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Più ricerca, più produzione, meno emissioni. Il caso Brazzale, la globalizzazione carbon neutral

La più antica azienda familiare italiana del settore lattiero-caseario dimostra come, ancor più del modello chilometro zero, è importante puntare sulle innovazioni che investono le singole parti della filiera

3 Novembre 2019 alle 06:00

Più ricerca, più produzione, meno emissioni. Il caso Brazzale, la globalizzazione carbon neutral

(Foto dal sito di Gran Moravia)

Quasi in dispettosa contemporanea al mio (entusiasta) acquisto di un monopattino elettrico (che meraviglia l’elettricità che ci libera dalle polveri sottili quotidiane, nonché dal fossile), a luglio, sulla rivista scientifica Environmental Research Letters è stata fatta una stima delle emissioni totali prodotte dall’uso dei monopattini elettrici in sharing. Quindi, nella sostanza, mentre io giravo per Roma felice come un bambino che va sulla giostra e sfidando le solite buche e fratture delle placche tettoniche, gli autori dell’articolo hanno smontato un comune monopattino e calcolato quanti gas serra sono rilasciati nell’atmosfera per produrre i singoli pezzi, considerando naturalmente tutta la filiera (trasportare i pezzi dalla Cina ecc.) e usando il database sull’impatto ambientale delle produzioni di oggetti dell’ong svizzera Ecoinvent, che poi è il più completo a livello internazionale. Senza farla lunga, vista e considerata tutta la filiera (e visti i furti dei monopattini, che quindi non si usano a lungo e bisogna ricomprarli), per ora, il monopattino non è proprio un’alternativa ecologica. Questo non per sconsigliare l’uso del monopattino elettrico, anzi, fra poco ne me compro uno più potente, ma per dirvi come è difficile essere ecologici. Quanto a lungo e approfonditamente bisogna studiare per costruire un prodotto che rispetti la sostenibilità su tutta la filiera.

 

Purtroppo o per fortuna la filiera è una sorta di dimensione olistica, ci mette in comunicazione con l’altro da noi. Per esempio, lo smog da noi è stato ridotto e quindi ci vantiamo giustamente (mica siamo come la Londra di un tempo!) e accusiamo la Cina. Ma se andiamo a vedere la filiera, ci accorgiamo che la Cina produce molti pezzi, a basso prezzo, che compongono i nostri oggetti quotidiani, e quindi come si sostenne in un altro celebre studio uscito su PNAS tempo fa: abbiamo solo spostato lo smog da Londra a Pechino. Mancano inoltre indicatori universali e standard di sostenibilità, quindi da una parte parliamo parliamo e introduciamo nei bilanci aziendali la parola sostenibilità col copia e incolla, dall’altra parte non siamo in grado di misurarla accuratamente. La filiera è il problema, certo. Ma del resto anche il chilometro zero è problematico. A parte che il monopattino non me lo posso fare da solo. A parte che ammesso che lo facessi da solo poi avrei voglia di esportarlo. Poi è un problema di scala, non siamo da soli, siamo quasi otto miliardi e in tanti partecipiamo alla filiera. Sono elementi che non consideriamo mai, perché sono faticosi, e infatti abbondano soluzioni decresciste: abbassa la produzione, liberati dei beni inutili ecc ecc. Ma anche qui, ancora non si è capito di quanto dobbiamo abbassare la produzione, e cioè, tradotto in soldoni, quanto siamo disposti a perdere in termine di potere di acquisto, benessere ecc. E non si è capito chi fa parte del comitato che stabilisce se il mio pc è utile o no.

 

A questo proposito, in un’ottica diversa, è interessante considerare il lavoro dell’azienda Brazzale, la più antica azienda familiare italiana del settore lattiero-caseario, originaria dell’Altopiano di Asiago, in attività ininterrotta da ben otto generazioni. Non è a chilometro zero, anzi ha sei insediamenti produttivi sparsi in tutto il mondo, in Italia, Repubblica Ceca, Brasile e Cina, e impiega complessivamente oltre 730 dipendenti, per un fatturato complessivo – dicono i bilanci relativi al 2018 – pari a circa 210 milioni di euro, di cui oltre un terzo esportato dall’Italia nel mondo. Quindi filiera lunga. Eppure, ha annunciato di aver raggiunto il traguardo carbon neutral, sia piantando 1,5 milioni di alberi nei propri pascoli sia con altre innovazioni che investono le singole parti della filiera.

 

Quindi più ricerca, più studio, più innovazione, più produzione e meno emissioni. Poi, speriamo anche di impegnarci di più col metro così da misurare bene e in maniera omogenea i risultati. Tuttavia dobbiamo provare a uscire dalla logica che una parte del mondo ambientalista sposa e propone e che ci sta deprimendo, e cioè che il problema è l’uomo, e per questo non lo si può risolvere attraverso l’uomo. Meglio impegnarsi nell’altra assunzione: questo problema l’abbiamo creato noi e ora lo risolviamo. Meno emissioni e più produzione per tutti, non è uno slogan, è proprio una necessità per il nuovo, complesso, numeroso mondo. Che poi cosa altro è, se non una filiera lunghissima.

Antonio Pascale

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