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Lo sbarco di Salvini a Roma, visto dal quartiere della nuova sede leghista

“Peggio di Raggi che po’ ffa?”. Voci da via della Panetteria, dove la Lega intende aprire il suo ufficio capitolino

Marianna Rizzini

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rizzini@ilfoglio.it

16 Febbraio 2020 alle 06:18

Lo sbarco di Salvini a Roma, visto dal quartiere della nuova sede leghista

Matteo Salvini a Roma (foto LaPresse)

Roma. Non è il marziano a Roma, è (soltanto) Matteo Salvini, leader della Lega ed ex ministro dell’Interno. E però Salvini un piccolo sbarco sta per farlo: convention della Lega all’Eur il 16 febbraio, con contestuale protesta delle Sardine ma anche con contestuale annuncio dell’apertura di una nuova sede leghista in via della Panetteria, pienissimo centro turistico e politico, a due passi da Palazzo Chigi (dove soltanto sei mesi fa Salvini sedeva da vicepremier alleato dei Cinque stelle). Ma lo stesso Salvini, e non da oggi, proprio al sindaco a Cinque stelle Virginia Raggi sferra attacchi a intermittenza: si va dallo “spero che i romani escano presto da questo incubo” al “Raggi sindaco più incapace della storia”, detto qualche giorno fa, quando la ferrovia Termini-Centocelle si è fermata per mancanza di autisti (in sciopero bianco).

 

E, sempre non da oggi, Salvini, nella marcia di avvicinamento alla città dove l’opposizione di centrosinistra ha avuto a lungo davanti una prateria e ora ha di fronte un leghista come avversario, compie azioni di immediato effetto sulla platea di quelli che chiama “i residenti abbandonati e dimenticati”: qualche giorno fa, per esempio, si è recato alle case popolari di Ostia. Ma com’è visto il suo sbarco nelle vie centrali dove la presenza leghista assumerà simbolicamente un peso toponomastico? Via della Panetteria, infatti, la strada dove abitava il leader radicale Marco Pannella, si trova nel quartiere Trevi, punto di snodo tra la fontana omonima, il Quirinale e la trafficata via del Tritone: turisti e istituzioni, commercio e studi di professionisti, e in mezzo, con tanto di nuova sede, il progetto leghista di puntare al Campidoglio. E forse la possibile presa di Roma passa anche da qui: dalla noncuranza con cui il quartiere accoglie l’idea dell’Opa salviniana su quel che resta della Roma a Cinque stelle con trascorsi di centrosinistra. Anzi: negli esercizi commerciali del quartiere circola il tormentone del “peggio di Raggi che po’ ffa?”, come dice Giovanni, commesso di uno dei tanti negozi di souvenir del circondario (batterie di Limoncello, cataste di olive sottovuoto e persino vetri di Murano fuori contesto). E insomma, tra via della Panetteria e via delle Muratte, e tra via del Lavatore e via delle Vergini, fino alle propaggini dei teatri Quirino e Quirinetta, lambendo la galleria Alberto Sordi, questo Salvini tonitruante lascia più perplessi che spaventati (“a volte non si capisce perché se la prende con questo e quello”, dice la signora Maria Antonelli, appena uscita dal negozio di scarpe vicino alla fontana di Trevi, accompagnata dalla badante di nazionalità ucraina che annuisce.

 

Maria, novant’anni tra un mese, dice che “questi”, cioè i romani, “so’ tutti smemorati”, e conta sulle dita della mano i “decenni de democrazia”, per poi sbottare: “E mo’ che volemo fa?”). Ma quando dall’astrattezza del ricordo si passa alla pratica si fa fatica a trovare qualcuno davvero allarmato. Il concetto lo esprime chiaro Angelo, trentenne barista nel bar che si propone anche come sede di “aperi-pizza”: “A sto punto boh, proviamo”. E se si obietta che già con Raggi il “proviamo” ha portato alle conseguenze non proprio esaltanti che sono sotto gli occhi di tutti, Angelo risponde: “Magari con questo va meglio”. Si procede verso l’angolo, dove troneggia un negozio di sport che non è di sport (gadget di Roma, Lazio e Formula 1).

 

La commessa viene dall’Asia, non vuole rispondere ma poi dice che “comunque Salvini non ce l’ha con gli orientali”. In un altro dei bar ibridi (anche un po’ salumerie e rivendite di vini e champagne) c’è Mario, che si dichiara “romano da quattro generazioni”, prepara caffè a due turisti russi e dice “tanto qui non cambia mai niente, Salvini o non Salvini”. Dalla vetrina dell’ennesimo negozio di pelli e borse spunta una batteria di Pinocchi di legno. Lo sa che Salvini aprirà una sede qui vicino? si chiede al commesso, che, disinteressato al tema, risponde “non so nulla”. Al ristorante-brasserie a due passi dal Quirino dove mangiano politici di vari colori, un cameriere emette il vaticinio: “Quello che è successo ai Cinque stelle succederà pure a lui”.

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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Commenti all'articolo

  • romamor

    16 Febbraio 2020 - 12:40

    No: A via della Panetteria no.

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