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La monnezza del grillismo

La moltiplicazione dei sacchi di spazzatura a Roma, la crisi di Ama, la folle inerzia e il vittimismo di Raggi. Le opposte ideologie sugli impianti e le soluzioni che non si vedono

4 Luglio 2019 alle 10:01

Roma. “Tornando a casa, tornando a casa”. Tornando a casa, il regista Ferzan Ozpetek ha ripreso e postato su Twitter la ormai ordinaria scena di orrore al cassonetto: i sacchetti della spazzatura accatastati rotolano a terra gli uni sugli altri, quelli verdi su quelli azzurri su quelli gialli, le masserizie sparse si accumulano ai bordi, qualche elettrodomestico arrugginito fa capolino, qualcosa fuoriesce, qualcosa spunta: avanzi indefinibili nell’aria acre.

  

  

E non soltanto nel quartiere Ostiense, dove il regista fotografa e scrive “Roma mia dopo 43 anni vederla così fa male”. I sacchi si accumulano ovunque, dal centro alla periferia. “Gabbiano mangia topo morto”, è invece il post di Barbara Palombelli, che negli ultimi giorni ha documentato sui social lo stato della monnezza. E, nel bel mezzo dell’(ennesima) emergenza, mentre nella sede di Ama irrompono persone a insultare gli operatori, si leggono parole provenienti dall’(ennesimo) cda Ama, parole che dall’esterno appaiono quantomeno bizzarre per una capitale: “Ci siamo dati come tempi San Silvestro”. Cioè Capodanno (auguri, verrebbe da dire, se non si profilasse davanti agli occhi la scena della piramide di sacchetti a ogni angolo di strada). “Sembra di stare nelle città di Leonia, quella immaginata da Italo Calvino ”, dice Antonio Massarutto, docente e saggista, autore di “Un mondo senza rifiuti?” (ed. il Mulino). Leonia ogni giorno rifaceva se stessa, e ogni giorno i suoi cittadini buttavano cose quasi nuove. La spazzatura si accumulava fino ai confini della città, e forse sarebbe strabordata se, proprio ai confini, non ci fossero state, a premere, montagne di spazzature uguali e contrarie di altre città, in un delirio di immondezzai che vogliono mondare se stessi spingendo su altra spazzatura, puntellandosi e rischiando di crollare per la caduta di una lattina. E insomma, dice Massarutto, “il gioco del cerino della grande città che preme sui comuni limitrofi, i quali dovrebbero far posto ai suoi rifiuti, oggi non funziona più”. Dire “rifiuti zero” a Roma “è soltanto uno slogan”, dice il professore, che intravede “l’errore più grande di questi anni nel tirare a campare: Raggi può anche aver ereditato problemi, ma non può presentarsi sulla scena come Alice nel Paese delle Meraviglie o come una delle Giovani Marmotte”. Questione di umiltà o creatività? Cita l’esempio di Milano, Massarutto: “Anni fa, letteralmente, a Milano si è fatto il gioco delle tre carte sui rifiuti, tra urbani e speciali, ed è stato come comprare del tempo. Non si può restare ancorati al mito anni Ottanta della pianificazione regionale, né si può essere schiavi del paradosso sugli impianti Tmb. Una città come Roma ne ha bisogno, però poi costruire termovalorizzatori pare una cosa fuori dal mondo, visto lo scontro tra opposte fazioni. Fossi la Raggi, invece, mi giocherei tutto sull’impresa difficilissima per cui essere ricordati: la costruzione di un grande impianto su modello nordico, integrato nella città: a Copenaghen si scia sopra il termovalorizzatore. E in tutta Europa gli impianti sono all’interno delle aree urbane”. E però a Roma dici “nuovo impianto” e può capitare di sentire un coro di “vade retro”, anche se tutte le discariche sono sature. E dici “impianto” e al romano viene di solito in mente il tristemente noto Tmb Salario, quello che in una mattina del dicembre 2018, bruciando, ha oscurato i cieli della capitale per qualche ora (“chiudete le finestre, chiudete le finestre”, era stato il consiglio delle autorità preposte, mentre il sindaco s’era fatto Cassandra: “Possibile rincaro della Tari”). Oppure dici “impianto” e a Roma la rassegnazione regna. Della serie: “E’ bruciata pure Rocca Cencia”: il Tmb di Roccia Cencia, infatti, dopo il rogo di marzo è ripartito, ma i romani ricordano “l’incidente” di fine maggio, quando un guasto alla pressa ha provocato un fermo di 48 ore – e il posto di assessore all’Ambiente era ancora vacante. Perché il problema – al di là e a monte della differenziata, dell’indifferenziata e del botta e risposta tra comune e regione (Raggi accusa Nicola Zingaretti e grida al complotto, Zingaretti dice che il problema “non è sul conferimento ma sulla raccolta” e che l’emergenza è stata causata da Ama ed è Raggi che la deve risolvere), è la girandola di poltrone all’interno dell’azienda e in Campidoglio. Intanto, ieri, Ama ha fatto l’auspicato (da più parti) bagno di umiltà, ammettendo la crisi e ottenendo l’aiuto della regione, mentre il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha incontrato Virginia Raggi annunciando un “piano per pulire Roma”.

