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Cosa insegna la Brexit

La secessione, se la procedura si completa, non porterà mai il Regno Unito fuori dell’Unione

10 Dicembre 2018 alle 16:31

Cosa insegna la Brexit

Theresa May (foto LaPresse)

Professor Sabino Cassese, che cosa insegna la secessione britannica dall’Unione?

 

Sono molte le lezioni che possono trarsi da questa triste vicenda. La prima è quella che riguarda il metodo, la procedura. Nel paese che per primo ha affermato la “sovranità parlamentare” (ma dove non erano sconosciuti i referendum), si è fatto ricorso a una decisione popolare diretta. Con due contraddizioni, una di procedura, una di sostanza. Per la procedura, la Corte Suprema ha costretto il Parlamento ad adottare una legge che decidesse la secessione. Bella storia, questa, di un corpo di rappresentanti che deve avvalorare la volontà manifestata direttamente dal popolo che essi rappresentano! Senza l’approvazione di una legge, la secessione decisa dal popolo non sarebbe stata legittima. Ma, nel decidere, il Parlamento avrebbe potuto – come era tentato di fare – rovesciare la decisione popolare. Prima lezione: gli istituti della democrazia hanno una forte resilienza, ma non oltre un certo punto, che è meglio non superare.

 

La seconda contraddizione?

 

Quella insita nei referendum. Al popolo possono esser poste questioni referendarie. Ma chi garantisce che il popolo risponda alle domande ad esso poste? Sono molti i casi nei quali le decisioni referendarie sono prese per altri motivi, rispondendo ad altre domande, diverse da quelle oggetto del referendum. Insomma, il referendum non è solo un metodo di decisione semplificato (Sì/No), non risponde soltanto a una logica binaria semplificatrice, ma si apre a una molteplicità di reazioni. Ad esempio, un sondaggio sul referendum costituzionale italiano del 2016 ha mostrato che, in realtà, due terzi dei partecipanti al referendum non ha votato si o no alla riforma costituzionale proposta, ma si o no a Renzi. Il referendum britannico concluso con la decisione di secedere non è stato votato, in realtà, per uscire dall’Unione, ma per non far entrare gli europei nel Regno Unito.

 

E veniamo alla seconda lezione.

 

La seconda lezione è questa. L’Unione europea, questa grandissima storia di successi, che sarà un giorno menzionata nella storiografia come uno dei più grandi costrutti dell’uomo, ha un carattere molto pervasivo. Si estende su una varietà enorme di campi. Incide sulla vita di tutti i giorni in modi di cui non ci rendiamo conto. La qualità dell’acqua di balneazione, l’aria che respiriamo, il rumore dei tosaerba, la qualità della birra, sono determinati da norme europee. Noi siamo nell’Unione europea come i giovani pesci ai quali il vecchio pesce chiede com’è l’acqua e loro rispondono chiedendo: che cosa è l’acqua? Anche noi siamo immersi in un sistema sociale (tale è l’Unione europea) senza renderci conto della sua pervasività, del fatto che ci condiziona (e protegge) in ogni momento della nostra vita quotidiana. Questo è dimostrato dalla difficoltà della secessione. Tagliare tanti legami è difficile. Anzi, impossibile. La secessione – se la procedura si completa – non porterà mai il Regno Unito fuori dell’Unione. Molti aderiscono alla tesi che ho enunciato qualche tempo fa: il Regno Unito, che è stato finora con un piede dentro all’Unione e uno fuori (entrato tardi, ha firmato molte clausole di “opt-out”), sarà in futuro con un piede fuori e uno dentro (secondo la formula norvegese o quella svizzera). Insomma la difficoltà della secessione dimostra non solo i danni che un referendum può fare, ma anche la necessità di cooperare.

 

Quindi il Regno Unito sarà sempre un partner europeo.

 

Senza dubbio, ma fortemente diminuito dal danno reputazionale prodotto dalla secessione. Dico questo perché, se guardiamo alla storia, ci rendiamo conto che l’Inghilterra è stata maestra nel mondo, ha giocato il ruolo dell’esempio da seguire. Montesquieu nella sua famosa opera del 1748 prendeva la costituzione inglese e vi traeva il principio della separazione di poteri. Tocqueville andò più volte in Inghilterra a studiarne le istituzioni. Il nostro Vittorio Emanuele Orlando, pur nutrito di cultura tedesca, guardava sempre all’Inghilterra come ad un esempio di cui imitare le istituzioni. Insomma, l’Inghilterra è stata maestra di civiltà in tanti campi, e specialmente in quello delle istituzioni civili. La secessione ha mostrato le debolezze di classe dirigente e di istituzioni dell’isola, ha messo in luce i difetti di un sistema. Prevedo che non sarà più alle bianche scogliere di Dover e al Tamigi che si riferiranno come ispirazione i futuri scienziati politici, giuristi, sociologi, politici.

 

Una nota di speranza? E’ proprio definitiva l’uscita?

 

No. E la proposta di tenere un altro referendum, che potrebbe condurre a una decisione opposta, è piena di ragionevolezza. Il referendum precedente ha dato inizio a una procedura. Ora si tratta di approvare l’atto finale, le modalità di uscita. E queste possono essere tanto dannose per i britannici da indurli a ripensare alla decisione di uscire. Ma i miei amici accademici inglesi pensano che una ipotesi di questo tipo, pur possibile e consigliabile, corre il rischio di aumentare le divisioni tra gli inglesi, dove le spaccature tra favorevoli e contrari corrono persino nelle famiglie.

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