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Il partito delle imprese antidoto al governo che minaccia l'Italia

Claudio Cerasa

Il curriculum che preoccupa non è quello di Conte ma di chi sogna il modello Maduro-Varoufakis. Come si reagisce

L’unico curriculum che dovrebbe spaventare chiunque sia chiamato a ragionare sulla possibile traiettoria del primo governo populista d’Italia non è quello che ieri pomeriggio è stato consegnato al Quirinale dal premier incaricato Giuseppe Conte – che siamo certi saprà dimostrare di essere l’erede naturale di Carlo Azeglio Ciampi, come suggerito martedì sera da Marco Travaglio con autorevole sobrietà istituzionale – ma è quello ben più pericoloso che il prossimo esecutivo porta minacciosamente con sé.

 

Il governo Salvini e Di Maio non è ancora partito ma si è già ampiamente presentato (spread in salita, ieri quasi a quota 200, Borse in discesa, capitali in allerta) e a oggi ci sono già molte ragioni per dire che le idee emerse nel corso delle trattative di governo tra Lega e 5 stelle promettono non di risolvere ma di peggiorare i principali problemi dell’Italia.

 

La ragione per cui attorno all’Italia ha cominciato a maturare improvvisamente un sentimento di sfiducia, specie da parte di chi ogni giorno deve decidere se considerare il nostro paese un’opportunità o un rischio, non è legata al discusso curriculum del professor Conte ma è legata ad alcune ragioni precise che possono far diventare il governo Di Maio-Salvini non soltanto una farsa ma persino una tragedia per l’economia del nostro paese. L’Italia ha un debito pubblico mostruoso che pesa sulle nostre teste come Sapelli su una sedia Rai, ma di fronte a un governo che promette di spendere molti soldi infischiandosene dei conti pubblici sarà sempre difficile trovare qualcuno disposto a scommettere con convinzione su un paese che non vuole rispettare gli impegni presi con i creditori. L’Italia ha un sistema giudiziario governato da una dittatura della gogna che allontana investimenti dal nostro paese, ma di fronte a un governo che promette di modellare il paese applicando alla lettera più la dottrina giustizialista dei Davigo e dei Di Matteo che la dottrina garantista dei Falcone e dei Borsellino si capisce che sarà sempre più difficile trovare qualcuno disposto a scommettere con convinzione su uno stato che la cultura del sospetto, piuttosto che combatterla, la porta direttamente al governo. L’Italia, infine, ha un sistema produttivo che chiede ogni giorno a chi governa di ricordare che i problemi delle imprese si risolvono trasformando l’Europa in un’opportunità di crescita e non in un alibi di immobilismo e oggi invece è a un centimetro dall’avere un governo convinto che i problemi dell’Italia si risolvano prima di tutto sfidando l’Europa – e che a Macron preferisce Maduro, a Draghi preferisce Varoufakis, a Merkel preferisce Le Pen, all’America preferisce la Russia, all’euro preferisce i patacones e ai mercati naturalmente preferisce i bar.

 

Le coordinate di questo governo sono chiare e valgono più di un curriculum. Ma ciò che un minuto dopo la nascita del governo Di Maio-Salvini andrà messo a fuoco con intelligenza è chi sarà a guidare l’opposizione a un governo che più che a un Ciampi bis sembra ispirarsi a un Chávez quinquies. Al momento, le condizioni disperate di Forza Italia e Partito democratico non offrono ragioni per essere ottimisti rispetto alla nascita di un’opposizione da sogno capace di costruire un’alternativa a un governo da incubo. Ma per capire su quali punti del terreno di gioco andranno fissati i paletti per organizzare una robusta opzione al governo sovranista è necessario rimettere in fila alcuni ragionamenti offerti ieri a Roma da due volti che con sfumature diverse hanno chiamato a raccolta gli unici soggetti da cui oggi può partire la resistenza allo sfascismo: il mondo delle imprese. Nel corso degli interventi tenuti ieri all’assemblea annuale di Confindustria, il presidente Vincenzo Boccia, prima, e il ministro Carlo Calenda, poi, hanno centrato il punto spiegando perché sarebbe da irresponsabili sottovalutare i rischi di fronte ai quali si trova oggi l’Italia ai tempi del populismo sovranista. “Quello che dobbiamo chiederci e chiedere a chi governerà – ha detto Boccia – è: abbiamo una visione del futuro che continui a scommettere su un’Italia posizionata tra le maggiori economie industriali nel mondo?”. Il senso del ragionamento è chiaro: se la politica pensa di essere forte creando le condizioni per indebolire l’economia lavora in realtà contro se stessa. E se il governo Conte – in bocca al lupo – dovesse somigliare più a un governo Chávez che a un governo Ciampi chi sogna per l’Italia un futuro diverso dalla Grecia e dal Venezuela farebbe bene a scolpire in testa le parole offerte ieri da Carlo Calenda: “Il periodo che abbiamo davanti metterà alla prova la nostra tenuta e chiamerà in causa la capacità delle forze della società civile e della rappresentanza di fare muro, contro populismi distruttivi diffusi nel paese”. Non c’è bisogno di curriculum sospetti per capire che contro un governo che minaccia di truffare l’Italia, e forse l’Europa, è necessario portare l’urlo europeista degli imprenditori in luoghi distanti dalle rassicuranti assemblee di categoria. Per resistere al governo dello sfascio, ed evitare di far diventare l’Italia la barzelletta d’Europa, mai come oggi serve un aiuto preciso: quello di chi sa come si costruisce un’impresa.

 

Ieri a Roma, nel suo piccolo, un piccolo sussulto dell’establishment c’è stato. Speriamo solo che non sia l’ultimo.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.