 

E insomma non è da molto che l’ultimo cda, il sesto dell’epoca Raggi, si è insediato, dopo la nomina con ordinanza. Da meno di un mese, infatti, lavorano sui rifiuti l’avvocato Luisa Melara, sulla poltrona di presidente; il commercialista Paolo Longoni su quella di amministratore delegato e il geologo Massimo Ranieri come consigliere. Ma prima di loro, andando a ritroso, c’era stato il cda di Lorenzo Bagnacani, di fatto sfiduciato, con revoca e uscita del medesimo e con messa a margine, per così dire, del sostituto Massimo Bagatti (con tanti saluti alla monnezza, nel frattempo). Passaggio cruciale, l’uscita di Bagnacani, uomo di fiducia dell’ex assessore all’Ambiente Pinuccia Montanari, anche lei dimessasi (e non sostituita da quattro mesi) dopo la mancata approvazione del bilancio di Ama da parte di Roma Capitale, con il Campidoglio che citava disservizi e il “mancato raggiungimento da parte della governance degli obiettivi prefissati”.

 

Il direttore generale del Campidoglio Franco Giampaoletti, in commissione Trasparenza, lo scorso febbraio, ha detto però che “legare la bocciatura del bilancio alla revoca di Bagnacani e del cda è un errore”. Doppia versione, stesso fatto? Perché, chiedeva l’opposizione, defenestrare il vertice di un organo nominato dallo stesso sindaco, in uno dei soliti momenti di “emergenza rifiuti”, quando proprio Raggi, pochi mesi prima, aveva detto che “Ama si stava facendo in quattro”? “Pensare che la ragione sia solo contabile è sbagliato”, diceva Giampaoletti, che però intanto aveva letto un documento in cui si dichiarava che “le performance aziendali” avevano “mostrato gravi peggioramenti nei primi tre trimestri del 2018 rispetto agli indicatori del 2017 e rispetto a quanto fissato da Roma Capitale”.

 

Dipende tutto dall’occhio di chi guarda? In tema di monnezza a Roma sicuramente. E dunque difende il lavoro fatto con Bagnacani l’ex assessore Pinuccia Montanari, dimessasi perché, dice, “Raggi ha fatto la scelta di bocciare il bilancio Ama. La Regione non ci ha mai ostacolati, l’errore grave è stato proprio la bocciatura del bilancio”. C’era un piano di indirizzo strategico, dice Montanari al Foglio, che “avrebbe dovuto risolvere le principali criticità su tutto, dalla raccolta al problema delle utenze fantasma” (ebbene sì, c’è anche quello). “Con Bagnacani si stava facendo una pianificazione quotidiana e pignola, concreta, non certo da libro dei sogni, e si stava ragionando su un nuovo progetto di impiantistica con persone esperte del settore, cosa che non ho visto successivamente. C’era un gruppo di lavoro rodato. E invece poi si è interrotto quel processo, si è arrivati a bocciare il bilancio, parlando di non-raggiungimento obiettivi, a proposito della dirigenza Bagnacani, in modo anche pretestuoso”. “Siamo stati fermati perché sui rifiuti facevamo sul serio”, ha detto Montanari al Manifesto. E certo la visione dell’ex assessore non è una visione basata “sul modello fondato sulle discariche”, ma lo stesso ex assessore respinge l’accusa di ideologizzazione: “Si è lavorato in modo scientifico per il bene di Roma”. Tra gli obiettivi, illustrati nel “piano di riduzione e gestione dei materiali post consumo 2017-2021”, c’era “la riduzione della produzione rifiuti di 170 mila tonnellate entro il 2021”, “l’incremento della percentuale di raccolta differenziata” (fino al 70 per cento), le “dodici azioni per la prevenzione e il riuso”, l’implementazione dell’impiantistica sostenibile, il progetto Gea per la gestione delle eccedenze alimentari. E, riguardo alla “nuova differenziata”, la raccolta domiciliare, le domus ecologiche, i “cassonetti intelligenti”, la “riduzione dei passaggi” e lo “sviluppo della tariffa puntuale”.

