Ok, il prezzo è ingiusto. Così Arcuri rischia di bloccare la filiera delle mascherine

Luca Roberto

Piccoli produttori e grande distribuzione criticano il prezzo fissato dal commissario. Crai rinuncia alla commercializzazione. Federdistribuzione chiede di sottoscrivere un accordo per il “ristoro e una fornitura aggiuntiva” come già fatto con i farmacisti

Il gruppo Crai ha deciso di rinunciare alla commercializzazione di mascherine chirurgiche: nei negozi della catena - della quale fanno parte Crai, Pellicano, Caddy's, IperSoap, Pilato, Proshop, Risparmio Casa, Saponi e Profumi, Shuki e Smoll - non si troveranno quindi questi dispositivi di protezione individuale perché “siamo nell'impossibilità di vendere ad un prezzo inferiore al costo di acquisto”, scrive in una nota il gruppo. 

 

 

Non è la prima rimostranza che il commissario straordinario per l'emergenza coronavirus Domenico Arcuri deve affrontare dopo aver fissato il prezzo massimo di vendita delle mascherine a 50 centesimi. La prima è stata quella dei farmacisti, a cui è sembrata una presa in giro essere costretti a vendere a 50 centesimi articoli molto spesso acquistati a un prezzo fino a tre volte più alto. Poi sono arrivate quelle dei tanti imprenditori, che unendo esigenze di domanda al fermo della produzione, avevano deciso di riconvertire le loro attività per produrre dispositivi di sicurezza, tenere una parte dei dipendenti a lavoro e contribuire allo stock richiesto dalla Protezione civile. Come ha raccontato al Sole 24 ore Azzurra Morelli, titolare di un’azienda di abbigliamento della provincia di Firenze, 50 centesimi è un prezzo fuori mercato per chi realizza mascherine “cucite”, di maggiore qualità rispetto a quelle stampate.

  

Secondo un calcolo fatto da Morelli, per raccogliere una percentuale minima di profitto e non rimetterci di tasca propria, il prezzo di vendita dovrebbe essere di almeno 80 centesimi l’una. Per queste ragioni l’imposizione dei 50 centesimi rischia di estromettere dal mercato una fetta di piccoli volenterosi a vantaggio dei grandi gruppi (tra cui Veneta distribuzione, Mediberg e Parmont) con cui lo stesso Arcuri ha sottoscritto un contratto per il rifornimento di 660 milioni di dispositivi a 38 centesimi l’uno in media. Il commissario, intervenendo in audizione in commissione Finanze e Attività produttive alla Camera, ha precisato che in base ai suoi calcoli un prezzo di 50 centesimi permette un guadagno fino a 10 volte il costo di produzione (per alcuni, circa 5 centesimi). “Uno spazio di profitto che andava assolutamente limitato” ha detto.

  

Un punto interrogativo, come evidenziato dalla decisione unilaterale di Crai, però riguarda anche il nodo della distribuzione. Se anche la stima fatta da Arcuri fosse corretta, non terrebbe comunque conto dei costi di distribuzione, di cui si fanno carico gli ultimi attori della filiera. Cosa potrebbe accadere, infatti, se l’esempio di Crai venisse seguito anche dagli altri gruppi della distribuzione di massa?

 

La struttura commissariale per il potenziamento delle infrastrutture ospedaliere ha stimato che da lunedì 4 maggio sarà in grado di distribuire 12 milioni di mascherine ogni giorno. Ma è impensabile che questo numero passi esclusivamente dalle farmacie. Come dimostra l’esempio della Toscana, dove grazie ai supermercati sono state distribuite gratuitamente 10 milioni di mascherine in meno di 5 giorni, il canale della grande distribuzione è fondamentale per velocizzare il rifornimento dei nuclei familiari. Anche la Regione Puglia sta definendo in queste ore un accordo che consenta alle aziende della Gdo di provvedere alla distribuzione dei dispositivi di sicurezza (a pagamento) una volta che sarà cessata la consegna gratuita di un kit iniziale attraverso Poste italiane.

 

Contattata dal Foglio, Conad ha spiegato di aver fissato già nelle scorse settimane un prezzo di vendita calmierato, che però è di 80 centesimi a mascherina. Accetterà di continuare a vendere negli store a un prezzo del 40 per cento inferiore rispetto a quanto previsto solo pochi giorni fa?

 

Coop, invece, ci ha fatto sapere che nei loro punti vendita “sono già disponibili mascherine chirurgiche al prezzo attualmente di 60 centesimi cadauna (scenderà a 50 non appena cadrà l’Iva al 22 per cento). Abbiamo cioè seguito quanto indicato dal governo adeguandoci a un prezzo calmierato che non riesce comunque a coprire i costi gestionali di produzione e distribuzione delle mascherine. Riteniamo così facendo di garantire un servizio ai nostri soci e consumatori”.

 

Per venire incontro alle richieste, Arcuri ha reso noto di aver sottoscritto con l’Ordine dei farmacisti, Federfarma e Assofarm un accordo per il “ristoro e una fornitura aggiuntiva” nei confronti degli operatori che abbiano sostenuto costi d’acquisto più alti del nuovo prezzo di vendita. Nella giornata di oggi Federdistribuzione, a cui sono associate aziende come Esselunga, Carrefour, Famila, Iper e Pam, ha fatto sapere al Foglio di aver chiesto al governo lo stesso trattamento. L’associazione di rappresentanza rivendica l’utilizzo dello strumento del ristoro, e in aggiunta della possibilità di “accedere agli stessi fornitori con le medesime condizioni per le prossime forniture, così da poter mettere a disposizione dei clienti le mascherine chirurgiche al prezzo definito. Altrimenti le aziende della distribuzione moderna non saranno in grado di fornire questo prodotto ai clienti alle condizioni richieste”, scrive in una nota Federdistribuzione.

Di più su questi argomenti: