Un lavoratore in un supermercato di Seul (foto LaPresse)

Più che le epidemie, ad allarmare dovrebbe essere l'irrazionalità così diffusa

Alessandro Dal Lago

Il coronavirus dimostra che il panico è un fenomeno largamente indipendente dalle cause che lo provocano

Nel 1972, il matematico e meteorologo Edward Lorenz pubblicò una breve memoria che, in traduzione italiana, suona: “Prevedibilità: può il battito d’ali di una farfalla provocare un tornado in Texas?”. La risposta, affermativa, coincide con la nascita della teoria del caos, che studia la sensibilità di un sistema dinamico alle condizioni iniziali. In altri termini, mutamenti infinitesimali nello stato iniziale di un sistema possono provocare cambiamenti esponenziali o, in un linguaggio comune, catastrofici. Le trombe d’aria, causate o no da farfalle brasiliane, sono noti esempi meteorologici di teorie del caos. Analogamente, può un’infezione respiratoria nata, forse, in un mercato di animali in Cina causare una (limitata) epidemia simil-influenzale a Codogno o Vo’ Euganeo?

 

Ogni entusiasmo sull’applicazione pratica della teoria del caos al coronavirus sarebbe però fuorviante. Troppe informazioni sulla catena del contagio mancano, soprattutto sui famosi pazienti zero, che potrebbero essere molti di più di quanto si pensa e, come ammettono virologi ed epidemiologi, essere già guariti pensando di aver avuto una normale influenza. Ma il problema è un altro. Di che cosa stiamo parlando? Di peste nera, di influenza spagnola (50 milioni di morti tra il 1918 e il 1920) o del terrificante virus Ebola? In realtà, parliamo di una forma simil-influenzale, che ha un tasso di letalità tra il 2 e il 3 per cento degli infetti e forse meno, se teniamo conto dei possibili casi non registrati perché asintomatici o non attribuiti al coronavirus. Per dare un’idea degli ordini di grandezza in gioco ricordiamo che nel solo autunno-inverno 2017-2018 sono decedute in Italia poco meno di 14 mila persone di polmonite (fonte Istat), soprattutto anziani, che morivano in solitudine, per dir così, sia perché l’origine della malattia era varia (batterica, virale, micotica), sia perché nessuno aveva aggregato i loro casi in un’epidemia o possibile pandemia. Negli Usa, i deceduti per questa malattia sono stati circa 50 mila nello stesso periodo.

 

Quindi, è evidente una discrepanza clamorosa tra l’attuale pericolosità del coronavirus e il panico, questo sì esponenziale, che l’ha accolto in Italia e all’estero: chiusura di scuole e università nel nord, corsa alle mascherine e all’amuchina, blocchi dei treni al Brennero, polemiche regione Lombardia-governo, psicosi di ogni ordine e grado. Ora, allo stesso modo in cui si cerca una spiegazione epidemiologica alla diffusione nel mondo del virus della simil-influenza, è necessario interrogarsi sulla natura e sulle dimensioni del panico globale.

 

Per cominciare, il panico è il risultato di percezioni che per definizione sono errate (B. Duffy, I rischi della percezione. Perché ci sbagliamo su quasi tutto, Einaudi). Tanto per fare un esempio, se chiediamo ai nostri concittadini qual è la percentuale di anziani sulla popolazione, la risposta sarà sovrastimata del doppio. Lo stesso avviene per la percezione del numero di migranti o di islamici. Secondo ricerche recenti, più di un terzo degli intervistati ritiene che gli stranieri siano il 16 per cento dei residenti in Italia, mentre il 25 per cento indica addirittura un quarto della popolazione, quando in realtà i migranti sono circa l’8 per cento. La spiegazione non è difficile. La grandissima maggioranza dei nostri concittadini non consulta le pubblicazioni o il sito Istat, ma si fa un’“idea” della “realtà” in base ai media e soprattutto ai social media in cui dominano bufale e fake data. Le percezioni errate sono collettive per il semplice motivo che i media sono ormai il nostro ambiente principale. Quattro chiacchiere al bar di sotto o al lavoro durante la pausa pranzo non possono che rafforzare “ciò che si sa” e la presenza di messaggi politici iper semplificati – per esempio, la grancassa di Salvini sull’invasione degli immigrati – fa il resto. Le percezioni sono profezie che si auto avverano perché confermano quello che “sanno tutti” ecc.

