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Il signore della monnezza

È stato per anni lo stratega dello smaltimento dei rifiuti a Roma. Accusato, processato e infine assolto, Manlio Cerroni è tornato. E dice di avere un rimedio per la catastrofe attuale

11 Agosto 2019 alle 06:14

Il signore della monnezza

Manlio Cerroni (LaPresse)

“Cingolani, eh? Ne ho conosciuti di Cingolani”. Siamo tutti di origine marchigiana, ma forse si riferisce a Mario Cingolani, uno dei fondatori del Partito popolare? “Sì, certo, però ricordo anche Angela Cingolani, che fu eletta alla Costituente e poi sindaco di Palestrina negli anni Cinquanta, quando io ero sindaco di Pisoniano, il paesino in provincia di Roma dove sono nato”. Era l’epoca d’oro della Democrazia cristiana… “Un’altra Italia, un’altra Roma. Vede, io ne ho viste di amministrazioni, 33 tra sindaci e assessori”. E tutti si sono rivolti a lei. “Chi altro avrebbe potuto risolvere i problemi?”. Manlio Cerroni non ha dubbi: solo lui, il supremo, l’ottavo re di Roma, il signore della monnezza, uno dei tanti nomi che gli hanno affibbiato, il monopolista (e lo è stato per oltre mezzo secolo). “In realtà mi hanno anche estromesso, quando sono arrivati i comunisti in Campidoglio. Ma li lasci dire. Io sono stato l’ideatore di un sistema per smaltire e riciclare i rifiuti che ha fatto scuola nel mondo: fino agli anni Settanta Roma era all’avanguardia. Direi che sono lo stratega, il dominus certo, di un modello che ha salvato la capitale. E se la sindaca Raggi mi avesse dato retta, se avesse risposto alle lettere che le ho mandato (l’ultima il 29 giugno), con proposte concrete, non chiacchiere, non saremmo in questa situazione. La peggiore che abbia mai visto. La catastrofe romana, l’ha chiamata Galli della Loggia: gli ho scritto per dargli ragione e spiegare anche a lui le mie ragioni”.

    

“Io sono stato l’ideatore di un sistema per smaltire e riciclare i rifiuti che ha fatto scuola. Fino agli anni 70 Roma era all’avanguardia”

Cerroni è tornato, a 92 anni suonati, combattivo più che mai. “Non voglio nulla, solo dare il mio contributo e vorrei resipiscenza, almeno sentir ammettere: ci siamo sbagliati”, dice al Foglio, seduto con il suo caffè delle 11 (“fatto con la macchinetta”) sul divano nel quartier generale dell’Eur a due passi dal Palazzo dello Sport, una delle opere di quel 1960, l’anno delle Olimpiadi, che segna per molti versi il gran salto dall’immondizia raccolta a mano verso un’industria oggi chiamata ambientale. Da rifiuti a risorse e opportunità, un esempio che si diffonde fino all’Australia. Adesso Cerroni è in pista per se stesso, per la sua Roma, e per i suoi affari ovviamente: una galassia di decine di società (fino a 82, in cui ha avuto un coinvolgimento diretto o indiretto, secondo una indagine del Senato che arriva fino al maggio 2017) giunta a fatturare anche 7-800 milioni di euro, secondo alcune stime, che ora, bloccata, commissariata, smembrata, rischia di esplodere come una supernova. “Non ce la faccio proprio più”, sospira accasciandosi sul divano, ma poi arrotola le maniche della camicia bianca di lino e non risparmia qualche battuta in romanaccio. Lui non molla, scrive lettere a tutto spiano: al presidente della Repubblica, ai direttori dei giornali, agli opinionisti, alla televisione.

