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È già il momento del whatever it takes to save Italy

Spread ma non solo. Due estremismi hanno messo in pericolo l’economia italiana, ma c’è un’ultima soluzione per raddrizzare il piano inclinato

30 Maggio 2018 alle 06:00

È già il momento del whatever it takes to save Italy

Giuseppe Bezzuoli, “Galileo dimostra l'esperienza della caduta dei gravi a Don Giovanni de' Medici” (1839)

Carlo Cottarelli è una persona per bene e tra i ministri che fanno parte della sua lista di governo, se mai questo governo nascerà, ci sono persone eccellenti che avranno modo di giocarsi in futuro una qualche possibilità per guidare il paese in un contesto diverso da quello estivo di un esecutivo spiaggiato. Il tema del governo Cottarelli, però, è un tema che ci appassiona poco e se ci fosse del buonsenso politico nelle mosse istituzionali di queste ore sarebbe opportuno prendere atto che quando nessuna maggioranza parlamentare è in grado di trovare una sintesi per guidare un paese la scelta giusta è una e soltanto una: sciogliere le Camere nel più breve tempo possibile e andare subito alle elezioni, anche a costo di andare a votare tutti in costume da bagno.

 

Più che Carlo Cottarelli, dunque, il tema che merita di essere approfondito oggi non è il destino di un non governo ma è una questione più importante: per quale ragione l’Italia ha perso buona parte della sua credibilità di fronte a tutti coloro che ogni giorno decidono se sia il caso o no di investire sul nostro paese? Le notizie arrivate ieri dai mercati internazionali ci dicono che la Borsa di Milano ha bruciato in una giornata altri 17,2 miliardi di capitalizzazioni. Dicono che il differenziale fra i titoli di stato del nostro paese e quelli tedeschi non smette di crescere – nel pomeriggio di ieri ha sfondato quota 320, chiudendo infine a quota 303, 169 punti in più rispetto allo scorso 4 marzo, giorno delle elezioni. Ed è sufficiente parlare con un qualunque uomo di business di una qualsiasi città d’affari per capire che da giorni i detentori di capitali internazionali hanno scelto di spostare la lancetta del nostro paese da “buy” a “sell”.

 

Le notizie sulla perdita progressiva di credibilità dell’Italia si possono leggere in due modi. Si può credere alla fesseria suggerita con sorrisi irresponsabili da Matteo Salvini e da Luigi Di Maio – avete visto, no? Lo spread cresce anche se non siamo noi a formare un governo. O si può scegliere di non credere alle sciocchezze e affrontare bene il nodo della questione. E il punto è sempre quello: perché? La teoria del piano inclinato ci dice che quando una pallina comincia a scendere verso il basso per quanto impercettibile possa essere l’inclinazione a poco a poco quella pallina andrà sempre più veloce. Il piano inclinato che ha permesso alla pallina dell’Italia di proiettarsi a velocità supersonica verso la direzione della bancarotta istituzionale è quello che hanno scelto di costruire dopo il voto del 4 marzo i vincitori delle elezioni.

 

Ci si può davvero stupire che l’Italia sia diventato un paese a un passo dall’essere una barzelletta se i vincenti del 4 marzo hanno promesso di voler colpire le sorgenti della credibilità dell’Italia? Dal 2011 a oggi, il nostro paese è tornato a essere credibile per gli investitori stranieri grazie ad alcune riforme che oggi i populisti vogliono smantellare (legge Fornero, Jobs Act) e grazie ad alcuni standard di governo che ora i populisti vogliono violare (in primis il rispetto del deficit). A sette anni dal quasi default del nostro paese Salvini e Di Maio non solo hanno promesso di azzerare le riforme che ci hanno permesso di restare in scia al treno dei grandi d’Europa, ma hanno offerto agli osservatori internazionali una miscela economicamente esplosiva.

 

Primo: vi promettiamo di andare al governo portando avanti un pacchetto di riforme da 100 miliardi di euro senza dirvi dove troveremo le coperture.

   

Secondo: vi promettiamo di andare al governo portando avanti l’idea di infischiarcene di cosa pensano i mercati del nostro paese (il 30 per cento del nostro debito pubblico è in mano a investitori stranieri).

 

Terzo elemento: vi promettiamo di andare al governo portando avanti l’idea che per l’Italia, parole di Paolo Savona, è arrivato il momento, “nolenti o volenti”, di ragionare su un piano B relativamente all’euro, da applicare in segreto e all’improvviso in caso di necessità.

