cerca

Meglio 5 stelle che un milione di gilet gialli

Macron ha detto né destra né sinistra e si trova contro scarti di due frattaglie. Noi siamo stati più fortunati: la rogna ha attecchito senza resistenza, con idiozie ma senza gilet

4 Dicembre 2018 alle 06:00

Meglio 5 stelle che un milione di gilet gialli

I gillet gialli hanno protestato contro l'aumento del prezzo del petrolio proposto dal presidente francese Emmanuel Macron (Foto LaPresse)

In un certo senso, mirabile a dirsi, siamo stati fortunati. Da noi la rogna ha attecchito senza resistenza. E fu subito governo, la manovra in brodo di giuggiole, compromesso, trattativa, toni alti, porti chiusi, stalle fiscali, piscine di campagna terrafuochesche, condoni, babypensionamenti, idiozie a schiovere, cose orrende ma in confronto tutto sommato melassose e gassose come ci si addice.

 

Non c’è stato bisogno di inventare il gilet jaune, cioè di aprire il portabagagli del Suv e trovarci dentro il primo simbolo rivoltoso catarifrangente, per indossarlo e sentirsi popolo in nome di un corpetto che è compagno di giacenza del crick e del triangolo luminoso anti-incidenti, una vera genialata di quelle che riscattano per sempre, nella loro suprema bassezza iconografica, le bandiere rosse, forse anche i simboli dei neri, le insegne gloriose della pirateria marittima col teschio, perfino le bandiere di Forza Italia e naturalmente gli Alberti Giussaneschi e le Cinque stelle.

 

Non fu di necessità un’epidemia di oppiacei nelle terre rugginose della deindustrializzazione, come per la vittoria del modello Trump; o 64.000, sessantaquattromila, omicidi come per il dilagare del bolsonarismo nel carnevale di sangue della bossanova. Né abbiamo dovuto subire l’onta di una forma di lotta da classe media radicalizzata e motorizzata, il blocco stradale e la paralisi premeditata ai crocevia, senza un gruppo dirigente, senza portavoce, per un obiettivo ridicolo: per nostra informazione, si sappia che il costo del carburante (e viva il diesel, a me carissimo) tende a divenire inferiore (è questione di giorni) a quello che era prima della jacquerie dei piccolissimi borghesi della France périferique, di quei bastardi plaudenti che per qualche centesimo al litro hanno messo a ferro e fuoco Parigi, assaltato ed espugnato le prefetture, terrorizzato gente comune e poliziotti assediati nei commissariati, scatenato una sindrome secessionista e anarchica sfregiando i simboli della più antica Repubblica d’Europa (a parte la Svizzera, che non conobbe monarchia).

 

Da noi sono bastati il vaffanculo di un comico televisivo, una società privata di consulting in rete ispirata a Rousseau (ah, Rousseau, quanti delitti in tuo nome), il più antico e ormai blasonato partito italiano (la Lega) e il contorno raccontato ieri da Cundari di una koinè populista dilagata per almeno due decenni su ogni pagina di giornale, in ogni libreria, dovunque nello splendore dei diciotto pollici e nei talk-shit. La rivoluzione impossibile del missiroliano “ci conosciamo tutti” (mi permetto di correggere il direttore che tirò in ballo un incolpevole Flaiano).

 

La Francia ha un’anima antisistema che non prescinde da quaranta re, uno dei quali decapitato con la moglie, e da una geografia che sembra fatta apposta non per mischiare e sciogliere, per quello servono storiografi e miti, ma per disintegrare, basta leggere l’immenso Tableau de la France di Michelet. Noi siamo paesaggistici, abbiamo nulla di continentale, mari e fiumi sono laghetti e pisciatine, non dobbiamo contemperare grandi confini con grandi nazioni e oceano Atlantico con Mediterraneo. Contentiamoci, per adesso. Dobbiamo liberarci da un accesso di demenza e per la bisogna abbiamo tutto sommato gli anticorpi, almeno si spera.

 

Macron ha issato la bandiera dell’Europa, e gli hanno risposto con il quaranta per cento al primo turno diviso tra maduristi e fascisti vecchio e nuovo stile, e lì nasce la convergenza delle lotte attuali tra teppisti di destra e di sinistra, spinti e protetti da folle d’opinione e cittadini ingilettati consenzienti. Macron ha detto né destra né sinistra, e si trova contro gli scarti di ambedue le frattaglie. Ha detto società aperta e lavoro mobile e tecnologia, è diventato il presidente dei ricchi. Poi ha promosso le tasse ecologiche, essendo l’ecologia l’ultimo rifugio della follia la più illuminata, e non ha tenuto conto della ossessione contro quel tipo di fiscalità che già si era mostrata in Bretagna con i bonnet rouge nel 2013, ben altro simbolo, comunque, degno degli ex vandeani, che erano resistenti alla Rivoluzione e non automobilisti in foia.

