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Il caos del centrosinistra umbro è un caso psico-politico (la Lega ringrazia)

“Se ci fossimo messi a tavolino e avessimo detto: ‘Bene, ora cerchiamo di fare più casino possibile’ non ci saremmo riusciti”, dice al Foglio Giacomo Leonelli, ex segretario del Pd umbro

21 Maggio 2019 alle 20:27

Il caos del centrosinistra umbro è un caso psico-politico (la Lega ringrazia)

foto LaPresse

Perugia. L’Umbria, ultimamente, dà molte soddisfazioni al segretario della Lega mentre nel resto del paese abbondano striscioni e sfottò (e i sondaggi non sono granché): “Meglio un pisano in casa che Salvini all’uscio”, c’era scritto su un cartello a Firenze per il suo comizio di domenica scorsa. A Perugia invece i leghisti si leccano i baffi, vedendo il caos del centrosinistra alle prese con le dimissioni di Catiuscia Marini che prima le ha date (il 16 aprile), poi le ha confermate in Consiglio (il 7 maggio), poi sempre in aula ha votato contro le sue stesse dimissioni (il 18 maggio) e infine le ha confermate di nuovo (lunedì 20 maggio). Nel mezzo, accuse di giustizialismo (da parte della governatrice dimissionaria al Pd nazionale, che secondo lei non l’avrebbe difesa) e una precaria gestione politica dello scontro fra chi voleva andare avanti con la legislatura e chi la considerava finita subito dopo l’avvio dell’inchiesta sulla Sanità.

 

“Se ci fossimo messi a tavolino e avessimo detto: ‘Bene, ora cerchiamo di fare più casino possibile’ non ci saremmo riusciti”, dice al Foglio Giacomo Leonelli, ex segretario del Pd umbro e consigliere regionale, convinto fino in fondo delle dimissioni di Marini. Sabato scorso è stato l’unico consigliere del Pd a non votare contro le dimissioni della presidente. “C’è chi fa un parallelismo con casi di altre regioni, come Lombardia e Calabria. Ma né Fontana né Oliverio si sono dimessi. Lei invece sì, e senza peraltro aver mostrato segni di ripensamento per un programma di fine legislatura nei giorni successivi. Penso che le istituzioni debbano avere un coefficiente di autorevolezza tale da metterle al riparo da qualsiasi polemica. E lei non era più in queste condizioni, né oggettive né soggettive, dopo le sue dimissioni e dopo quello che è emerso dall’inchiesta, che ci ha messo in evidente imbarazzo; il problema non è la rilevanza penale ma la percezione di una dinamica clientelare diffusa che ha minato ancora di più la credibilità del governo. Insomma, non stiamo parlando di un fatto isolato. Certo, qualcuno ha buttato benzina sul fuoco, come Calenda, e questo ha contribuito a far venir meno la lucidità delle valutazioni da fare. Però…”.

 

Però non è stato un regalo alla Lega? “Guardi, il favore alla Lega eventualmente l’ha fatto chi ha utilizzato le dinamiche dei concorsi per altre finalità o comunque privilegiando determinati rapporti di fedeltà anziché il merito”. Ovvero, gli indagati. Nel centrosinistra umbro è in corso una vivace discussione da giorni. Attilio Solinas, consigliere regionale eletto con il Pd e poi passato ad Articolo 1 (ma, precisa, anche di Articolo 1 ha “riconsegnato la tessera parecchi giorni fa per non influenzare e farmi condizionare”) era contrario alle dimissioni della governatrice, nonché contrario alla linea “giustizialista”, dice lui, del suo vecchio partito. Lunedì ha vergato su Facebook un attacco molto duro contro Nicola Zingaretti. “Quest’uomo ieri (domenica, ndr) è venuto a fare un comizio giustizialista a Perugia per sostenere il nostro candidato sindaco, spiegandoci come e perché andava affossato il governo regionale dell’Umbria, consegnandolo con mesi d’anticipo alla destra”. Solinas, a quel punto, s’è messo l’elmetto ed è entrato in trincea: “Zingaretti, per gestire la fase post-Marini, ci ha messo Walter Verini, che è quello che ha perso le primarie”, dice al Foglio. “Verini ha una legittimità contenuta”. Ma il vero problema è Zingaretti, dice Solinas: “Siccome ha dato per persa l’Umbria, ha fatto il giustizialista e ha fatto pressioni perché Marini si dimettesse. E’ in campagna elettorale, e questo lo capisco, ma è arrivato qui ed è stato aggressivo, pesante, pressante, ha fatto di tutta l’erba un fascio. Alcuni, sì, facevano parte del sistema clientelare – e le indagini ci diranno cos’è successo – ma la presidente è intervenuta una volta per segnalare una persona. La questione dunque mi pare un po’ diversa, si è voluto buttare via il bambino con l’acqua sporca. Così è stato fatto saltare il governo di una regione di sinistra consegnandolo quasi matematicamente alla Lega per motivi di corrente. La mia opinione è che Catiuscia Marini non è stata difesa per motivi di opportunismo politico e di consenso elettorale”.

 

Certo, aggiunge Solinas, “dal punto di vista dell’etica della politica anche lei ha le sue colpe, ma noi dobbiamo essere garantisti. Ci vuole il giusto equilibrio e lei era nelle condizioni di separare l’aspetto giuridico da quello politico”. Insomma, dice il consigliere regionale ex Pd ed ex Articolo 1, “vedremo quello che verrà fuori dalle indagini. Non c’è passaggio di denaro, certo truccare i concorsi è una cosa grave, anzi gravissima, ma lei avrebbe potuto andare avanti se fosse stata difesa dal partito. Così come Salvini ha difeso Siri e Fontana. Ma il garantismo di Zingaretti è a corrente alternata. De Luca ha una collezione di avvisi di garanzia, Oliverio e lo stesso Zingaretti hanno avvisi di garanzia, ma solo la Marini viene costretta alle dimissioni”.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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