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E ora che succede? Nessuno a Roma vuole prendere il posto della Montanari

Gianluca De Rosa

E’ una grana che terrorizza tutti i cinquestelle, così il Campidoglio cerca un esterno su cui scaricare ogni colpa. Il destino dell'Ama e della monnezza capitolina

Roma. Dopo le dimissioni di Pinuccia Montanari in Campidoglio regna uno stallo incrollabile. Chi la sostituirà? Quale sarà la nuova linea sui rifiuti? Che cosa ne sarà del bilancio consuntivo 2017 di Ama, quello che la sindaca Virginia Raggi ha deciso di bocciare e che ha portato alle dimissioni dell’ex assessore? E che cosa sarà di Ama stessa? A quasi una settimana dalle dimissioni della Montanari le risposte a queste domande sono ancora avvolte nel mistero. 

   

Alla buvette dell’assemblea capitolina il portavoce della sindaca e l’ufficio stampa scherzano con i giornalisti “Potrebbe essere la volta buona per Licia Colò… anzi guarda Asia Argento pare sia diventata molto ambientalista”. La sensazione è che trovare un qualcuno disposto ad accollarsi la drammatica situazione dei rifiuti romani sia tutto fuorché un’operazione semplice. Anche i consiglieri capitolini tirati in ballo nel totonomi dei giorni successivi si smarcano. “Noi facciamo altro, lì serve un tecnico”, spiega Pietro Calabrese per un paio di giorni in pole position per il ruolo. I più spaesati sono Daniele Diaco, presidente della commissione capitolina Ambiente e Massimo De Maio, ormai ex caposegreteria della dimessa assessora. Girano con facce meste e preoccupate. Loro, fedelissimi della linea No discariche fortemente voluta dall’ex assessore Montanari, adesso temono che qualcosa possa cambiare. E che i “materiali post-consumo”, nome assurdo scelto dall’assessorato per chiamare i rifiuti, tornino a somigliare sempre di più alla vecchia e cara monnezza che in qualche modo deve essere smaltita.

   

Il timore è comprensibile ed è lo stesso che ha portato la Montanari a dimettersi: dietro al nodo contabile del bilancio potrebbe esserci molto di più. Al minimo un cambio di visione sull’impiantistica e la gestione dei rifiuti, al massimo un completo sconvolgimento di Ama, con la divisione di spazzamento e raccolta dallo smaltimento. Con la cessione di quest’ultimo ramo, il più profittevole, ad Acea.

  

E su questo s’innesta anche il nodo sulla guida aziendale. La sindaca ha fatto sapere che “O si fa come dico io o metteremo in atto tutte le azioni conseguenti”. E la minaccia era rivolta all’ad Lorenzo Bagnacani, uomo della Montanari, ma per adesso rimasto al suo posto. L’ordine della sindaca è quello di riscrivere il bilancio come vuole il Campidoglio, ma potrebbe a questo punto riguardare anche il nuovo piano industriale di Ama, un testo che Bagnacani ha redatto in perfetta sintonia con l’ex assessora e che ne rispecchia l’utopia ambientalista. Chi ha letto le dense 500 pagine che lo compongono lo definisce “più un trattato sui rifiuti” che un documento aziendale. Dentro ci sono 13 impianti e nessuna discarica. Andrà bene alla sindaca?

  

Intanto il problema più urgente è quello che riguarda il flusso di cassa. Per avere liquidità Ama ha bisogno delle banche. Gli istituti hanno fatto sapere che senza il consuntivo 2017 pretendono garanzie. Altrimenti il 28 febbraio verranno bloccate le linee di credito. Ai sindacati lunedì la sindaca ha assicurato: “Il Campidoglio farà da garante”.

   

E i rifiuti? Ovviamente le grane non mancano. Appena eletto presidente della Regione Abruzzo, il romanissimo esponente di FdI, Marco Marsilio ha promesso che da quelle parti non arriverà più la monnezza della Capitale. E pensare che nel corso del 2019 impianti e discariche abruzzesi avrebbero dovuto ricevere 70mila tonnellate di rifiuti capitolini. Il blocco del bilancio poi impedisce anche le 300 assunzioni promesse. Un passo necessario per l’estensione a tutta la città della nuova raccolta differenziata.

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