Una figlia ubbidiente e le regole importanti della disobbedienza

Annalena Benini

Il gesto insensato, la nota sul registro, la paura degli incendi e la cosa giusta da fare

Per molto tempo sono stata una figlia ubbidiente. Ubbidisci, non disobbedire, lo fai perché lo dico io, non lo fai perché lo dico io, studia, non uscire, non fare tardi, non rispondere male, non dire bugie, dimmi la verità, non farmi preoccupare. Prima ero ubbidiente, poi ho imparato che potevo anche solo fingere di essere ubbidiente. Ma per tutto il tempo mi sono chiesta, e me lo chiedo ancora, che cosa significhi essere ubbidienti. Ci sono delle regole, e ci sono tre possibilità rispetto a ogni regola: ubbidire, disubbidire, fingere di non disubbidire. Non rubare, non andare in auto di notte con qualcuno ubriaco, non rispondere male ai professori, non rispondere male a tua madre, non farti bocciare, non incendiare la tua stanza, non incendiare la scuola, non andare a dormire da quello, non fumare.

 

Non ho mai incendiato la scuola, ma una volta ho rischiato di incendiare la stanza con una candela accesa che è caduta sul tappeto e per spegnere l’incendio ho usato la giacca che mia madre mi aveva appena comprato, ho risposto male a mia madre una quantità enorme, ma soprattutto infinita, di volte. Non ho mai smesso di risponderle male, e mi infurio perché mia figlia mi risponde male. Le dico: come ti permetti di rispondermi male. Le dico: devi ubbidire. Le dico: non disubbidire. Le dico più o meno le stesse cose che dicevano a me, compreso: non incendiare la tua stanza, con un sovrappiù di veemenza perché mi ricordo ancora l’odore di bruciato del tappeto e della mia giacca nuova. Però le dico anche, glielo ho detto sempre: non fare la spia. Insomma ho gettato io stessa, con questa regola, le basi della disobbedienza. Se suo fratello incendiasse la stanza e io le chiedessi urlando: chi è stato?, lei non potrebbe rispondermi. Però a quel punto l’incendio si sarebbe probabilmente esteso a tutta la casa, e non mi importerebbe più di sapere chi è stato. Sono ossessionata dagli incendi perché mia figlia ha cominciato da poco ad appassionarsi alle candele, e di nuovo sento quell’odore di bruciato dappertutto.

 

Ma insomma, ecco cos’è successo: non un incendio, grazie al cielo, ma una nota di demerito a tutta la classe per disobbedienza. Premessa: anche se la scena facesse ridere, io non riderei. Anche se facesse molto ridere, io rimarrei seria. Anche se nell’ora di Arte qualcuno avesse portato in classe un rotolo di spago, io non mi divertirei. E se questo rotolo di spago fosse stato passato e lanciato di banco in banco, di ragazzo in ragazzo, durante il compito in classe, io lo troverei grave, non gravissimo, e comunque riderei solo in bagno di nascosto. Un rotolo di spago passato e lanciato sopra le teste, o sotto i banchi, qualcuno della classe ha partecipato e qualcun altro no, qualcuno era contrario e qualcun altro no, qualcuno ha legato lo spago alle gambe dei banchi e qualcun altro no. Fino a formare un reticolato di spago e di banchi legati tra loro: un gesto disubbidente, non spaventoso, non violento, un po' simpatico, ma certo non lo direi mai. Non disubbidire. Il professore è sceso dalla cattedra per camminare tra i banchi e, ha scritto poi nella nota, si è trovato avviluppato in quella rete, rischiando di inciampare, di cadere, se avesse avuto una candela accesa in mano anche rischiando di provocare un incendio (ecco di nuovo quell’odore di bruciato). Si è arrabbiato, ha chiesto chi è stato, di chi è stata l’idea, di chi è lo spago, ditemi il nome e metto la nota solo a quel nome. Lo ha chiesto a tutti, quindi anche a quelli che non c’entravano niente. Un professore lo deve fare. Le regole vanno rispettate. In classe è sceso il silenzio, nessuno ha detto una parola, nessuno ha detto: è stata lei, è stato lui. Nessuno ha detto nemmeno: non sono stato io. Hanno disubbidito tutti, e tutti hanno preso la nota per “gesto insensato”.

 

Io controllo sempre il registro, per paura degli incendi e dei brutti voti, e ho letto la nota del professore. Sono andata un attimo in bagno, ma solo a lavarmi le mani, non a ridere. Poi mia figlia mi ha telefonato e ha detto: mamma, lo so che ti arrabbierai, ma è stato troppo emozionante. E ha detto, con quella vocina di cristallo: sono un po' fiera di me e dei miei compagni. Le ho chiesto, con voce da madre severa: e perché sei fiera? Lei ha risposto: perché è stata una cretinata, ma poi è diventata la cosa giusta. Ci sono le regole vostre, ma ci sono anche le regole nostre.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.