 

Il panico altera la proporzione tra fenomeni ed eventi. Solo sparute minoranze (ricercatori, scienziati ecc.) si interrogano sulle dimensioni quantitative dei fenomeni e sulla probabilità dei rischi connessi. Anche se i casi conclamati di coronavirus fossero 1.000 si tratterebbe di una cifra minima se non irrisoria rispetto ai 5 milioni e rotti casi di influenza stimati nell’ultima rilevazione. Si stima che ogni anno muoiano circa 300 persone di influenza senza che si diffonda un particolare allarme sociale.

 

Il panico annulla le distanze. Non parlo solo degli ovvi effetti della globalizzazione (in poche ore si viaggia dalla Cina all’Italia, i contatti con gli altri paesi sono innumerevoli ecc.), ma della relazione che si istituisce tra la nostra esperienza e “quello che accade là fuori”. Mentre la possibilità che una farfalla in Brasile provochi un tornado in Texas è puramente teorica, e comunque oggetto di modellizzazione matematica, se un cinese arriva a Roma con il coronavirus “potrebbe infettare chiunque” e quindi chiunque guarda con sospetto i cinesi e se ne tiene alla larga (le cronache relative sono già numerose).

 

Il panico è globale e omogeneo. Sia pure con percentuali e toni diversi, in tutto il mondo sviluppato chi vive sotto un regime mediale unificato dai media vecchi e nuovi nutre le stesse paure, che hanno a che fare con la contaminazione del nostro mondo. Gli stranieri contaminano la nostra identità, invadono la nostra sfera, ci sottraggono le nostre risorse – allo stesso modo in cui l’eruzione di malattie infettive sconosciute fino a ieri minaccia il nostro habitat. Prendendosela con il governo che “ha fatto sbarcare i migranti” a Pozzallo, Salvini ha cercato di unificare minacce umane e biologiche, ma si ha l’impressione che questa volta abbia toppato. Il motivo è la caratteristica del panico esposta di seguito.

 

Il panico è selettivo. O meglio occupa una porzione inevitabilmente preponderante della nostra attenzione. Se le preoccupazioni mediali e percettive sono rivolte al coronavirus c’è poco spazio per altre questioni. Di migranti si parla meno, quasi nulla. Greta sparisce per un po’ – vedremo quanto – dai media. Il conflitto politico deve tacere di fronte alla gravità della situazione (Berlusconi e Meloni l’hanno capito, Salvini no). Dopo vedremo, ma per il momento il panico da contaminazione virale è il vero e solo problema in agenda – ovviamente con tutte le conseguenze sanitarie, economiche ecc. del caso. E quindi ogni discorso mediale e politico dovrà essere unanime. La retorica del “solo gli scienziati devono avere voce in capitolo” (anche se loro opinioni sulla natura e gravità del contagio sono divergenti) tenderà a emarginare il diritto di critica e di polemica politica (“il paese deve essere unito”, “non è il momento di dividerci” e così’ via”). Il diverbio tra il governatore della Lombardia e il presidente del Consiglio sull’ospedale di Codogno è probabilmente la coda polemica di un conflitto tra governo e Lega che dovrà essere forzatamente ricomposto, soprattutto nel momento in cui il nostro paese è sotto gli occhi del mondo, a torto o ragione.

 

Quelle esposte sopra sono caratteristiche del panico sociale che valgono anche per altri fenomeni collettivi (come l’“invasione” degli stranieri e anche le crisi finanziarie). Ovvero la sopravvalutazione, sino al parossismo, dei rischi corsi dalle società globalizzate. A pochi giorni dall’esplodere del caso-Italia, cominciano a circolare valutazioni meno catastrofiche da parte di politici e ricercatori: in altre parole, ci sta accorgendo che alcune centinaia di contagi accertati e sette decessi, mentre scrivo, non giustificano non solo la corsa ai supermercati e alle farmacie, ma anche misure spesso insensate, come la chiusura delle università e altre istituzioni in città che non hanno registrato nemmeno un caso.

 

Quello che ci sta mostrando il coronavirus è che il panico è un fenomeno largamente indipendente dai fenomeni che lo provocano. La natura istantanea della comunicazione e la dipendenza dell’informazione dai social media fanno sì che l’opinione pubblica sia più volatile e volubile di un tempo. Al rapido declino dei partiti tradizionali e alla nascita di movimenti populisti spesso effimeri corrispondono, nella sfera delle opinioni su “ciò che accade”, percezioni eccessive o distorte dei fenomeni collettivi, fiammate di panico e di irrazionalità. Queste ultime – e non solo le epidemie e il diffondersi di simil-influenze – dovrebbero diventare, più di quanto non avvenga oggi, oggetto di analisi scientifica e preoccupazione politica.

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