Test Far West

Enrico Bucci

Avere anticorpi non equivale a essere immuni al Covid. Guida per usare gli esami sierologici con intelligenza

Non facciamo confusione. Questa dovrebbe essere l’unica e universale direttiva per la comunicazione ai tempi dell’epidemia. Quanto segue vuole essere una guida rapida per spiegare significato e uso dei test sierologici a tutti, ma in particolare a chi vede nei test sierologici la soluzione di tutti i mali, senza capire se non approssimativamente di cosa si parla.

 

Quale scopo ci proponiamo dalla determinazione degli anticorpi nel sangue di un soggetto? C’è chi pensa che trovare gli anticorpi equivalga a dimostrare l’immunità di un soggetto al virus, e da qui ai “patentini di immunità” il salto è breve. Ho una notizia: non è così.

  

Innanzitutto, non sappiamo ancora se gli anticorpi prodotti in risposta al virus Sars-CoV-2 conferiscano protezione, totale o parziale che sia. Nel caso di Hiv, per fare un esempio, la risposta anticorpale contro la proteina gp41, indispensabile per l’entrata del virus nelle cellule umane, è in massima parte futile, cioè inefficace nel bloccare l’infezione. Noi non sappiamo se gli anticorpi contro la proteina Spike del coronavirus, che serve anche essa all’ingresso di questo nuovo virus nelle cellule umane, non soffrano dello stesso problema di quelli contro la proteina gp41 di Hiv. Certo, abbiamo delle evidenze preliminari che non sia così: in particolare, un preprint cinese su 175 convalescenti Covid riporta che, anche se non tutti i pazienti sviluppano anticorpi, la maggioranza di essi lo fa, e gli anticorpi sono neutralizzanti – cioè i pazienti sono immuni. Mancano però ancora evidenze solide, che abbiano passato il vaglio della revisione dei pari. In ogni caso, non sappiamo ancora quanto duri questa immunità: il che preclude comunque l’assegnazione di patentini di qualsivoglia genere, senza ripetere costantemente i test.

 

Ma allora a cosa può servire cercare nella popolazione anticorpi sviluppati in risposta al virus? Supponiamo di adottare un test rapido, che dia immediata risposta su chi ha gli anticorpi, con un tasso di errore del 5 per cento di falsi positivi (cioè soggetti positivi al test, ma che in realtà non hanno gli anticorpi) e 5 per cento di falsi negativi (cioè soggetti negativi al test, ma che in realtà hanno gli anticorpi). Ripetiamo su una popolazione questo test ogni due settimane, sapendo che se un soggetto si infetta, comincia a sviluppare anticorpi IgM dopo appunto due settimane.

 

E’ sufficiente che osserviamo da un test all’altro un aumento del 10 per cento dei positivi al test per sapere che, al netto dei falsi positivi, c’è un incremento di almeno il 5 per cento di soggetti certamente esposti al virus, cui si sommano i falsi negativi (per massimo un altro 5 per cento). A questo punto, avrei un’indicazione sufficientemente attendibile di un nuovo focolaio e si potrebbero rapidamente iniziare tracciamento dei contatti, isolamento e test di secondo livello per conferma (Pcr e sierologia quantitativa, con test centralizzati di laboratorio).

 

Di cosa ho bisogno perché questa semplice strategia funzioni? Ho bisogno di conoscere quanti falsi negativi (sensibilità) e falsi positivi (specificità) affliggono il test rapido che ho scelto, in modo da tarare il segnale di soglia che farà scattare l’allarme. Ho anche bisogno, tuttavia, di sapere che al di là degli errori il comportamento del test sia riproducibile, cioè che sullo stesso campione dia sempre la stessa risposta (non ci sia cioè troppa aleatorietà nel risultato).

 

Questi parametri possono essere tutti rapidamente valutati da un ente pubblico, su una batteria di test commerciali; in aggiunta, sensibilità, specificità e riproducibilità minime possono essere fissate come limiti da rispettare per la fornitura di test alla pubblica amministrazione. Evitando, così, truffe per il cittadino in farmacia, ma anche disastri come l’acquisto di 17,5 milioni di test rapidi inutili nel Regno Unito.

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