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Pinuccia story: due anni tutti da ridere

Monografico commemorativo dell’assessora più grillina del mondo. Dalle caprette tosaerba ai ratti fantasma

17 Febbraio 2019 alle 06:00

Pinuccia story: due anni tutti da ridere

Pinuccia Montanari, amica di Beppe Grillo ed ex assessore all’Ambiente, si è dimessa l’8 febbraio (foto LaPresse)

Roma. A giudicare dai brindisi, reali e metaforici, dalle esultanze virtuali e non solo, Pinuccia Montanari non mancherà a nessuno. Sicuramente non mancherà ai romani, che in questi due anni hanno imparato loro malgrado a convivere con una città sempre più sporca, con i cumuli di rifiuti al bordo delle strade, gli alberi che cadono al primo soffio più robusto di vento e l’erba alta in parchi pubblici e zone verdi. Non mancherà neanche a Virginia Raggi, che pure ha provato per lunghissimi mesi a difendere l’ex assessore all’Ambiente venuto da Reggio Emilia e a fingere che quella nomina, piovutale addosso dopo le dimissioni dell’indagata (poi prosciolta) Paola Muraro, non fosse stata una imposizione decisa da Beppe Grillo in persona. “I cittadini hanno ragione, voglio la città pulita” ha sbottato venerdì la sindaca durante la riunione di giunta che ha segnato lo strappo definitivo con Montanari sul bilancio 2017 di Ama, bocciato ancora una volta e simbolo evidente di una frattura ormai non più sanabile. Sorprende la ritrovata consapevolezza di un fallimento che nella Capitale è evidente a chiunque da anni e che invece, ad oggi, nessuno aveva voluto vedere. Sindaca in testa, lei che fino a pochi giorni fa continuava a ripetere magnifiche sorti e progressive per i “materiali post consumo” a onta di una situazione di emergenza consuetudinaria, con i livelli della differenziata lontanissimi dagli obiettivi posti dalla giunta e un’azienda municipalizzata sull’orlo del collasso.

   

Una situazione grave, avrebbe detto Ennio Flaiano, ma certo non seria. Anche perché in questi due anni “sora Pinuccia”, come l’avevano ribattezzata non senza malignità i social romani, ci ha messo del suo fra gaffe e uscite pubbliche tutte da ridere. Come quando, arrivata da pochi mesi, provò a negare che a Roma ci fosse una emergenza sanitaria testimoniata dalla quantità di topi in giro. “Io sono una che vive la città, una ‘sopralluoghista’ – disse - e sinceramente devo dire di non aver mai visto un topo a Roma”. Peccato che soltanto una settimana prima un bambino di tre anni era stato morso da un roditore a Villa Gordiani. Con gli animali, oltre che con i rifiuti i cui cumuli a terra in questi due anni sono cresciuti in maniera proporzionale agli annunci, Pinuccia Montanari ha avuto sempre qualche problema. Forse anche per questo, appena insediata all’assessorato, aveva voluto con sé nello staff il giornalista ambientalista Edgar Helmut Meyer, vicepresidente designato del movimento animalista di Michela Brambilla, con un contratto da 41mila euro all’anno in qualità di esperto “alle politiche sui canili e gattili capitolini, alle iniziative di promozione dei diritti animali, ai corsi per tutor di colonie feline e alle attività dell’Osservatorio del verde”. Una spinta surreal-ambientalista che ha regalato a Roma perle comiche che stornelli e pasquinate tramanderanno per decenni, raccontando di quella volta che la disinfestazione contro le zanzare si fece per ordinanza ma solo contro le larve e non per gli individui adulti, o di quando l’assessore venuta da Reggio Emilia chiese ai cittadini di favorire la realizzazione di nidi di rondine sotto i tetti per giovarsi della loro azione insetticida. Filosofia che la Montanari deve aver condiviso con la sindaca Raggi, visto che assieme lanciarono persino l’idea di arruolare greggi di pecore a cui affidare il compito di “brucare” quell’erba che nei parchi e nelle ville della città l’amministrazione non era più in grado di far tagliare a operai e ditte specializzate. Una sorta di “autarchia animale” di cui, per nostra sventura, ha riso mezzo mondo.

    

Niente in confronto alla figura di tolla fatta fare alla Capitale grazie a Spelacchio, l’arbusto rinsecchito piazzato al centro di piazza Venezia nel Natale 2017 e finito su tutti i giornali del pianeta come emblema del declino della Capitale, travolta da quella sorta di decrescita infelice imposta dalla giunta Raggi. “È come un Picasso, va capito”, commentò l’assessore Montanari i cui uffici, neanche a dirlo, erano ovviamente responsabili dell’incauto acquisto. Del resto lei alla valorizzazione della cultura e delle opere d’arte teneva davvero. Al punto da farne appendere alcune, inaugurate davanti ai giornalisti come al più serio dei vernissage, all’interno dei sette bagni pubblici riconsegnati alla cittadinanza con una cerimonia immortalata in un video di propaganda già diventato un classico della commedia dell’assurdo. “Una galleria d’arte diffusa”, commentò con lo stesso entusiasmo con cui annunciava ai romani la messa a dimora di centinaia di alberelli per trasformare la città nel “Giardino d’Europa”. I rigori dell’inverno e l’incuria li hanno falcidiati, ma che cosa sarà mai per una città che, come ebbe a dire Pinuccia in un comunicato, vanta “44 milioni di chilometri quadrati di aree verdi”. In pratica la superficie dell’intera Asia.

Massimo Solani

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