Contro il populismo sanitario

Massimo Morello

Tra pipistrelli e cigni neri, gli scienziati del Duke-Nus di Singapore ci spiegano perché non bisogna avere paura della pandemia, ma della Cina e del suo sistema

Singapore. “In Occidente il pipistrello è un simbolo del demonio, ma in Cina è un portafortuna”, dice il professor Wang Linfa, quasi a giustificare la collezione di questi animaletti – foto, disegni, pupazzetti, pelouche – che decora il suo studio alla DukeNus Medical School di Singapore (facoltà di Medicina nata dalla partnership tra la Duke University, una delle più prestigiose degli Stati Uniti, e la National University di Singapore).

 

In effetti per un occidentale il pipistrello è legato all’iconografia dei vampiri. In cinese, invece la parola “Fu”, pipistrello, suona identica a quella che indica una buona fortuna. Cinque pipistrelli, “wufu”, rappresentano le cinque benedizioni: lunga vita, ricchezza, salute, amore, virtù. E una morte serena.

 

Questa riflessione semantica e semiotica ha una sua elegante, macabra ironia: secondo il professor Wang Linfa, infatti, il pipistrello è uno dei maggiori sospettati di zoonosi, malattie trasmesse dagli animali all’uomo. Come il coronavirus. “Lui, il pipistrello, è fortunato: vive a lungo. Se l’umano lascia in pace il pipistrello non c’è problema”, risponde a chi gli fa rilevare l’incongruenza.

 

Direttore del programma di Emerging Infectious diseases (malattie infettive emergenti) il professor Wang, originario di Shanghai, è uno dei maggiori esperti in virus zoonotici. In un certo senso è un cacciatore di virus. E’ per questo che a gennaio è andato a Wuhan a studiare il coronavirus nel suo habitat originario. Tornato a Singapore ha continuato le sue ricerche in una quarantena volontaria. Proprio in quel periodo è stato isolato e messo a coltura nei laboratori della DukeNus quello che oggi è ufficialmente denominato chiamato il Covid-19. “Il nome della malattia deve essere politicamente corretto, non deve prestarsi a equivoci come è accaduto con la Sars, la Severe Acute Respiratory Syndrome, che veniva chiamata, con ironia fuori luogo, Sindrome della Special Administrative Region”, dice al Foglio Wang, riferendosi alla malattia che aveva avuto uno dei suoi focolai nella regione amministrativa speciale di Hong Kong. “E’ un po’ come accadeva durante la Rivoluzione Culturale”, precisa il professore, che è cresciuto proprio in quel periodo. “Allora le malattie venivano identificate semplicemente da un numero, per evitare qualsiasi equivoco”.

 


In questi tempi di malattie iper-globali, il Covid-19, più che evocare spettri di pandemie come la peste, deve servire da lezione. Nella tradizione cinese cinque pipistrelli, “wufu”, rappresentano le cinque benedizioni: lunga vita, ricchezza, salute, amore, virtù


 

In questa storia le parole e i numeri pesano molto se si vuole demistificare ciò che non si conosce. “Mi gioco quello che vuoi, beh quasi, che la maggior parte di quelli che ne parlano non abbiano la minima idea di che cosa sia un virus”, dice il professor Antonio Bertoletti, anche lui ricercatore di Emerging Infectious Diseases, guida del Foglio alla DukeNus. “Sono sempre stato affascinato dalla patogenesi delle infezioni virali, ma mi occupo di quelle epatiche”, tiene a precisare e forse anche per questo, per la gravità delle patologie su cui compie le sue ricerche, non riesce a preoccuparsi troppo di quella che chiama “un’influenza cattivella”. Poi, dopo un tentativo di spiegare le differenze tra virus costituiti da Dna o Rna (come il coronavirus) e il loro modo di trasmissione, preferisce citare qualche verso de “La Ginestra” di Leopardi. “Da italiani, rileggiamola: ‘E piegherai sotto il fascio mortal non renitente il tuo capo innocente ma non eretto con forsennato orgoglio inver le stelle ma più saggia, ma tanto meno inferma dell’uom, quanto le frali tue stirpi non credesti o dal fato o da te fatte immortali’. In questo clima di populismo sanitario credo che il modello di condotta da adottare sia quello della ginestra: flessibile, resiliente. Senza false paure o falso orgoglio. In questo caso cerchiamo di rimettere le cose nella giusta prospettiva”.

