ad una promozione priva di vero valore e di genitori (cui io invero toglierei la patria potestà) che malmenano i professori che non hanno promosso i loro ignoranti e futuri precari, pargoli.

    Report

    Rispondi

Servizi