    

A moltiplicare le energie è stata l’assoluzione nel novembre 2018 dall’accusa di “associazione per delinquere finalizzata al traffico di rifiuti”, che chiude una vicenda durata oltre quattro anni. Insomma, “il fatto non sussiste”, ancora una volta. “Era la mattina del 9 gennaio 2014 quando di buonora sono piombati a casa mia i carabinieri con una corposa ordinanza che prevedeva anche l’arresto. Sì, ho subìto persino questo e la gogna mediatica. Era dal 2008 che indagavano a 360 gradi su di me. Dovevano avere prove evidenti anche perché la procura ha chiesto il processo immediato. E invece no”. Invece il malfattore è diventato benefattore. “Non ci crede? Ecco qua, legga”. Scrivono i giudici della prima sezione penale di Roma nelle motivazioni della sentenza: “Qui non siamo in presenza di una mobilitazione di forze per agevolare un determinato soggetto, ma l’obiettivo da raggiungere è un qualcosa che trascende l’interesse personale e individuale del singolo privato per investire in pieno la sfera dell’intera collettività”. La procura farà appello, naturalmente. “Ho inviato una pila di fatti e documenti per chiarire come stanno le cose e i giudici alla fine hanno capito. Non ha capito invece Marco Travaglio. Anche a lui ho mandato una lettera e una dettagliata ricostruzione della storia di Malagrotta. Ovviamente, non ne ha tenuto conto”.

   

Una galassia di società, giunta a fatturare fino a 7-800 milioni di euro, che ora, commissariata, smembrata, rischia di esplodere

Da ricostruire, in realtà, è una storia industriale che per molti versi assomiglia a quella di tanti imprenditori che hanno cominciato dalle rovine della Seconda guerra mondiale. I siderurgici di Brescia raccoglievano con le loro mani i pezzi di ferro dagli scheletri dei palazzi e delle fabbriche bombardate, Cerroni con le proprie mani selezionava l’immondizia. C’è dietro la ricostruzione, il miracolo economico, c’è il sistema andreottiano che governava Roma, c’è il Pci e ci sono i gruppettari, ci sono le Olimpiadi e c’è l’Italia dei No, quella della palude nella quale è immerso il paese.

  

“Per pagarmi gli studi – racconta – dovevo lavorare e a 19 anni trovo un impiego alla Satur, una delle quattro società che smaltivano i rifiuti di Roma, caricati sui carrioli trascinati da cavalli o muli e scaricati negli orti. Duemila lire al mese e lavoro duro come cernitore che consisteva nel selezionare a mano i residui della cucina, con i quali si alimentavano i maiali, da carta, stracci, vetri, metalli. Un apprendistato durato 14 anni”. Nel frattempo arriva la laurea in Legge e nel 1959 l’iscrizione all’albo degli avvocati. Ma non è il foro ad attrarlo. “No, sono stato stregato dalla monnezza”, confessa.

   

Alla vigilia delle Olimpiadi, il comune bandisce un appalto/concorso per la raccolta dei rifiuti con autocollettori e quattro impianti per il trattamento industriale, uno per ciascun quadrante della città. Cerroni, che nel frattempo aveva fondato la Sarr (“con l’aiuto dei miei tecnici sono titolare di 20 brevetti depositati in tutto il mondo”, ricorda con orgoglio), realizza un impianto in grado di trattare 600 tonnellate al giorno (a Ponte Malmone, sud ovest di Roma) che entra in esercizio nel 1964, inaugurato dal sindaco Amerigo Petrucci, dal ministro Mario Ferrari Aggradi, dal cardinale Luigi Traglia, vicario di Roma. La tv lo trasmette nel telegiornale della sera, Leonardo Castellani dirige un film intitolato “Vanno, trasformano e tornano”, il conte De Merode, cugino di re Baldovino, visita gli impianti (nel 1967 era entrato in funzione anche quello di Rocca Cencia nel quadrante sudest) a capo di una commissione governativa belga, insomma è l’apoteosi dei rifiuti. “Verranno anche da Mosca – aggiunge Cerroni –. Ma allora c’era il Partito comunista al comune ed erano già cominciati i guai”.