 

E’ un modello di condotta piuttosto diffuso nei laboratori della DukeNus. “Sono ottimista ma non sono contento”, dice Ooi Eng Eong, vicedirettore del programma Emerging Infectious Diseases. “Ottimista perché il Covid-19, per quanto più grave di una comune influenza è molto meno grave della Sars. Adesso siamo sicuri che non sia così pericoloso. Non posso essere contento proprio perché non è tanto grave, mentre noi abbiamo il controllo solo sui malati gravi e in questo caso l’infezione si diffonde senza che molti nemmeno si rendano conto di essere infetti. E’ per questo che il Covid-19 è già una pandemia. Nella mente della gente pandemia è qualcosa di orrendo. In realtà è una parola che definisce un’epidemia che si diffonde in diverse parti del mondo. Il problema, quando c’è di mezzo la Cina, sono i numeri, le dimensioni delle cifre. Solo il dieci per cento degli infettati richiede cure intensive, ma il dieci per cento di quanti? In Cina sono tanti”, dice il professor Ooi. “E’ qualcosa di inevitabile nel mondo contemporaneo. Per evitarlo dovremmo cambiare il sistema di vita, il modo stesso in cui disegniamo le città, disegnare città a prova di malattia. La scienza deve riconnettersi alla società”.

 

In questi tempi di malattie iper-globali, il Covid-19, più che evocare spettri di pandemie come la peste, deve servire da lezione: non è un cigno nero. “La comparsa di nuovi coronavirus non era inaspettata… In un mondo con cambiamenti significativi nel clima, nel commercio e nell’ecologia, c’è un rischio costante di nuove emergenze di malattie”, scrivono i dottori Lionel Lum e Paul Tambyah sul Singapore Medical Journal. “Nonostante questo, l’intero sistema medico sembra essere guidato da considerazioni commerciali. Quando la Sars è emersa, molte risorse in tutto il mondo sono state dedicate allo sviluppo terapeutico. La stragrande maggioranza di questi fondi è scomparsa con la malattia più di dieci anni fa. E’ giunto il momento di usare i moderni strumenti della biologia molecolare e sintetica per produrre farmaci e vaccini che ci proteggano da essi”.

  

“Ai vecchi tempi la gente si ammalava e moriva nel villaggio”, dice il professor Wang rispondendo a un’obiezione profana ma naturale: “Se tutte queste malattie sono ricorrenti o comunque prevedibili perché vengono definite emergenti?”. “Il virus è molto vecchio ma è nuovo tra la popolazione umana, quantomeno in forma epidemica. Una malattia si definisce emergente anche nel caso si diffonda in un luogo dove non c’era. Oppure quando cambia il modo di trasmissione, l’agente patogeno”. Ma la modifica più profonda, il patogeno occulto è il cambio di struttura sociale e politica. “In Cina dicono che in un solo posto, in Cina appunto, hai il primo, il secondo e il terzo mondo. Le emergenze di zoonosi come quella che molto probabilmente è all’origine del Covid-19 derivano da abitudini alimentari del terzo mondo, come il mangiare pipistrelli, che però sono trasportate nel secondo, nei mercati urbani, a ridosso del primo, i grandi centri economici e commerciali. Ma c’è anche da considerare l’impatto dell’uomo sull’ambiente, del primo mondo sul terzo, con tutte le conseguenze nei luoghi dove vivono gli animali. Insomma, il coronavirus è una conseguenza del sistema Cina, delle contraddizioni insite al sistema”.

 

In questo, paradossalmente il professor Wang sembrerebbe vicino all’articolo del Wall Street Journal, “China is the Real Sick Man of Asia” (la Cina è il vero malato dell’Asia), che ha suscitato le furie del governo di Pechino. Secondo un precedente articolo dello stesso giornale, “il sistema politico cinese potrebbe rovinare il mondo, che sia per caso o intenzionalmente”. E ancora “il coronavirus è una metafora per due idee politiche che sono incompatibili con le realtà del mondo moderno: il Partito comunista cinese e l’isolazionismo americano”.

 

Ancora una volta, invece, nel continuo equivoco di parole che è questa storia, la conclusione del professor Wang concorda solo sull’isolazionismo. Per il resto è diametralmente opposta. “Gli occidentali continuano a non capire la Cina. E’ dalla guerra dell’oppio che ripetono gli stessi errori, alimentando una narrativa che crea contrapposizione”, dice Wang. “Il sistema del Partito comunista permette il controllo in situazioni di crisi come questa, è un sistema che educa e apprende da se stesso. Immagina come potrebbe essere la crisi del Covid-19 se non ci fosse stata la Sars: dopo la Sars il governo ha investito miliardi in prevenzione”. Secondo Wang le crisi infettive hanno anche determinato una nuova forma di “rivoluzione culturale”. “L’impatto della tradizione è lungo: non si può cancellarla ma va adattata al mondo contemporaneo. Per esempio, con leggi sulla vendita degli animali vivi, con l’allevamento di animali tradizionalmente usati come cibo”. Wang insomma materializza il concetto cinese secondo cui il caos rappresenta un’opportunità. A una condizione. “Le malattie infettive riguardano tutto il mondo. Senza la collaborazione della Cina non ce la facciamo”.

 

“Il problema è la soluzione?” è la logica e un po’ provocatoria domanda. “Sì. E’ un buon modo per concludere questa conversazione”.

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