Metodo Arcuri

I rischi di sparare un prezzo politico delle mascherine senza accordi e senza prevederne le conseguenze

Roma. Domenico Arcuri, commissario per l’emergenza Covid-19 ha esordito nella più celebre delle sue conferenze stampa dicendo: “Continuo a pensare che i fatti valgano, ahinoi, più dei nostri desideri”. Ha ragione. I fatti sono che per placare le polemiche sui prezzi delle mascherine chirurgiche, con una sua ordinanza del 26 aprile, è stato previsto che “il prezzo praticato dai rivenditori finali” non deve superare i 50 centesimi, al netto dell’Iva. I desideri sono quelli di rendere i dispositivi di protezione individuale un bene accessibile, oltre che produrne per settembre 30 milioni al giorno (dovrebbero essere già 12 milioni da lunedì, ha annunciato il commissario, ma la sola regione Lombardia stima un fabbisogno a partire dal 4 maggio di 3,5/4 milioni al giorno).

 

 

In mezzo c’è la complessità di una filiera che prima non esisteva, i costi già sostenuti da chi ha iniziato già a produrre riconvertendo la fabbrica e di chi ha importato o acquistato per distribuire e rivendere nonostante le difficoltà di approvvigionamento. Il rischio, quindi, è che il blocco dei prezzi comporti perdite o disincentivi produzione e vendita, finendo per contribuire a ridurre il numero delle mascherine in circolazione. Cioè, esattamente il contrario dell’obiettivo prefissato.

 

I fatti valgono, ahinoi, più dei desideri. E infatti il 27 aprile, sull’onda delle proteste, il Commissario ha annunciato un accordo con Ordine dei farmacisti, Federfarma e Assofarm, secondo il quale le farmacie verranno “messe in condizione” di vendere le mascherine al prezzo stabilito senza “alcun danno economico”, garantendo “un ristoro e forniture aggiuntive tali da riportare la spesa sostenuta, per ogni singola mascherina, al di sotto del prezzo massimo deciso dal governo”. Da Invitalia, da cui rispondono per conto della struttura del commissario, assicurano che “per il futuro non ci saranno problemi” perché c’è l’intesa con cinque aziende italiane per la produzione di 660 milioni di mascherine al prezzo di 0,39 centesimi e con altre due per i macchinari.

 

 

Come funzioneranno praticamente i ristori, come verranno calcolati i rimborsi, con quali fondi verranno pagati, se potranno essere rimborsati gli acquisti precedenti e futuri all’ordinanza, non lo sanno dire né a Invitalia, né a Federfarma, né ad Assofarm. Venanzio Gizzi, presidente nazionale dell’Associazione delle farmacie comunali, spiega: “E’ un accordo fatto di corsa, abbiamo un incontro stasera per definire le questioni tecniche, quello che è certo è che dobbiamo evitare le perdite, perché dobbiamo evitare che i farmacisti dicano: non le vendiamo più”. “Sui prezzi - dice -c’è stato il panico generale, io ho avuto una valanga di proposte per acquisti da intermediari sia italiani che dall’estero, io vengo da L’Aquila e so che su queste situazioni c’è chi ci guadagna. Se bisogna regolamentare, allora diamo alle farmacie il ruolo che devono avere nel servizio sanitario”.

  

 

Manca, però, l’accordo coi distributori (Arcuri ha detto che ci sarà). E poi ci sono gli altri esercenti. I supermercati e gli altri negozi “non sono nelle competenze del commissario, che si occupa della parte sanitaria”, ci dicono da Invitalia. Per loro dunque – al momento – non c’è rimborso, e questo non sarebbe un problema se davvero i supermercati non rientrassero nelle competenze del Commissario. Ma visto che anche per loro vale l’obbligo di prezzo amministrato anche per i supermercati – e quindi, da questo punto di vista, rientrano nelle competenze – esiste il pericolo di dover vendere in perdita o di non vendere più. “Noi siamo per il mercato libero, ma in una situazione d’emergenza di salute pubblica come questa capiamo che ci possa essere un intervento sui prezzi, se però c’è un obbligo e una garanzia di rimborsi allora deve essere per tutti”, dice Mauro Bussoni, segretario di Confesercenti, “inoltre se ci sono delle aziende che sono state invitate a riconvertire la loro produzione assicurando un certo prezzo, allora siamo di fronte a un altro problema ancora”.

 

Il tetto è stato calcolato considerando i costi di produzione pre-crisi di 0,08 centesimi, quando però in Italia non le produceva quasi nessuno da quanta poca domanda c’era e perché a quei costi si importava merce prodotta in Cina. Per più di una impresa che si è “riconvertita”, come riportano Sole 24 Ore e Messaggero, questo prezzo le manda “fuori mercato”. Sul punto Arcuri ha detto: “Ho fissato un prezzo massimo di vendita nell’interesse esclusivo dei cittadini e non ho fissato un prezzo massimo di acquisto”, facendo intendere che si è consapevoli di eventuali perdite e che in qualche modo e non si sa da chi, non è ancora chiaro, andranno ripianate. Sulle aziende in particolare ha specificato: “Ho chiamato 106 aziende che hanno preso gli incentivi per la riconversione e li abbiamo rassicurati, non li abbandoniamo, 105 di questi ci hanno ringraziato, io credo che la statistica abbia un valore”.

 

Non è chiaro cosa comporti nella pratica l’idea di non abbandonarle. Ma è chiaro che una decisione fatta senza gli effetti complessivi, costringa a cercare aggiustamenti uno dopo l’altro. Quelli che lo criticano, dice Arcuri, sono “liberisti sul divano, tra un cocktail e un videomessaggio”, ma è più probabile, secondo statistica (che ha un valore), che siano semplici cittadini che chiedono razionalità nella gestione di una crisi.

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