Il Carnevale degli altri

Valentina Furlanetto

Ridere delle bombe che cadono, lanciare coriandoli e stelle filanti, adulti fuori ma dentro?

Cadono le bombe a Idlib, in Siria, e un padre, Abdullah Muhammed, inventa una storia per la sua bambina di quattro anni, Selva: per non farla spaventare le racconta che le bombe fanno parte di un gioco. Ogni volta che si sente una bomba che cade, loro ridono. Il video è diventato virale, prima che virale iniziasse a significare un’altra cosa. Ho ripensato a quel padre e a quella bambina mentre al Carnevale di Venezia con i miei figli e i miei genitori tiravo coriandoli e stelle filanti, e voi iniziavate a svuotare i supermercati. Non che io non ci pensassi. Ho iniziato a fare l’elenco mentale di ciò che poteva servirmi: carta igienica, tonno, pasta, latte, litri e litri di amuchina. Speriamo che resti qualcosa, pensavo. Guardavo di nascosto le notizie sul cellulare, con tutti quegli assalti ai supermercati a Milano e mi angosciavo. “Mamma sei distratta” ha detto Batman, che quando gioco con lui non accetta che faccia nient’altro. E allora ho smesso di pensarci e ho ripreso a inseguirlo, vestita e truccata da Joker, legandolo stretto con stelle filanti colorate. Abbiamo riso tutti, compresi i miei genitori e compresa mia figlia adolescente che ultimamente non ride mai e si imbarazza di tutto.

 

Poi è arrivata la circolare della scuola: chiusa. Che bello, evviva! ha detto Batman. A Joker si è spezzato il sorriso in faccia. Una settimana a casa con Batman non ce la posso fare. Va bene i coriandoli a Piazza San Marco, ma una settimana di partite a Uno e a Monopoli, piuttosto bacio uno di Wuhan e la facciamo finita subito. Vabbè non perdiamo la calma, ha detto mio marito, che non ha lo smart working ed è sicuro di dover andare a lavorare. Poi hanno iniziato a fioccare i messaggi dei gruppi whatsapp: niente basket, niente pianoforte, forse niente gita. Niente gita?, ha urlato l’adolescente vestita da Unicorno azzurro. Eh no, raga, ha detto, va bene tutto, va bene il virus mortale, ma non l’annullamento della gita. Tra l’altro abbiamo già dato l’anticipo, ha detto mio marito. Cento euro. E’ seguito un lungo minuto di silenzio nel quale tutti stavano calcolando la perdita economica nella loro moneta personale: mio marito nelle vecchie e care lire, mia figlia in iPhone X, e Batman in ghiaccioli all’amarena. Perché ognuno a casa mia calcola ogni cifra con quello che gli sta a cuore.

 

Poi mia mamma ha iniziato a raccontarci dell’influenza asiatica, nel 1957. “Avevo otto anni – ha detto – è stato bellissimo. Perché avevo una bicicletta in condivisione con mia sorella, ma la voleva usare solo lei. Finché si è ammalata di asiatica, è stata a letto con la febbre alta e allora io avevo finalmente la bicicletta tutta per me. Ed ero felice. Correvo intorno alla casa con la bicicletta felice e tutta sudata. Talmente sudata che poi mi è venuta la febbre. E allora eravamo in camera tutte e due con la febbre alta. E il nonno si sedeva in mezzo a noi e ci raccontava delle storie”.

 

Ma se chiude la scuola a tempo indeterminato allora è grave, ha detto ad alta voce Batman. Se non fanno neppure la gita è gravissimo, ha detto l’Unicorno azzurro connesso con i social e con i gruppi whatsapp dei compagni delle medie e quindi angosciato. Moriremo? Hanno chiesto entrambi. Gli Unicorni azzurri non muoiono, Batman non muore, ho risposto decisa. Ma Joker? ha chiesto mio figlio. Non muore neanche Joker, ho detto. Sei seria? Ha chiesto Batman. Serissima, ha detto Joker ridendo. Era un riso isterico chiaramente, perché io oggi non sono sicura di niente, sussulto a ogni messaggio su whatsapp, evito di collegarmi ai social perché mi trasferiscono ansia, faccio elenchi mentali di cose che ci possono servire nel bunker della nostra casa, mi sento già la gola calda, la fronte sudata, le mani bollenti. Ma tiro coriandoli a mia madre e mangio frittelle zuccherate facendo finta che vada tutto bene, che non ci sia nulla da temere.

 

Poi di notte sotto il piumone consulto online il decalogo “dieci cose da sapere per evitare il coronavirus” e aggiorno le agenzie per capire chi è infettato, cosa fare, come proteggersi. E mi chiedo se anche quel papà di Idlib non faccia così, se sotto le coperte, quando sua figlia dorme, non si colleghi con il cellulare per capire se l’accordo di Ginevra tiene, se Assad e Mosca hanno deciso di bombardare ancora, se i miliziani e i turchi stiano per arrendersi o stiano per vincere. E Abdullah Muhammed non ha ospedali a portata di mano come li abbiamo noi, non ha supermercati da assaltare, non ha immensi scudi di amuchina in cui confidare. Soprattutto non ha i nervi a pezzi da cinque giorni come noi, ma da nove anni. E magari tra l’altro anche lì, in Siria, gira questo maledetto virus, ma hanno altro a cui pensare, perché una bomba che ti cade in testa è un pericolo immediato, anche se con la tua bambina fai finta di essere felice. Mi chiedo se il padre di Idlib sia sereno come sembra, se sia adulto fuori e anche dentro, come deve essere adulto un adulto, o se anche lui sia vestito da Joker e la sua risata sia isterica e nervosa, come la mia.

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