Dalla Francia all'Italia, che pena il rinculo del potere

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Ora il presidente Macron si vede costretto a tacere della ribellione Rive droite, " target="_blank" rel="noopener">guerre tuittarole ai nigeriani e agli affogati, complemento saporito della pietanza leghista con tanto di rosario e presepe devotissimo e inaudite lettere di Babbo Natale e instagrammi con spaghetti cacio e pepe à la mode del Truce, magari mettendo sull’avviso i banditi che i gendarmi stavano per arrestarli. Eppure era sembrato per un momento cosa quasi seria, con quel 2,4 per cento di deficit, il balcone affollato di condoni e condonati e condonisti e ministri della Fatica compensata in nero, la forma italiana della barricata di strada, il nostro romanzo alla Victor Hugo, il nostro buffo romantico miserabilismo scagliato contro l’indifferenza dell’eurocrazia europea, merde alors, ma sempre nella nostalgia inconfessata per l’intoccabile euro, ora sinonimo dell’oro di Napoli, l’euro di Napoli. Niente.
Arriva il rinculo anche qui, con la giostra dei professori e avvocati tecnici, sorretti dalla fede inconcussa in Padre Pio, santo davvero potente se questi sono arrivati dove sono arrivati. Ora promettono solo il 2, di deficit, e trattano per farsi levare la multa, mentre i padroni da li beli braghi bianchi protestano contro il governo insediato dai loro giornali editori e anchormen in nome delle grandi opere, e il nord operoso si preoccupa dello spread delle banche delle esportazioni, e non si capisce perché i genovesi, ché loro sì sarebbero una razza seria, non tirano fuori dei ganci da portuali come una volta per mettere a ferro a fuoco una città condannata a settimane, mesi, magari anni o secoli di pena per le parole alate di un ministro infrastorturale.
Bisogna ammettere che, populista e democratico liberale, il potere si mostra debole. Anche la Brexit è lì lì per farsela sotto, con l’economia britannica a pezzi. Il potere ha bisogno di credere in sé stesso, quello degli anni di gloria aveva alle spalle la guerra mondiale, il Novecento, i partiti, la selezione della classe dirigente, la scuola della forza e della virtù, addirittura le ideologie, questo ha alle spalle un’esperienza fragile della democrazia, sia nella sua versione pop che nella sua versione lib, e una vasta e cancrenosa ignoranza plebea che grida al cielo la propria santità sociale. Il potere lib-pop è il potere di annunciare apocalissi o trasfigurazioni e ritrattarle o ritrasfigurarle nel giro di mesi, basta un baubau di Moscovici o un ciottolo tirato a un flic, perché alle spalle non c’è più né il bum-bum né il boom, ma un grande vuoto e un isolamento poco splendido. Che pena.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.