   

“Ho proposto di trasformare il gassificatore di Malagrotta in un impianto per produrre metanolo: niente fumi e carburante pulito”

La giunta guidata dal sindaco Luigi Petroselli decide la disdetta del contratto affidando il servizio a un soggetto pubblico, la Sogein della quale il comune aveva la maggioranza. E’ il 16 settembre 1979. “In pochi mesi gli impianti cominciano a perdere colpi – racconta Cerroni – i camion si bloccano, la monnezza ricopre le strade. Il 23 dicembre 1980, antivigilia di Natale, mi chiama l’assessore Ugo Vetere che poi diventerà sindaco. Disperato, chiede aiuto. Dice che pubblicizzare è stato un errore, ma il partito è stato messo alle strette dal sindacato. Così viene aperta una discarica provvisoria alla Cecchignola per smaltire i rifiuti tal quali”. Nel gergo di questa industria molto particolare, esistono parole ed espressioni totem: una è “tal quali”, l’altra è discarica, la terza è Malagrotta, là dove finisce l’epoca d’oro e comincia il calvario.

  

I quattro impianti vengono chiusi definitivamente nel 1984 e al loro posto si spalanca la grande cava in piena campagna vicino a Fiumicino da dove era stato prelevato il terriccio per le piste dell’aeroporto. Lì accanto c’è anche la raffineria che alimenta Roma di petrolio e tutt’attorno una spianata brulla e disabitata, battuta dal vento salmastro. Le discariche a quei tempi erano i luoghi in cui l’intera Italia smaltiva l’85 per cento dei rifiuti, un passo indietro rispetto al decennio Sessanta, quando si era cominciato a sperimentare il riciclaggio e l’economia circolare, come la si chiama oggi. La scala era diversa, le macchine meno sofisticate, ma il concetto è lo stesso.

  

“Guardi che io non mi sono fermato”, precisa Cerroni e racconta dei gasificatori con tecnologia giapponese, e di quando con il biocarburante estratto dai rifiuti venivano alimentati gli autobus di Roma. La Fiat Iveco aveva costruito motori speciali e venne Cesare Romiti a inaugurare quella che doveva essere la nuova era del trasporto verde. “La prima flotta in Europa di veicoli ecologici a metano derivato dai rifiuti urbani”, recita il cartellone alle spalle del sindaco Francesco Rutelli alla presentazione organizzata a Malagrotta il 12 giugno 1997.

   

E’ l’ultimo colpo d’ala. La discarica va inesorabilmente verso la saturazione e gli impianti di riciclaggio sono l’unica alternativa in Italia e nel resto del mondo. Ma non a Roma. L’Urbe è diversa, la città eterna che aveva il privilegio di non pagare le tasse, dove la plebe e l’aristocrazia potevano vivere di rendita e delle prebende imperiali, in duemila anni non ha cambiato mentalità? Non è sempre così, come dimostra la stessa storia dei rifiuti, ma all’Italia del lavoro e dello sviluppo si è sostituita l’Italia dei No e della stagnazione. Walter Veltroni resta condizionato da Rifondazione comunista, contraria a inceneritori nel territorio comunale. E da allora non c’è soluzione di continuità sino alla giunta Marino che chiude Malagrotta, a Renata Polverini presidente della regione Lazio (di centro-destra) che impone un commissario e ai grillini contrari a tutto, con il falso mito di una raccolta differenziata che non abbia bisogno di impianti di trattamento.

    

Estate romana con i rifiuti per le strade. È la terza grande crisi dopo quelle del 1980, risolta con interventi d’emergenza, e del 2011, arginata dall’impianto di tritovagliatura a Rocca Cencia (foto LaPresse)


 

Ma torniamo al teatro del dramma finale. Si dice che Malagrotta venne chiusa in seguito all’intervento dell’Unione europea. “Malagrotta si è chiusa da sé – replica Cerroni – perché si sono esauriti gli spazi disponibili”. E la procedura d’infrazione? “Un momento, le cose stanno esattamente al contrario. Cioè pendeva sulla capitale la procedura aperta dalla Ue il 16 giugno 2011 contro il governo italiano. Le regole di Bruxelles impongono che tutti i rifiuti vengano trattati e in discarica rimangano solo i residui. Roma era a rischio emergenza perché i due impianti dell’Ama e i due nostri della Colari non ce la facevano più a trattare tutti i rifiuti indifferenziati. Restavano fuori mille tonnellate al giorno. Bisognava trovare una soluzione e noi la trovammo realizzando un impianto di tritovagliatura a Rocca Cencia. Grazie a questo la procedura d’infrazione è stata evitata”.

