Salvini tentenna ma propone un governo di unità. Meloni gli dice “no”

Salvatore Merlo

Due fronti nel centrodestra. “Sarebbe il terzo governo inutile della legislatura. Conte deve dimettersi. E poi si vota”, ci spiega la leader di FdI

Roma. Quando le si riferisce della proposta di Salvini, dell’idea di un governo di unità nazionale, lei inarca le sopracciglia. “Tanto per cominciare non mi fido né di Renzi né di Di Maio”, dice. “E poi che governo sarebbe? Il terzo governo inutile di questa legislatura. La gente ci tirerebbe le scarpe”. Ma quello che provoca in Giorgia Meloni uno sguardo sospeso, tra l’interrogativo e lo stupefatto, è l’intima convinzione che l’idea avanzata – con qualche esitazione – da Matteo Salvini sia “una cosa che non ha senso. O forse un senso ce l’ha, ma me lo tengo per me. Non è il momento di fare strategie sulla pelle degli italiani. Io sono per mandare a casa Conte. Ma un minuto dopo c’è solo il voto. E’ inutile che me la vengano a raccontare”. E insomma la suggestione del leader leghista precipita sul disinteresse un po’ sarcastico di Fratelli d’Italia.

 

Alla Camera, affollata per il voto sul decreto coronavirus, nemmeno i leghisti sembrano troppo persuasi. Massimo Garavaglia, l’ex sottosegretario all’Economia, fa lo spiritoso. “Dopo l’esperienza del governo con Di Maio io ve lo dico: mai più”. Solo che non c’è maggioranza in questa legislatura senza M5s. “Con il quale governare è impossibile”, dice Edoardo Rixi, uno dei leghisti che sanno di ciò che parlano in quanto è stato sottosegretario di Toninelli. Dunque di che si discute?

 

D’altra parte nemmeno Salvini sembrava troppo sicuro di ciò che stava dicendo mentre, incalzato dai giornalisti in conferenza stampa, a Montecitorio, alternava considerazioni sprezzanti su Conte (“non è in grado di gestire l’emergenza ma neanche la normalità”) a una proposta politica di governissimo balbettante e per certi versi surreale: un governo di otto mesi per andare alle elezioni. Insomma un governo d’emergenza, in previsione della possibile recessione, che però non farebbe nemmeno in tempo a occuparsi della manovra. Una contraddizione cui Giancarlo Giorgetti, che non è un situazionista, tentava di mettere un pezza così: “Queste cose sai quando iniziano ma non sai mai quanto durano”.

 

L’impressione diffusa è che Salvini sia più che altro obbligato a inventare ogni giorno il pezzo di terra su cui tenersi in piedi. Imperativo per lui è mantenere calda la scena con quattro stecchi, un po’ di lustrini, una trombetta e qualche fumo colorato. “Vuol far capire che non è un diavolo”, dice Ignazio La Russa, riferendosi forse ai guai giudiziari che attendono il segretario della Lega. Un Salvini responsabile sarebbe trattato meglio dai magistrati? Improbabile. Qualcuno ricorre alle categorie della psicologia per spiegarne le mosse. “Salvini non sopporta Conte. E’ un fatto personale. Ogni volta che lo vede pensa: ‘Ma io davvero mi sono fatto fregare da un inetto del genere?”. Chissà. Impaziente, compulsivo, il segretario della Lega è formidabile nella propaganda, in campagna elettorale, ma zoppicante nella manovra politica, quando bisogna progettare senza esercizi pirotecnici. L’idea del governo di unità nazionale è di Giorgetti, ma Salvini non riesce nemmeno a esporla con coerenza logica. Tutto il contrario della Meloni, che dice una cosa non meno improbabile eppure chiara: “Ridisegniamo i collegi elettorali dopo il referendum sul taglio dei parlamentari, inseriamo clausole di salvaguardia per l’economia, e andiamo subito a votare”. Solo che Conte non cade. E se cade forse rimbalza.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.