Forfettario un corno

Domenico Di Sanzo

I 300 euro al mese a Rousseau. E ora i 3.000 fissi. Rivolta del M5s sui soldi al partito. E al Senato nuove defezioni

Nel partito dell’uno vale uno è da un pezzo che non sono tutti uguali. Così mentre i vertici e i ministri, con l’aggiunta di Alessandro Di Battista, si inventano riunioni e cenacoli a base di pizza al taglio per decidere di che morte deve morire il M5s, nel ventre molle dei gruppi più numerosi del Parlamento i “portavoce” si interrogano su questioni molto più prosaiche. Innescando un piccolo circo fatto di frasi pronunciate a mezza bocca, timori anonimi e paranoie. L’ennesima questione che cova sotto la cenere del grillismo, in un’altra giornata di addii alla Camera e al Senato (ieri è passata alla Lega la senatrice Riccardi, tredecisima grillina a mollare il M5s al Senato, e la maggioranza a Palazzo Madama scende a quota 160) verte sui soldi che ogni parlamentare si taglia mensilmente dallo stipendio. Le famigerate restituzioni, forse l’unico feticcio rimasto in piedi tra i dogmi dell’età dell’oro dei Cinque Stelle.

 

La storia (ri)comincia nella tarda serata del 21 maggio scorso. Quando gli eletti si ritrovano un messaggio nelle loro caselle email. E’ l’altrettanto famigerato staff che comunica l’abbandono, facoltativo, del discusso sistema degli scontrini. Archiviate le rendicontazioni, è l’ora del forfettario. I caporioni già pregustano i festeggiamenti di deputati e senatori finalmente rabboniti, accontentati nelle loro richieste di sospendere il farraginoso meccanismo della rendicontazione delle spese. Così non è stato. E l’anonimo peone ci spiega il motivo, calcolatrice alla mano: “E’ una beffa perché ci hanno proposto un forfettario di 3mila euro al mese anziché i 2mila che versavamo prima, incorporando nella nuova cifra i 1000 euro che noi abbiamo per gli eventi sul territorio. A questi vanno aggiunti 3500 euro all’anno, spalmati mensilmente, per l’organizzazione di Italia 5 Stelle che non sappiamo nemmeno se e quando si farà. Senza dimenticare i 300 euro al mese per Rousseau”. Il totale fa circa 43mila euro all’anno. A fronte dell’attuale sistema che prevede 2mila euro fissi più i 300 euro a Rousseau e le eccedenze delle rendicontazioni, che è una cifra variabile e dipende da quanto spende ogni parlamentare per la sua attività. Per Italia 5 Stelle è stato chiesto, invece, volta per volta un contributo, comunque variabile di anno in anno, compreso tra i 1500 e i 2mila euro a testa. Per molti eletti grillini quella che doveva essere una concessione è una specie di truffa. O anche, come dicono a taccuini chiusi, “una barzelletta”.

 

L’idea di un gruppo che ormai non accetta più con l’entusiasmo degli esordi l’idea di tagliarsi lo stipendio si può dire che sia più che consolidata. Accade così che i parlamentari chiedono ai capigruppo di Camera e Senato, Davide Crippa e Gianluca Perilli, la convocazione di una riunione per discutere del nuovo sistema. Incontro continuamente rinviato. E un deputato tiene la conta di quanti hanno aderito al forfettario: “Non so darti la cifra precisa perché siamo in tanti, ma non ha accettato quasi nessuno, a quanto io sappia”. Resta la freddezza di fronte al magheggio: “Nelle chat nessuno si è virtualmente alzato e ha detto evviva!”. E non manca chi maliziosamente aggiunge: “Se chiedi a Crippa, pure lui ti dice che è una stupidaggine”.

 

Sullo sfondo restano le paranoie, più o meno giustificate. Raccontano che parecchi eletti, presi dalla paura di possibili accertamenti futuri del fisco, si sono chiesti quale fosse la natura fiscale dei bonifici che versano ogni mese sul conto corrente intestato a Vito Crimi e ai due capigruppo. Chi ha domandato lumi all’Agenzia delle Entrate si è visto rispondere che no, non si tratta di una donazione, e ipotizza una sorta di finanziamento al gruppo parlamentare che poi dispone sulla destinazione finale della cifra. “Meno male, alla fine in caso di problemi la responsabilità dovrebbe essere degli intestatari del conto, non nostra” dice uno dei più preoccupati. Che sottolinea: “Dato che non ci fanno restituire direttamente a chi vogliamo noi, alla fine si tratta di un finanziamento al partito, come fanno gli altri, non di una restituzione”. Nell’antologia dei timori degli sbandati c’è anche il capitolo sulla privacy. Spiegano che quando vengono caricati gli scontrini sul portale tirendiconto.it avviene una cessione di dati sensibili, sia dei parlamentari, sia degli eventuali consulenti o gestori di alberghi o ristoranti con cui il parlamentare ha avuto a che fare. Non potendo chiedere ogni volta il permesso per il trattamento dei dati, c’è chi ha smesso di caricare gli scontrini. A uno di loro chiediamo se hanno intenzione di fare un esposto al Garante della Privacy. “Sì, così trovano una scusa e ci espellono”, la risposta.

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