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Ecco perché Roma affoga nella spazzatura

Tutto quello che c’è da sapere sulle insufficienze infrastrutturali (storiche) e sull’indecente balletto di Regione e Comune

13 Dicembre 2018 alle 06:10

Ecco perché Roma affoga nella spazzatura

Foto LaPresse

Roma. Un tempo bastava una grande buca. La monezza si raccoglieva e veniva gettata lì senza alcun trattamento. Dal 1974 al 2012 nella discarica di Malagrotta sono state ammassate 60 milioni di tonnelate di rifiuti. Poi però è intervenuta l’Europa: i rifiuti non possono essere mandati in discarica senza un preventivo trattamento. D’allora, era il 2013, Roma e la Regione Lazio non sanno cosa fare dei propri rifiuti. La Regione continua a non avere un piano rifiuti, cioè un’organizzazione razionale che integrando gli impianti di tutto il territorio permetta di concludere definitivamente lo smaltimento. Il problema è Roma che da sola produce quasi il 60 per cento dei rifiuti regionali (se prendiamo l’area metropolitana si arriva al 78 per cento) e secondo la Regione non indica i siti dove costruire nuovi impianti. Un passo necessario per la redazione del piano. Questa stasi, tra Comune e Regione, è il motivo per il quale la città è sporchissima.

 

La questione rifiuti, già un’emergenza per la Capitale, è divenuta una tragedia martedì quando ha preso fuoco l’impianto di via Salaria che ogni giorno lavorava circa un quinto della produzione quotidiana d’indifferenziato. Comune, Regione e Governo hanno lanciato tutte insieme un grido alle altre Regioni d’Italia: “Aiutate Roma”. Questa però è solo un’emergenza nell’emergenza. Lo scaricabarile tra Regione e Campidoglio ha fatto sì che in due anni non si facesse nulla per evitare di vivere sull’orlo del burrone.

 

Nel 2017 – secondo il rapporto sui rifiuti dell’Ispra – nella Capitale si sono prodotti un milione e 687mila tonnellate di rifiuti, poco del 2016. Di questi solo 729 mila tonnellate (il 43,2 per cento, +1,2 per cento rispetto al 2016) sono state di rifiuto differenziato. Il resto è stato inviato ai quattro Tmb della Capitale: i due di Ama (Rocca Cencia e Salario) e ai due di Colari, la società di Manlio Cerroni, gestita da un commissario dopo un’interdittiva antimafia. Gli impianti ricevono ogni giorno tra le 2.700 e le 3.200 tonnellate di rifiuti, una quantità teoricamente accettabile (la capacità dei tre impianti è di 3mila tonnellate al giorno), ma è sufficiente un qualsiasi imprevisto che l’equilibrio salta e costringe l’amministrazione a cercare accordi per portare i rifiuti fuori da Roma.

 

Il trattamento meccanico biologico (questa la versione lunga della sigla Tmb), inoltre, inizia il processo di smaltimento dei rifiuti, ma non lo conclude. Dopo la trituratura dei rifiuti, infatti, una supercalamita cattura i metalli che poi saranno fusi nelle acciaierie. Poi, l’impianto separa la parte organica da quella secca. Da quest’ultima si ottiene il “cdr”, un combustibile destinato ai termovalorizzatori. La parte organica invece, con un lento processo d’essiccazione, si ottiene la “fos”, la “frazione organica stabilizzata” che, ormai inerte, viene inviata in discarica come terriccio di copertura. Da entrambi i processi si ottengono inoltre degli scarti che sono invece ciò che non si è riusciti a smaltire e che non può che finire in discarica. Per capire quanto già funzionasse male l’impianto di via Salaria andato a fuoco martedì basta pensare che – secondo quando scritto dall’Arpa Lazio – produceva principalmente scarti: il 53 per cento, più della metà del prodotto del Tmb.

 

Tutte queste sottofrazioni del rifiuto nell’area Metropolitana di Roma non si sa dove mandarle. E anche gli impianti della Regione non sono sufficienti. Una piccola parte di “cdr”, infatti, prende la strada del termovalorizzatore di San Vittore, nel frusinate, ma la maggior parte finisce al nord. Discorso analogo per “fos” e scarti che in parte vanno nelle discariche di Viterbo e Civitavecchia, ma in larga quantità vengono inviati in Abruzzo, Puglia e Molise. Per questo secondo la Regione Lazio per stilare un piano rifiuti regionale è necessario che il Campidoglio, o meglio la Città metropolitana, indichi i siti per la realizzazione di una discarica di servizio.

 

Da parte sua Roma Capitale ha individuato due aree dove costruire due impianti di compostaggio per l’organico (e questa è una buona notizia), ma si rifiuta di indicare un sito per la discarica. La posizione del Campidoglio è semplice: “Roma ha già dato con Malagrotta. Inoltre entro il 2021 arriveremo al 70 per cento di differenziata e dunque produrremo talmente poca ‘fos’ e scarti che potranno tranquillamente andare nelle altre discariche presenti in Regione”.

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