Giuseppe Bezzuoli, “Galileo dimostra l'esperienza della caduta dei gravi a Don Giovanni de' Medici” (1839)

È già il momento del whatever it takes to save Italy

Claudio Cerasa

Spread ma non solo. Due estremismi hanno messo in pericolo l’economia italiana, ma c’è un’ultima soluzione per raddrizzare il piano inclinato

Carlo Cottarelli è una persona per bene e tra i ministri che fanno parte della sua lista di governo, se mai questo governo nascerà, ci sono persone eccellenti che avranno modo di giocarsi in futuro una qualche possibilità per guidare il paese in un contesto diverso da quello estivo di un esecutivo spiaggiato. Il tema del governo Cottarelli, però, è un tema che ci appassiona poco e se ci fosse del buonsenso politico nelle mosse istituzionali di queste ore sarebbe opportuno prendere atto che quando nessuna maggioranza parlamentare è in grado di trovare una sintesi per guidare un paese la scelta giusta è una e soltanto una: sciogliere le Camere nel più breve tempo possibile e andare subito alle elezioni, anche a costo di andare a votare tutti in costume da bagno.

 

Più che Carlo Cottarelli, dunque, il tema che merita di essere approfondito oggi non è il destino di un non governo ma è una questione più importante: per quale ragione l’Italia ha perso buona parte della sua credibilità di fronte a tutti coloro che ogni giorno decidono se sia il caso o no di investire sul nostro paese? Le notizie arrivate ieri dai mercati internazionali ci dicono che la Borsa di Milano ha bruciato in una giornata altri 17,2 miliardi di capitalizzazioni. Dicono che il differenziale fra i titoli di stato del nostro paese e quelli tedeschi non smette di crescere – nel pomeriggio di ieri ha sfondato quota 320, chiudendo infine a quota 303, 169 punti in più rispetto allo scorso 4 marzo, giorno delle elezioni. Ed è sufficiente parlare con un qualunque uomo di business di una qualsiasi città d’affari per capire che da giorni i detentori di capitali internazionali hanno scelto di spostare la lancetta del nostro paese da “buy” a “sell”.

 

Le notizie sulla perdita progressiva di credibilità dell’Italia si possono leggere in due modi. Si può credere alla fesseria suggerita con sorrisi irresponsabili da Matteo Salvini e da Luigi Di Maio – avete visto, no? Lo spread cresce anche se non siamo noi a formare un governo. O si può scegliere di non credere alle sciocchezze e affrontare bene il nodo della questione. E il punto è sempre quello: perché? La teoria del piano inclinato ci dice che quando una pallina comincia a scendere verso il basso per quanto impercettibile possa essere l’inclinazione a poco a poco quella pallina andrà sempre più veloce. Il piano inclinato che ha permesso alla pallina dell’Italia di proiettarsi a velocità supersonica verso la direzione della bancarotta istituzionale è quello che hanno scelto di costruire dopo il voto del 4 marzo i vincitori delle elezioni.

 

Ci si può davvero stupire che l’Italia sia diventato un paese a un passo dall’essere una barzelletta se i vincenti del 4 marzo hanno promesso di voler colpire le sorgenti della credibilità dell’Italia? Dal 2011 a oggi, il nostro paese è tornato a essere credibile per gli investitori stranieri grazie ad alcune riforme che oggi i populisti vogliono smantellare (legge Fornero, Jobs Act) e grazie ad alcuni standard di governo che ora i populisti vogliono violare (in primis il rispetto del deficit). A sette anni dal quasi default del nostro paese Salvini e Di Maio non solo hanno promesso di azzerare le riforme che ci hanno permesso di restare in scia al treno dei grandi d’Europa, ma hanno offerto agli osservatori internazionali una miscela economicamente esplosiva.

 

Primo: vi promettiamo di andare al governo portando avanti un pacchetto di riforme da 100 miliardi di euro senza dirvi dove troveremo le coperture.

   

Secondo: vi promettiamo di andare al governo portando avanti l’idea di infischiarcene di cosa pensano i mercati del nostro paese (il 30 per cento del nostro debito pubblico è in mano a investitori stranieri).

 

Terzo elemento: vi promettiamo di andare al governo portando avanti l’idea che per l’Italia, parole di Paolo Savona, è arrivato il momento, “nolenti o volenti”, di ragionare su un piano B relativamente all’euro, da applicare in segreto e all’improvviso in caso di necessità.

 

A oggi, i principali indicatori economici del nostro paese ci dicono che un’economia risanata è stata messa a repentaglio da due estremismi complementari e ci ricordano che il programma di Salvini e Di Maio è diventato un pericolo sulla base delle premesse e senza aver avuto cioè neppure il bisogno di mettere queste premesse alla prova del governo. La ragione per cui nella tarda serata di ieri è parsa possibile la rinuncia da parte di Cottarelli è legata alla gravità della situazione che potrebbe essere stata innescata dall’incendio creato da Salvini e Di Maio. E a prescindere da quando ci saranno le elezioni, il presidente della Repubblica – che ha giustamente bloccato il piano anti euro di Di Maio e Salvini ma che ha avuto il demerito di trasformare in vittime i carnefici dell’economia italiana – non può non sapere che se lo spread dovesse continuare a salire all’impazzata l’Italia potrebbe avere bisogno di attivare, o anche soltanto valutare di attivare, un meccanismo di scudo antispread chiamato Outright Monetary Transactions. L’Omt si attiva con un piano concordato da un governo di un paese con la Banca centrale europea e per attivarlo, o anche solo per valutarlo, occorre che ci sia un governo non dimissionario e non sfiduciato. Che sia un governo Conte d’emergenza ma senza Savona o un governo Salvini con il centrodestra ma senza Di Maio poco cambia. Il disastro provocato dal programma di governo di Lega e M5s ha messo l’Italia nella condizione di cercare un modo per prepararsi a studiare un suo possibile “whatever it takes to save Italy”.

   

E almeno su questo punto non si può dire che abbia torto il commissario europeo al Bilancio, Günther Oettinger, quando ieri, pensando a cosa ha combinato l’Italia, l’ha messa così: “Quello che temo e che penso accadrà è che le prossime settimane finiscano per mostrare drastiche conseguenze nei mercati italiani, sui titoli e sull’economia, così vaste che dopotutto potrebbero spingere gli elettori a non votare per i populisti di destra e di sinistra. Posso solo sperare che questo abbia un peso nella campagna elettorale e che mandi un segnale perché non venga data la responsabilità di governare ai populisti di destra e di sinistra”. Invitare gli elettori a capire il guaio che hanno creato il 4 marzo e sperare che nei prossimi mesi ci sia una riscossa del fronte alternativo a un programma barzelletta. Governo o non governo, Omt o non Omt, Cottarelli o non Cottarelli nella prossima campagna elettorale non si potrà non partire da qui. Dalla resipiscenza. Dalla speranza che chi ha votato un programma pericoloso per l’Italia si renda conto semplicemente di quello che ha fatto.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.