 

A oggi, i principali indicatori economici del nostro paese ci dicono che un’economia risanata è stata messa a repentaglio da due estremismi complementari e ci ricordano che il programma di Salvini e Di Maio è diventato un pericolo sulla base delle premesse e senza aver avuto cioè neppure il bisogno di mettere queste premesse alla prova del governo. La ragione per cui nella tarda serata di ieri è parsa possibile la rinuncia da parte di Cottarelli è legata alla gravità della situazione che potrebbe essere stata innescata dall’incendio creato da Salvini e Di Maio. E a prescindere da quando ci saranno le elezioni, il presidente della Repubblica – che ha giustamente bloccato il piano anti euro di Di Maio e Salvini ma che ha avuto il demerito di trasformare in vittime i carnefici dell’economia italiana – non può non sapere che se lo spread dovesse continuare a salire all’impazzata l’Italia potrebbe avere bisogno di attivare, o anche soltanto valutare di attivare, un meccanismo di scudo antispread chiamato Outright Monetary Transactions. L’Omt si attiva con un piano concordato da un governo di un paese con la Banca centrale europea e per attivarlo, o anche solo per valutarlo, occorre che ci sia un governo non dimissionario e non sfiduciato. Che sia un governo Conte d’emergenza ma senza Savona o un governo Salvini con il centrodestra ma senza Di Maio poco cambia. Il disastro provocato dal programma di governo di Lega e M5s ha messo l’Italia nella condizione di cercare un modo per prepararsi a studiare un suo possibile “whatever it takes to save Italy”.

   

E almeno su questo punto non si può dire che abbia torto il commissario europeo al Bilancio, Günther Oettinger, quando ieri, pensando a cosa ha combinato l’Italia, l’ha messa così: “Quello che temo e che penso accadrà è che le prossime settimane finiscano per mostrare drastiche conseguenze nei mercati italiani, sui titoli e sull’economia, così vaste che dopotutto potrebbero spingere gli elettori a non votare per i populisti di destra e di sinistra. Posso solo sperare che questo abbia un peso nella campagna elettorale e che mandi un segnale perché non venga data la responsabilità di governare ai populisti di destra e di sinistra”. Invitare gli elettori a capire il guaio che hanno creato il 4 marzo e sperare che nei prossimi mesi ci sia una riscossa del fronte alternativo a un programma barzelletta. Governo o non governo, Omt o non Omt, Cottarelli o non Cottarelli nella prossima campagna elettorale non si potrà non partire da qui. Dalla resipiscenza. Dalla speranza che chi ha votato un programma pericoloso per l’Italia si renda conto semplicemente di quello che ha fatto.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    30 Maggio 2018 - 18:06

    Date retta, tutto l’ambaradan è figlio del progetto politico di dare spazio ad un governo che avrebbe fatto fuori il Pd e Fi e tutti i centristi contemporaneamente, in un colpo solo. Altro che 1917. Sarà mica che il Presidente Mattarella abbia afferrato il “core” del progetto e, doverosamente, legittimamente, abbia fatto la contromossa? Se il governo giallo verde, dovesse insediarsi per Pd, Fi, e i centristi inizierebbe la traversata del deserto. Anche per gli italiani.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    30 Maggio 2018 - 14:02

    Caro direttore . Esiste un spiegazione razionale, costituzionale, logica del perché il Capo dello Stao non abbia conferito, numeri alla mano, l’incarico di formare il governo ad una Coalizione che ha eletto il 43% dei senatori e deputati in Parlamento? Se avesse fallito, la mano passava al M5S. se anche lui avesse fallito il Capo dello stato aveva facoltà costituzionale, o di sciogliere le Camere o di proporre un governo di unità nazionale. In tre settimane avremmo avuto la soluzione. Cioè, spiegazioni, meglio bufale partitiche, legate alla misera, belluina condizione culturale del clima politico nostrano, ce ne sono a iosa. Tutti pretesti pretestuosi.

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  • guido.valota

    30 Maggio 2018 - 12:12

    Ci toccheranno in ogni caso l'Orango, il Parassita, e soprattutto ci toccherà pure pagare i voti dei parassiti elettori del secondo. Quindi passiamo al NOSTRO piano B: where to hide our money? Comunichiamo in inglese, così tagliamo fuori quelli che hanno rinunciato all'impeachment perché non sanno come si scrive.

