Chiudere le scuole anche dove non c'è il virus è una sconfitta educativa

Mario Leone

Bloccare è il motto di chi nella vita non ha certezze, realismo e amore alla realtà. Per evitare di sbagliare meglio ritirarsi

Scuole chiuse o scuole aperte? In piena “emergenza coronavirus” è una delle questioni più dibattute. Nelle regioni dove sono presenti i focolai, la decisione se riaprire gli istituti sarà presa nel weekend. In Veneto si dovrebbe ripartire lunedì prossimo. Altre regioni hanno chiesto la chiusura di tutte le scuole sul territorio nazionale. Se quella nelle “zone rosse” sembra avere qualche motivazione fondata (ma ci chiediamo: se dovessero aprire il 1 marzo i rischi sarebbero minori? E se aprissero il 1 aprile?) meno comprensibili sono le richieste di una serrata generale. Il governatore delle Marche, Luca Ceriscioli, ha emesso un’ordinanza di chiusura senza che questa fosse autorizzata dal Miur, aprendo così un conflitto di attribuzioni con il primo ministro Giuseppe Conte. Lasciamo stare le polemiche politiche e concentriamoci su un dato che emerge da questa vicenda.

 

Chiudere le scuole dove il virus non sembra essere presente è evidentemente sbagliato. I motivi sono sanitari, logistici, culturali ed economici. Oltre che di semplice buonsenso. Non è nemmeno una questione di validità dell’anno scolastico. Il ministro Lucia Azzolina ha dichiarato che nessuno lo perderà. Bene, tutti felici e buone vacanze! Il problema riguarda l’ulteriore segnale che stiamo dando ai nostri figli, piccoli e grandi. Di fronte a una presunta difficoltà si chiude baracca.

 

Bloccare è il motto di chi nella vita non ha certezze, realismo e amore alla realtà. Per evitare di sbagliare meglio ritirarsi. Di fronte a qualcosa di cui non si conoscono bene le prospettive, si chiude. Serrare con leggerezza gli ingressi delle scuole è a livello culturale ed educativo un messaggio ben più grave e potenzialmente dannoso del coronavirus. È l’ennesimo tassello in questo lento e violento processo di sclerotizzazione dell’io dei nostri figli. Noi adulti, noi istituzioni, incapaci di prendere decisioni, di mantenere rapporti, di accettare i rischi, offriamo come unica soluzione la stasi. Perché bloccare qualcosa o qualcuno immotivatamente significa condannarlo a una prigione le cui sbarre si fissano sul cuore e sul cervello. È quello che da un certo punto di vista fanno milioni di Hikikomori, quei ragazzi che piano piano se ne vanno da scuola e dalla vita di tutti i giorni, richiudendosi in casa. Via da tutto, soli davanti a un pc. Incapaci di affrontare le proprie fragilità e di trovare qualcuno che li accompagni in questo.

 

Interessante la lettera di Domenico Squillace preside dell’istituto Volta di Milano che invita i ragazzi alla calma ed esorta a non permettere che si avveleni tutto il tessuto sociale e a non vedere “un nostro simile come una minaccia”. Vero, ma i ragazzi hanno bisogno di persone che testimonino nella loro vita questo. Hanno bisogno di gente che veda, nelle persone e nei fatti della realtà, anche i più dolorosi e incomprensibili, una possibilità per recuperare quello che diamo per scontato quotidianamente. Adulti aperti alla categoria della possibilità, dell’imprevisto e della provvidenza di manzoniana memoria.

 

Di Chesterton si è soliti citare una famosa frase: “La vita è la più bella delle avventure ma solo l'avventuriero lo scopre”. Ecco, la scuola è in molte realtà un luogo dove poter incontrare questa vita bella, questa avventura dove inoltrarsi. Allora sarebbe proprio commovente vedere gli studenti non connessi da casa a seguire le lezioni (il ministro dovrà poi spiegare come intende praticamente realizzare in pochi giorni lo smart learning) ma davanti ai cancelli delle loro scuole chiuse, insieme ai loro professori, pacificamente, desiderosi di imparare a dire: “Io”.

Di più su questi argomenti: