Theresa May sconfigge i Tory cannibali
Ma la Brexit non si avvicina né si allontana, diventa soltanto più velenosa

Theresa May è sopravvissuta alla mozione di sfiducia del suo Partito conservatore, cedendo un po' del suo futuro – non si candiderà alle prossime elezioni – ma salvando questo governo. I cospiratori stamattina avevano le 48 lettere necessarie per testare il premier, il voto è stato organizzato nel giro di poche ore, ma fin dalla mattina la May aveva detto che avrebbe combattuto con tutte le forze per salvarsi: ora per un anno i cospiratori, anche volendo, non potranno più brandire l'arma della sfiducia. All'ennesimo episodio di cannibalismo, la May è uscita con il suo piano Brexit tra i denti, e un bel po' di cadaveri intorno. Noi, da questa parte della Manica, stiamo alla finestra a guardare questo film horror di serie B, sobbalziamo a ogni morso, ma lo sappiamo, lo vediamo, che tutto questo sangue è fine a se stesso: il problema della Brexit non sta più nel capo del governo inglese o nelle sue aspirazioni, non sta più nell’istinto punitivo dell’Unione europea o nell’abilità dei negoziatori. Il problema della Brexit è la Brexit stessa, che non è facile, non è liberatoria, soprattutto non è conveniente.
Sono passati due anni e mezzo dal voto referendario del 2016, nel frattempo è cambiato un premier (David Cameron si è dimesso e il suo posto è stato preso da Theresa May), c’è stata un’elezione (vinta dai conservatori, ma senza la maggioranza assoluta in Parlamento, dove per avere la meglio sull’opposizione servono i voti del Dup, partito nordirlandese pro Brexit), è stata attivata la procedura di ritiro dall’Unione europea con l’articolo 50, è iniziato il negoziato tra Londra e Bruxelles (accidentato) e si è arrivati a un accordo, approvato alla fine di novembre, che rimanda alcune questioni dirimenti – soprattutto la gestione del confine tra Irlanda del nord e Irlanda – e che tiene il Regno Unito con un piede dentro l’Unione europea, e con due nell’unione doganale.
Per la grande maggioranza del Parlamento inglese, che deve votare questo piano, l’esito del negoziato non è soddisfacente: i brexiteers vogliono slegarsi del tutto (o almeno più di quanto preveda l’accordo attualmente deciso) dall’Ue, i remainers vogliono star più vicini all’Ue, cioè restarci dentro, e rifiutano anche questa versione soft della Brexit. Entrambi i gruppi hanno aspettative che superano il negoziato già concluso – che non si può riaprire – e sperano di creare le condizioni adatte per agevolare questo salto: si tratta di agende politiche opposte, come è normale che sia, ma che allo stesso modo vanificano il lavoro fatto finora dal governo May e dagli europei, lasciando a disposizione soltanto le due opzioni più radicali, il no deal e la non Brexit.
I conservatori si azzannano tra loro, promettendosi passi in avanti che hanno tutto a che fare con il potere interno al partito e niente con il futuro della Brexit, figurarsi con quello del Regno Unito. I laburisti si avvolgono nel loro opportunismo e cercano di capire qual è la tattica giusta per provare a scalzare i Tory da Downing Street: non hanno una Brexit preferita, hanno solo una Brexit utile ai loro scopi. E intanto il processo va avanti, le regole in corsa non si possono cambiare, e il tempo per discutere è finito da un pezzo, pure se molti politici coltivano l’illusione che un paio di modifiche possano essere salvifiche: la Brexit assomiglia sempre più a quel che è, a quel che è sempre stata, e che per molto tempo la classe politica del paese ha cercato di ignorare, un po' sbruffona e un po' ideologizzata, occupandosi più delle lotte politiche che della riuscita del divorzio. La Brexit è una scelta esistenziale che non arricchisce nessuno, che si basa su una fantasia, una dipendenza, che l’indimenticabile AA Gill aveva perfettamente sintetizzato: dicono “riprendiamoci il controllo del nostro paese” ma intendono una sniffata di una droga pericolosa che sa di Little England, e che si chiama nostalgia. Di questa droga, di questa Brexit, il Regno Unito ne sta morendo.
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Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi