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    • Carlo A. Rossi

      30 Maggio 2018 - 15:03

      Carissimo Valota, con questo mio, dico "addio" al Foglio e ai suoi commentatori. Mi piaceva, una volta, perché giustamente stigmatizzava un modo estremamente partigiano di fare politica e giornalismo. Ben vengano le critiche a Salvini e a Di Maio, ma nel merito. Chiamare Salvini l'Orango non è meglio di chi chiamava Berlusconi il Caimano, o pensare che chi voti per Salvini parli a stento l'italiano non mette su un piano migliore di chi come Eco asseriva che a votare Berlusconi sono o farabutti o minus habentes. Sono onestamente disgustato da commenti come il Suo, che non contengono nulla se non insulti gratuiti. È tanto migliore di Salvini? Non credo proprio. Fatico a capire come il Foglio si sia ridotto così, almeno sulla politica italiana. Per fortuna, sul resto, è rimasto un buon giornale. Lei, comunque, Valota, ma non solo Lei, si dimostra per tutta la Sua pochezza, malgrado faccia vanto di grandi conoscenze linguistiche. Che tristezza.

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      • tamaramerisi@gmail.com

        tamaramerisi

        30 Maggio 2018 - 17:05

        Scusate, mi intrometto. Primo: c'è un'abissale differenza tra dare a me della minus habentes per aver votato Berlusconi e a mia cugina dell'illetterata per aver votato Di Maio. La prima è una fesseria. La seconda una verità. Secondo: il Foglio non ha mai stigmatizzato nessun modo di fare politica o giornalismo "estremamente partigiano". Invece ha sempre proposto e stimolato ragionamenti e giudizi autonomi, virando alla larga dalla neutralità (sterile) dall'ideologia (ferale) dalla superficialità (immorale) e dalla bugia (deontologicamente criminale). Rinunciare al Foglio (non le credo!) è come sbattersi, dandosi un calcio nel sedere da soli, dentro una cella senza finestra e sbarre grigie intorno. Il Foglio è una Famiglia, i foglianti possono litigare e dibattersi, ma a messuno viene in mente di abbandonarla, chiudersi la porta alle spalle e non tornare. No?

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        • Carlo A. Rossi

          30 Maggio 2018 - 22:10

          Carissimi Tamara e Guido, infatti ho scritto che ci sono temi su cui mi piace leggere il Foglio, ma non sulla politica. Non sono ipersensibile, e detesto il politicamente corretto: se uno è cretino, è cretino, non diversamente intelligente. Però, ribadisco quanto scritto sopra: il Foglio giustamente stigmatizza posizioni cosiddette mainstream, e ho condiviso buona parte della battaglia contro M5S (meno sulla Lega, lo confesso). Ma cadere nella stessa trappola di chi insultava gli elettori di Berlusconi, ammetterete, è un po' incoerente. Tamara, Lei spesso scrive su Trump cose molto giuste, che io condivido: Ferrara mi sembra che non faccia troppe distinzioni antropologicamente fra gli elettori di Trump e quelli di Salvini. Ma i primi hanno votato bene, i secondi no. Mi faccia capire come si conciliano le due cose. Cari saluti.

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      • guido.valota

        30 Maggio 2018 - 16:04

        Caro Rossi, mi spiace aver urtato la sua sensibilità, ma per professione ho a che fare quotidianamente e direttamente con questa gente proprio in ambienti social, dove si esprimono e si rendono perfettamente identificabili. Vorrei tanto aver scritto solo una battutaccia.

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    • Giovanni

      30 Maggio 2018 - 13:01

      under the floor?

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    30 Maggio 2018 - 12:12

    Non riesco ancora a credere che Cerasa trovi in qualche modo a giustificare l'arroganza del commissario Oettinger, oltre tutto le parole che ha detto non sono quelle dell'articolo ma bensì "I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto". Cioè come vogliono loro peraltro mai eletti da nessuno. A questo proposito mi viene in mente il film "Wall Street" quando Gordon Gekko dice a Buddy "Non crederai di vivere in una democrazia?". Ecco, io e credo molti (e)lettori pensiamo ancora di farne parte, di una democrazia. Che il nostro voto valga non dico tutto ma almeno qualcosa. Ed è risibile prendersela con Savona perché ha osato ipotizzare un piano B per l'euro, quando avrebbe dovuto farlo chi l'ha progettato, proprio per regolare la questione, sperando comunque che ciò non accada. Quando si costruisce una nave si pensa anche alle scialuppe, non perché se ne augura il naufragio, ma perché è pur sempre una malaugurata possibilità.

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