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Roma brucia di monnezza e la responsabilità è tutta della politica del “No”

Va a fuoco un impianto con 2.000 tonnellate di rifiuti in via Salaria. I furbi rimpalli di Raggi e di Zingaretti. L’inerzia del governo

Salvatore Merlo

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12 Dicembre 2018 alle 06:17

Roma brucia di monnezza e la responsabilità è tutta della politica del “No”

Il Tmb di via Salaria in fiamme ripreso da un elicottero dei Vigili del fuoco (foto LaPresse)

Roma. “La combustione di duemila tonnellate di rifiuti ha sprigionato la quantità di diossina che cento inceneritori fanno in un anno”, dice Franco Fortini, l’ex amministratore delegato di Ama, l’azienda della nettezza urbana a Roma, uno dei massimi esperti di gestione dei rifiuti in Italia. E allora se il governo non fosse il riflesso allo specchio di Virginia Raggi e della sua politica sciroccata, se non fosse il governo del No ai termovalorizzatori e alle opere pubbliche, se insomma a Palazzo Chigi ci fossero delle persone normali e responsabili, allora ci si aspetterebbe un intervento immediato, urgente, contro la sindaca e contro il presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, gli amministratori locali che sono invischiati fino al collo nel maleodorante guazzabuglio di questa Roma meridionalizzata: impotenti, litigiosi, furbetti, completamente incapaci di districarsi tra ideologismi, promesse e spaventose stupidaggini. La capitale d’Italia non riesce a smaltire la propria spazzatura, lasciata a fermentare per le strade, nei cassonetti, o in gigantesche vasche, centri di trattamento piegati a uso discarica, strutture vecchie, inadeguate, senza manutenzione e  sfruttate persino oltre le loro capacità massime. La magistratura stabilirà come sono andate le cose, ma in realtà nessuno, tra gli informati, si è stupito che martedì mattina uno di questi centri, il Tmb (trattamento meccanico-biologico) di via Salaria sia andato a fuoco: duemila tonnellate di rifiuti che hanno bruciato per quasi sei ore, dalle quattro alle undici del mattino. “Tanta diossina quanto cento inceneritori in un anno”. 

 

 

Appena dieci giorni fa, nel corso di una manifestazione di protesta davanti Montecitorio, i residenti di Villa Spada e di Fidene, da anni preoccupati da quel mostro maleodorante, si rivolgevano così a Stefano Vignaroli, romano, senatore del M5s, compagno di Paola Taverna: “Ma te lo sei chiesto che succede se il Tmb va a fuoco?”. Ecco è successo. E’ andato a fuoco, spandendo per tutta la città una mala aria terminale, un’orrenda nube nera. Gli unici a stupirsene oggi sembrano essere gli amministratori locali, il sindaco, i suoi assessori, e persino il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, che si abbandona anche lui, come Paola Taverna e gli altri cinque stelle, alla scorciatoia del complotto, all’allusione, al sospetto fumoso intorno alle solite manine che sempre sono la scusa indecente per coprire la propria inadeguatezza. “Lascia perplessi che proprio quando si fa un lavoro e si prova a sistemare, guarda caso parte l’incendio”, ha detto Costa, che è pure generale dei carabinieri e dunque dovrebbe sapere che queste cose spetta dirle agli inquirenti, ai magistrati, che da martedì indagano per disastro colposo. Il compito delle istituzioni è invece quello di garantire soluzioni, ridare pulizia e decoro alle strade della capitale d’Italia, dove oggi invece si aggira oltre alla monnezza vera anche quella metaforica, la peggiore e la più sordida: l’ideologia che surroga la competenza e alimenta la furbizia.

 

Martedì il primo a suggerire l’ipotesi del complotto, all’alba, è stato Andrea Severini, marito della sindaca Raggi, con un post su Facebook: “I rifiuti si sa prendono fuoco da soli nella notte. Maledetti”. E ci sarebbe da sorridere (di pietà), se non ci fosse in realtà da piangere. In via Salaria arrivavano infatti ogni giorno 600 tonnellate di rifiuti, più di quanto l’impianto – che dovrebbe servire a separare la spazzatura, distinguendo ciò che si può riciclare dal resto – ne potesse lavorare. E infatti i rifiuti venivano sistematicamente ammonticchiati persino all’esterno dell’impianto, con code interminabili di camion che aspettavano ore prima di scaricare, in un contesto igenico precario, stigmatizzato persino dall’Arpa. Le tonnellate di spazzatura graveolente stazionavano oltre il limite dell’accettabile, sovraccaricando i nastri trasportatori e il sistema idraulico dell’impianto che andava ciclicamente incontro a guasti e malfunzionamenti, perché Roma non ha un ciclo compiuto dei rifiuti: la differenziata è insufficiente, non esistono termovalorizzatori, anzi ai termovalorizzatori ci si oppone (ne è stato chiuso uno a Colleferro dalla regione), e quotidianamente vengono spediti costosissimi treni carichi di spazzatura verso il nord Italia. “Porteremo la differenziata al 70 per cento in quattro anni”, diceva due anni fa l’assessora all’Ambiente Pinuccia Montanari, un’incongrua personalità, nativa di Reggio Emilia, e sganciata sulla povera capitale da Beppe Grillo (disse: “Non ho mai visto un topo a Roma”). In realtà i dati di fine 2017 dicono che la raccolta differenziata in città è al 44,3 per cento, appena un punto in più del 2016. Di questo passo ci vorranno circa trent’anni per arrivare al 70 per cento. Nell’attesa, intanto, vascelli e carovane di monnezza romana – quando non fermentano per le strade – raggiungono, come torpedoni di turisti, approdi e stazioni ferroviarie in Emilia, in Veneto e in Lombardia. Dice Giovanni Caudo, presidente del III Municipio, quello dell’impianto di via Salaria: “L’emergenza dei rifiuti a Roma deve essere affrontata come un problema nazionale”. C’è bisogno di soluzioni tecniche, che ovviamente esistono: Tmb moderni, gassificatori, impianti di tritovagliamento, di biocompostaggio e termovalorizzatori per l’indifferenziata. Non è infatti una cosa eccezionale smaltire la monnezza in un paese industrializzato con una forte coscienza ecologica. Non dovrebbe esserlo. Ma i tanfi e i fetori di spazzatura che a Roma costringono la gente a indossare la mascherina per strada sono gli stessi che eccitano di chiacchiere la politica in città e in regione. E infatti dovrebbe pensarci il governo. Se soltanto fosse diverso dai suoi dirimpettai locali.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    12 Dicembre 2018 - 09:09

    Non sarebbe ora che gli amministratori pubblici rispondessero delle loro malefatte come un qualsiasi amministratore di impresa provata? Intendo dire non solo davanti ai soci, ovvero ai cittadini elettori, ma anche al codice civile e penale. Con l’aggravante d’essere un pubblico ufficiale.

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