 

Nel documento programmatico Ama del 31 agosto 2018, linee guida strategiche, ricorda l’ex assessore, si prevedeva un piano per “la riduzione della produzione di rifiuti: tra gli obiettivi concreti, per rendere Roma autosufficiente dal punto di vista impiantistico, vi era la realizzazione di 13 impianti orientati al recupero di materia, nell’ ottica dell’economia circolare. Infatti dopo aver raggiunto con il porta a porta e le Domus ecologiche il 70 per cento di differenziata era importante trattare sia il residuo secco che i diversi materiali raccolti, dai materassi, al materiale tessile sanitario, ai rifiuti elettrici ed elettronici per creare valore aggiunto. L’economia lineare crea valore perso, l’economia circolare del recupero crea posto di lavoro e Green economy”.

 

Ma è possibile ridurre i rifiuti? O è utopia? Roma è avviata verso un destino da Leonia di Calvino? E da che cosa dipende l’emergenza che a ogni luglio sembra più “emergenziale”? C’è chi fa notare che tutta questa “monnezza” estiva non è una novità, visto che a luglio alcuni impianti chiudono per manutenzione, che a giugno-luglio c’è un picco di produzione rifiuti, e che la criticità contingente generata dalla chiusura del Tmb Salario, dallo stato dei mezzi Ama e dall’assenza di siti di stoccaggio si è innestata su un sistema fragile, in crisi cronica. C’è poi un problema psicopolitico, sorto proprio con l’arrivo dei Cinque stelle: l’idea (pensiero magico?) che bastasse entrare nella stanza dei bottoni e metterci una persona di fiducia per risolvere qualsiasi emergenza. Con conseguente delusione, convincimento ideologico (“è colpa dei poteri forti”), e ostracismo verso l’ultimo capro espiatorio (vertici Ama, avversari politici).

 

Prova ne è la suddetta sequela di avvicendamenti in Ama. Facendo un passo indietro, agli albori della sindacatura Raggi, si trova l’ex ad Daniele Fortini. Fortini si dimette nei giorni in cui l’ex assessore all’Ambiente Paola Muraro fa la cosiddetta “piazzata”: si presenta infatti nella sede di Ama per discutere in streaming (mito originario grillino della poi sbugiardata trasparenza): “Non ci muoviamo da qui fino a quando non abbiamo un documento operativo di recupero dell’emergenza rifiuti a Roma”, dice Muraro, “un rappresentante dell’amministrazione, a turno, rimarrà e questo documento lo scriviamo insieme, ora, perché Ama deve dare una risposta ai romani”. E ancora: “Quando vedete sacchetti in strada li dovete raccogliere, non li potete lasciare lì. In un periodo di allerta terrorismo, là in mezzo potrebbe nascondersi anche una bomba”. Al centro di tutto, l’eventuale uso degli impianto di Malagrotta, regno di Manlio Cerroni. “Una amministrazione pubblica non può stipulare un contratto con chi ha un contenzioso”, dice Fortini in streaming: “Io non chiederò mai di utilizzare l’impianto. O me lo dicono le autorità o senza gara non lo uso… e in ogni città c’è una legge e le autorità competenti che stabiliscono cosa è emergenza e cosa no. Stiamo lavorando giorno e notte per recuperare e ripristinare una condizione accettabile di gestione del ciclo dei rifiuti nonostante tutte le difficoltà che stiamo accettando, che non dipendono dai nostri lavoratori sulla strada, dai nostri impiegati e funzionari ma da un sistema diabolico costruito per alimentare discariche e inceneritori, a Roma e altrove”.

 

Sono passati anni, e quasi nulla è cambiato se non in peggio. In mezzo, e in compenso, altri stravolgimenti al vertice: dopo Fortini arriva all’Ama, su indicazione della Casaleggio Associati, Alessandro Solidoro, in ottimi rapporti con l’allora assessore al Bilancio Marcello Minenna. Ma, all’inizio di settembre del 2016, il vortice di dimissioni nelle municipalizzate travolge anche Solidoro. Arriva in Ama Antonella Giglio, ma soltanto fino al maggio 2018 (nomina di Bagnacani). Restano sullo sfondo le parole che Bagnacani ha detto lo scorso febbraio, dopo la revoca: “Troppi lati oscuri, il Campidoglio è come un ring”. E in effetti l’ex presidente era arrivato nell’azienda proprio nel momento dello scontro tra Ama e il “duo” composto dall’assessore al Bilancio Gianni Lemmetti e il dg del Campidoglio Franco Gianpaoletti. Ma già l’ex assessore all’Ambiente Paola Muraro aveva parlato di “guerra tra bande”.

 

Oggi è un altro giorno, sì, ma la moltiplicazione dei sacchi di spazzatura ha fatto sì che un dubbio si facesse strada: che si voglia fare di Ama una sorta di Atac, con tutto il macabro balletto di concordati preventivi?

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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