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"Noi 5 stelle non possiamo essere ostaggi di Salvini sul Mes", dice Battelli

“Il fondo salva stati è diventato un problema politico a causa di equivoci e mistificazioni”. Parla il deputato del M5s

19 Giugno 2020 alle 06:00

"Noi 5 stelle non possiamo essere ostaggi di Salvini sul Mes", dice Battelli

(foto LaPresse)

Roma. Alla propaganda, Sergio Battelli dice di preferire la prudenza. “E il pragmatismo”, aggiunge il deputato del M5s, presidente della commissione per le Politiche europee. E con ragione e pragmatismo, allora, dice che “nella mia cassetta d’emergenza preferisco avere tutti gli attrezzi che possono tornare utili a fronteggiare una crisi che ancora non sappiamo come evolverà”. Tutti, dunque anche il Mes? “Io non escludo niente, ma pongo delle priorità. E al momento, le priorità sono la trattativa sul Recovery fund, l’utilizzo dei fondi di coesione e la riforma del Patto di stabilità. Quanto al Mes, è diventato un enorme problema politico a causa di equivoci e mistificazioni”. 

 

Che pure voi del M5s, però, contribuite ad alimentare. “Alcuni dei nostri – dice Battelli – sono ancora ostaggio della propaganda di Salvini, che cavalca furbamente l’argomento. Ma mi chiedo cosa ne pensano Zaia e Fontana, dell’eventuale accesso ai prestiti agevolati per le spese sanitarie. Nella mia Liguria, Toti, che governo con la Lega, si è già detto più che favorevole. E d’altronde anche Salvini fatica, ormai, a dire che questo Mes non sia migliorato rispetto a quel che era in passato”.

 

Dunque ne siete consapevoli anche voi, nel M5s? “E’ innegabile. Da settimane, nella nostra commissione alla Camera, conduciamo un’indagine conoscitiva, e sul Mes abbiamo potuto ascoltare l’opinione del gotha dell’accademia italiana, da Prodi a Cottarelli. Ebbene, è indubbio che, in confronto ai tassi d’interesse attuali dei nostri Btp, con la nuova linea di credito del Fondo salva stati, risparmieremmo circa 700 milioni di euro all’anno, per dieci anni. Anche la professoressa Stirati, di Roma Tre, che pure è scettica sul Mes, lo ha riconosciuto durante la sua audizione”.

 

Eh ma poi, si dice, ci sono le famigerate condizionalità. Ci sarebbe perfino la “condizionalità in uscita”, questa specie di categoria dello spirito dei sovranisti. “Ci sono i trattati che parlano chiaro, certo. Ma faccio notare che anche la Bce, che tutti ora lodiamo, sta di fatto agendo in deroga al suo mandato. Gli accordi tra i governi, la volontà politica, possono molto. Nel trattato internazionale che regola il Mes è prevista una ‘sorveglianza rafforzata’ che si attiverebbe sui nostri conti nel momento in cui venisse reintrodotto il Patto di stabilità così com’era. E però qui si guarda il dito, e non la luna: perché il vero nodo politico sta proprio nella modifica del Fiscal compact, che per l’intera Ue è indispensabile. Non si pensi di tornare a Maastricht nel 2021: altrimenti, Mes o non Mes, la sorveglianza rafforzata per l’Italia scatterà comunque”. Ma ai suoi colleghi del M5s glielo ha detto? “Se stiamo ai fatti, la propaganda decade”.

 

Accennava alle priorità, prima. “Il Recovery fund è la principale. Non solo per la sua portata, ma anche per la logica che sottende al suo funzionamento: emissione di debito comune, dunque condivisione di rischi e responsabilità. E’ il senso politico profondo dell’Europa: abbandonare il metodo intergovernativo per passare a quello comunitario”. Tutto bello, ma tutto tremendamente complesso. Per il 2020, l’unico strumento utilizzabile pare il Mes. “Io dico invece che, prima di impantanarci in questo dibattito surreale, potremmo pensare di spendere davvero i 20 miliardi di fondi coesione che l’Europa già ci ha garantito, rimuovendo anche il vincolo del cofinanziamento nazionale. Sono soldi incagliati, immediatamente spendibili”. Ma non si spendono. “Colpa delle regioni: quasi tutti quei fondi sono di loro competenza”.

 

Intanto, a inizio luglio alle Camere si voterà una mozione alla vigilia del Consiglio europeo. Stavolta la conta è inevitabile, e il riferimento al Mes pure. “Non prevedo alcuna tragedia, in merito. Votare per dotarsi di uno strumento, inserirlo nella nostra cassetta degli attrezzi, non significa attivarlo immediatamente. Non vedo perché dovremmo privarci di un potenziale supporto”. Pd e Iv, però, proprio questo vi chiedono: attivarlo subito. “Prima, a mio avviso, vanno utilizzati al meglio i fondi coesione”. E poi? “E poi vediamo. Nessuno sa davvero come si sarà evoluta la crisi, di qui a sei mesi”.

Valerio Valentini

Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, piccolo paese sugli Appennini abruzzesi. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento, dopo un Erasmus nell'Essex e uno a Parigi. Al Foglio sono arrivato per la prima volta nel 2017, come stagista, e l'ho trovato il posto migliore dove fare il giornalista e occuparsi di politica. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia" (Laterza), sulla gente delle mie parti e sul loro strano modo di stare al mondo, che ha vinto nel 2018 il Premio Campiello Opera Prima

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