   

Il gran salto nel 1960, l’anno delle Olimpiadi nella Capitale. L’accordo con il comune per quattro impianti (chiusi poi nell’84)

È la seconda crisi dopo quella del 1980 risolta con interventi d’emergenza. E questa, la terza crisi, ancor più distruttiva? Cerroni ha le sue idee, ça va sans dire. “Una direttiva europea impone alle raffinerie di produrre almeno il 10 per cento di biocarburanti. E io ho proposto di trasformare il gassificatore di Malagrotta in un impianto per produrre metanolo, quindi materia non energia. Niente fumi e carburante pulito per i trasporti pubblici. Lo stesso si può fare ad Albano. E’ quel che ho scritto anche a Virginia Raggi”. Risposte? “Nessuna”. Con questi due impianti servirebbe comunque una discarica? “Certo, una discarica di servizio serve sempre, non ci sono alternative. Ma io ho una soluzione”. Un’altra? “E’ uno dei mie brevetti: il Drin, deposito rifiuti innocui dove vanno i rifiuti che non possono più essere utilizzati e si trasformano in materiale per l’edilizia, in particolare per le strade”. Ho visto che qualcosa del genere si fa nel termovalorizzatore di Acerra. Perché a Roma no? Sempre la storica diversità dell’Urbe o perché lei per i grillini è il male assoluto? Cerroni non deve fare più nulla, è questo il diktat? “Non volevo un premio, ma il castigo proprio no. La sentenza del tribunale è un punto di svolta per stabilire la verità”.

  

La sua verità Cerroni l’ha raccontata in tutte le lettere che ha spedito in giro per l’Italia. “Un intellettuale gentiluomo come Carlo Ripa di Meana, presidente di Italia Nostra, è stato due volte a Malagrotta e mi ha dato grandi riconoscimenti nel suo libro intitolato “Le bufale”. Non è una discarica, è una Città delle industrie ambientali, la sola ad aver realizzato una cintura sanitaria lunga sei chilometri che protegge e isola il sito e le due centrali elettriche alimentate a biogas, un impianto di biometano per autotrazione, una centrale fotovoltaica e un gassificatore. Quanti hanno avuto l’onestà di venire a vederla prima di giudicare?”. Cerroni se la prende con la stampa che ha sempre sposato le tesi della procura (con l’eccezione del Foglio, riconosce). Si compiace che la Toscana, presieduta da Enrico Rossi, del Pd, abbia deciso di chiudere l’inceneritore per passare a una bioraffineria e alla produzione di bioetanolo proveniente da rifiuti, come si fa a Malagrotta dal 1997. E nota con amarezza che nel Lazio due progetti simili, anche in questo caso con il coinvolgimento dell’Eni, sono bloccati.

  

Assolto dai giudici, Manlio Cerroni è finito nelle tagliole di una politica contraddittoria, demagogica, frammentaria. Lui, proprio lui che per mezzo secolo era riuscito a superare tutti i cambiamenti politici, adesso viene usato per altri fini, in genere come spauracchio dai pentastellati o da Zingaretti per lisciare il pelo ai grillini. E’ la resa di fronte ai comitati. “Sono loro che comandano, dice Cerroni, quelli che vogliono una soluzione, ma non nel proprio cortile di casa. Il disastro è grande, ci vogliono almeno due anni lavorando 24 ore al giorno. A me non spaventa, però loro hanno fatto una scelta precisa: non si farà nulla con Cerroni, anzi lui non dovrà fare più nulla. Ma io resisto, prima o poi qualcuno mi ascolterà”. E la monnezza? Aspetta il treno per la Svezia. Perché i pragmatici vichinghi sanno come trattarla, ci fanno i soldi e sono ecologisti, loro sì per davvero, molto più dei romani, su questo non ci piove. E poi gli storici ancora si chiedono come mai è crollato l’impero dei Cesari.

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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