 

Ha detto delle forti verità sociali sui gallici e sui pigri, gli imputano il disprezzo del popolino comune perché desiderano essere coccolati dal potere, magari in compagnia degli intellettuali identitari che si sono già accodati, e per questa mancanza di riguardo mettono a fuoco le sue sedi e le sue truppe e i quartieri. Via. Aspettando l’evoluzione delle cose, e con molto disappunto per quel movimento che celebra il cinquantesimo del 1968 con le stesse barricate ma dietro le barricate niente, per ora contentiamoci. Dessous les pavés c’est la plage, si cantava. Sotto il pavé c’è un bel Suv, si gargarizza.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

Leggi il curriculum dell'Elefantino scritto dall'Elefantino

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    04 Dicembre 2018 - 23:11

    "rogna", "idiozie", ed altre parole forti, sprezzanti. Che tradiscono la presunta realtà ovvero che si tratti solo dall'aumento di qualche spicciolo sulle accise del carburante - quisquiglie cui noi miserables italiens nemmeno ci badiamo nemmeno più. Mi pare che la piva rimanga troppo accesa e spontanea, e che duri un po' troppo. E' sicuro, l'elefantino, che l'aumento non sia solo un pretesto, di persone che tuttavia, se è per quello, almeno sono lavoratori, cittadini che producono e pagano le tasse. Come fa a definirli "teppisti di destra e di sinistra, scarti di ambedue le frattaglie", lo sa solo lui. O forse ci spera. Intanto però, che Macron dimostri di non saper come reagire, dice che o lui vale una cicca, o la cosa è davvero preoccupante. O le spiega: tutt'e due.

    Report

    Rispondi

  • ancian99

    04 Dicembre 2018 - 16:04

    , Egregio dott. Ferrara, nel leggere il suo bellissimo articolo, non ho potuto fare altro che non amare il popolino dei "gilets jaunes" e rifiutare di comprendere la gravità della situazione del popolo francese delle zone peri-urbane e rurali che non ha altro mezzo per recarsi al lavoro che la propria automobile. Ciò non giustifica in alcun modo la violenta sommossa che ha messo a ferro e a fuoco Parigi né,tanto meno, il sostegno degli intellettuali e dei politici di estrema sinistra e di estrema destra che hanno colto l'occasione per plaudire alle azioni vergognose di teppisti, esaltandole come una nuova forma di "jacquerie", questa volta, "numérique".

    Report

    Rispondi

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    04 Dicembre 2018 - 13:01

    Come no? Benedetto sia il comico che tutti giubbotti se li porta via. C’era anche, ma forse non ci pensò, quando le BR si organizzarono e, morti a gogò. Bella lotta sarebbe stata “Vaffa vs Ideologia”. Ma usciamo dal comico della situazione. Il nodo, piaccia o no, è che il Maggio Francese, altro che gilets jaunes, dovette fare i conti con un Presidente della Repubblica, un certo Charles De Gaulle. I giubbotti invece, hanno fatto fare i conti al Presidente Emmanuel Macron. Altri tempi, si dirà, certamente. Aujourd’hui, l’Etat National il n’y a plus” Oremus.

    Report

    Rispondi

    • Skybolt

      04 Dicembre 2018 - 14:02

      Beh, De Gaulle perse il referendum e se ne andò, anche sulla spinta del maggio, o no? E nessuno pianse.

      Report

      Rispondi

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    04 Dicembre 2018 - 12:12

    Faccio il pendolare da una vita e non ho mai posseduto un SUV, perché non mi piace, costa troppo e consuma troppo. Avremmo dovuto anche noi in Italia, nel corso degli anni, ribellarci a quello che è sempre stato il bancomat di tutti i governi, escluso per ora quello attuale: l'aumento delle accise sul carburante. La cosiddetta (da Mario Sechi) gauche kérosène, cioè chi vive a Parigi (o in una grande città) e non deve usare il diesel per andare a lavorare ma prende i voli low cost o l'alta velocità per spostarsi, queste cose non solo non le capisce, non le vede neanche e si stupisce che accadano. Fossi in frou frou Macron starei molto attento a non rischiare di trasformare chi legittimamente protesta un una sorta di "deplorables" stile Hillary Clinton. Avrà pur visto poi cosa succede.

    Report

    Rispondi

Mostra più commenti

Servizi