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Le inchieste umbre (e le dimissioni di Catiuscia Marini) non bastano a cambiare l'Italia

O eliminiamo le “distorsioni” del sistema e le sradichiamo dalla cultura collettiva o continueremo ad osservare vicende come quella dell'Umbria per sempre

22 Aprile 2019 alle 15:26

Le inchieste umbre (e le dimissioni di Catiuscia Marini) non bastano a cambiare l'Italia

L'ex governatrice dell'Umbria, Catiuscia Marini (foto LaPresse)

Questa mia riflessione – ovviamente personale – prende solo spunto dalla vicenda della sanità umbra, senza commentarla specificatamente nel merito.

Il motivo è che sono garantista nei fatti, e non solo a chiacchiere: l’accertamento dei reati spetta alla magistratura giudicante, e non ai “tribunali del popolo”, siano essi sui giornali, nelle trasmissioni tv, sui social network o persino in Parlamento. Vale per chiunque sia coinvolto in vicende giudiziarie. L’unica cosa che la politica ha il dovere di fare è creare le condizioni affinché tale accertamento dei fatti e delle responsabilità sia il più veloce, efficiente ed efficace possibile. E che non esistano “impunità” (o addirittura promozioni, come pure accadde nella nostra storia) per chi commette evidenti e intenzionali errori nella cruciale funzione di amministrazione della giustizia.

 

Tuttavia da quella vicenda, come da molte altre in questi decenni e riguardanti ogni forza politica, emergono senza dubbio ingerenze della politica nella selezione della forza-lavoro di comparti (in questo caso la sanità) dove invece sarebbe cruciale un criterio unicamente basato sul merito e sulle pari opportunità. Se queste ingerenze configureranno o meno un reato – lo ripeto – lo deciderà la magistratura.

Ma queste ingerenze, questi fatti che emergono, possono essere commentate e inquadrate in un ragionamento complessivo. Ed è questo che vorrei fare, condividendo questa riflessione.

Perdonerete la deformazione professionale, ma articolo la mia analisi in un problema di “offerta” e in uno di “domanda”.

 

IL PROBLEMA DI OFFERTA

Li conosco quegli sguardi. Le conosco quelle espressioni. Quelle pacche sulle spalle e quelle mezze risate. Che ti rivolgono i politici “esperti”, quelli che conoscono il mondo e le sue regole, quando provi a dire che la politica nei concorsi da primario non dovrebbe entrarci. “Si sì ragazzo, belle parole. Funzionano bene per la tv”. Perché sono convinti che – al di là di quelle che loro considerano solo “belle parole” – certe prassi facciano parte dell’ABC della gestione del consenso e del potere. Non lo ammettono mai, non lo dicono mai. È come un linguaggio del corpo, tutt’al più detto a mezza bocca. Ma sono convinti che la politica si faccia (anche) così. Alla stessa stregua di come sono convinti che il sole sorga ad est e tramonti ad ovest.

La verità è questa: in Italia ancora molti – troppi – appartenenti alla classe politica di qualunque schieramento sono convinti che pilotare (direttamente o indirettamente) appalti, concorsi e assunzioni sia un “male necessario” nell’arte del governo della società italiana. Soprattutto per la domanda che essa stessa esprime, e che poi si concretizza nelle urne.

 

IL PROBLEMA DI DOMANDA

Ancora molti – troppi – cittadini italiani, infatti, si indignano di fronte a certi casi solo perché vorrebbero essere loro i raccomandati. Criticano il sistema, dicono che “è tutto marcio, è tutto un magna magna”. Ma la verità è che – se ne avessero l’occasione – sfrutterebbero tutto il marciume del sistema.

 

Esattamente come accade in economia, anche in questo caso non si capisce a fondo se venga prima l’offerta o la domanda. Cioè non è chiaro se l’offerta non potrà cambiare finché ci sarà questa domanda (perché in democrazia i politici vivono di consenso e non possono farne a meno), o se è la domanda che si appassirà in modo naturale se l’offerta dovesse autonomamente annullarsi (ma in quel caso dovremmo assicurarsi che non ne nasca mai una che invece si fa carico di perpetuare certe pratiche e certe disponibilità).

 

Le distorsioni di cui sopra rimangono tali: distorsioni. E non sono certo rappresentative della totalità ne’ dei politici ne’ dei cittadini italiani. Questo va ricordato con forza, e mai sottovalutato.

Ma finché non capiremo che il cambiamento dell’Italia non passa attraverso le dimissioni (a volte doverose) di qualcuno beccato con le mani nel sacco o persino attraverso le attività della magistratura ma, invece, attraverso un paese che si guarda allo specchio e affronta quelle “distorsioni” fino a sradicarle dalla cultura collettiva, continueremo ad osservare vicende come quella umbra per sempre. E a utilizzarle solo come arma politica di brevissimo periodo.

Servirà a far cambiare colore politico ad un comune o ad una regione alla prossima tornata elettorale, o a far salire una forza politica bei sondaggi. Ma non servirà a cambiare davvero le dinamiche di fondo di questo paese. Che piano piano ci stanno consumando da dentro, impedendoci di costruire il futuro.

 

*deputato del Pd. Questo post è stato pubblicato su Facebook il 20 aprile 

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