Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, nel video in cui annuncia il contagio di una sua collaboratrice e l'inizio del suo “auto-isolamento”

Il guaio dei pompieri che fanno i piromani

Claudio Cerasa

Imprese, politici, giornali. La nostra classe dirigente ridimensiona l’allarmismo creato sul coronavirus e invita a diffidare dei catastrofisti. Ma c’è un problema: far spegnere gli incendi da chi li ha appiccati. Tutte le altre quarantene necessarie

L’incredibile bolla di paura all’interno della quale si ritrova oggi il nostro paese ci ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro degli allarmisti, dove la sovranità tende ad appartenere a un popolo di piromani che di tanto in tanto, dopo aver appiccato un qualche fuoco, prova allegramente, e come se nulla fosse, a trasformarsi in uno spensierato popolo di pompieri. La propensione naturale dell’Italia a mettere in campo un esercito di piromani travestiti da pompieri è emersa con una certa chiarezza negli ultimi giorni, durante i quali una buona parte della classe dirigente del nostro paese ha alimentato, con vocazione per l’appunto alla piromania, un sentimento di paura, di terrore, di panico e di spavento che – in modo rocambolesco – oggi sta cercando di disinnescare.

 

Si è fatta molta ironia ieri per il titolo di Libero, che dopo aver accusato giorni fa il governo di aver tentato “una strage” per aver agevolato la diffusione del virus ci ha ripensato e ha invitato tutti a darsi una calmata, loro compresi evidentemente. Ma i tentativi creativi di marcia indietro sul tema dell’allarmismo sono una caratteristica più di un intero paese che di un singolo giornale. Vale per Libero, certo. Ma vale anche per Repubblica, che ieri ha provato a lanciare qualche messaggio di speranza (“Riapriamo Milano”) dopo aver terrorizzato i suoi lettori per cinque giorni (“Nord, paralisi da virus”, “Mezza Italia in quarantena”, “Il virus contagia i mercati”, “Italia? No grazie”). E in un certo senso vale anche per buona parte della classe politica del nostro paese, che nella giornata di ieri ha provato con generosità a mettere da parte le mascherine alla Attilio Fontana (mascherina ti conosco), le tute della Protezione civile alla Giuseppe Conte (è un virus, non un terremoto), le ordinanze restrittive (anche spinta dal Partito del pil, che ha sfiduciato il governo sul lato economico chiedendo di smetterla con l’allarmismo, vedi editoriale a pagina tre) e ha cercato così di fare il contrario di ciò che ha fatto finora: ridimensionare l’apocalisse.

 

In un paese in cui lo stile della comunicazione tende sistematicamente a fare di una buona notizia una non notizia – e in cui i problemi risolvibili per questioni di notiziabilità tendono a diventare problemi irrisolvibili, creando così emergenze anche quando le emergenze non ci sono – ribaltare una narrazione consolidata è come provare a infilare il dentifricio in un tubetto dopo averlo fatto uscire. Ma detto questo è comunque positivo notare che l’intera classe dirigente del paese sembra essere oggi intenzionata a ridimensionare l’allarmismo creato intorno al coronavirus. Se non fosse che anche qui, osservando i volti a cui il governo è costretto ad affidarsi per provare a ridimensionare l’allarmismo, vi è un altro problema che affiora e quel problema coincide con un’altra storia di piromani costretti a spegnere alcuni incendi da loro stessi creati.

 

Ieri pomeriggio, il governo ha scelto di affidare il ruolo di pompiere al suo ministro degli Esteri, Luigi Di Maio che, parlando di fronte alla stampa estera, assieme al ministro della Salute Roberto Speranza, ha ricordato come in Italia non vi siano nuovi focolai, ha specificato che i comuni coinvolti dall’epidemia corrispondono allo 0,1 per cento del totale, ha comunicato che le persone in quarantena sono lo 0,089 per cento del totale, ha segnalato che la porzione di territorio che si trova in isolamento nel nostro paese corrisponde allo 0,01 per cento e ha infine diffidato la popolazione dal prendere informazioni da canali non convenzionali: “Tante notizie errate stanno danneggiando l’economia e la reputazione della nostra comunità scientifica che sta affrontando in maniera brillante la situazione”. Ci auguriamo che l’appello di Giggino possa raccogliere i suoi frutti.

 

Ma non escludiamo la possibilità che agli elettori di Giggino possa suonare strano che il capo uscente di un partito politico inviti a non credere alle sirene dopo aver invitato per anni i suoi militanti a diffidare delle informazioni ufficiali (vi stanno fregando!), a diffidare di canali di informazione diversi da Tze Tze (vi stanno imbrogliando!), a diffidare degli esperti (vi stanno ingannando!), a diffidare dei vaccini (vi stanno avvelenando!), a diffidare della scienza (vi stanno imbavagliando!) e che per molto tempo ha permesso ai vertici del suo movimento di spacciare false terapie per proporre verità alternative contro la casta degli esperti (dal “siero di Bonifacio” a base di pipì di capra al “metodo Pantellini” con bicarbonato e limone contro i tumori, passando per il “metodo Di Bella” fino alla promozione di cure a base di veleno di scorpione). Il problema dei pompieri italiani – ci voleva l’arrivo del virus vero per spazzare via il campo dalle truffe dei No vax – è che spesso chi tenta di spegnere il fuoco si dimentica di essere stato lui ad appiccarlo poco prima. Ci auguriamo che gli inviti alla responsabilità possano produrre i loro effetti ma nel frattempo ci permettiamo di tenere per un periodo di tempo non troppo limitato in quarantena mediatica – lontani cioè da Facebook, da Twitter, dalle macchine fotografiche, dai giornali, dalla televisione – tutti i politici e anche i giornalisti incapaci di governare un problema senza creare allarmismo. Fare presto.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.