Il governo Conte è già un pericolo per l'Italia

Claudio Cerasa

Buy o Bye? Spread e mutui. Un giro a Milano per capire in che senso basta poco per bruciare la credibilità di un paese

L’Italia del governo Conte non è ancora nata ma ha già un curriculum chiaro, e spaventoso, che si può spiegare senza dover rovistare tra le scartoffie di Yale o tra le lezioni di Pittsburgh e senza dover far altro che mettere in fila alcuni dati che dimostrano come il nostro, in pochi giorni, sia già diventato un rischio. I numeri dello spread sono quelli che conoscete e ci dicono che nel giro di un mese il differenziale tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi è salito di cento punti base arrivando ieri a toccare quota 210 dopo essere stato a quota 113 lo scorso 24 aprile (se l’aumento resterà costante per tutto l’anno, l’Italia spenderà sette miliardi di euro in più per gli interessi sui titoli di stato).

 

I numeri freddi dello spread non sono però sufficienti per capire cosa sta succedendo tra coloro che ogni giorno scelgono se investire o no nel nostro paese. E per mettere a fuoco il principale problema con cui dovrà fare i conti il governo CoMa (Conte-Mattarella) può essere utile fare due passi a Milano per comprendere come il clima di sfiducia generato da un governo che ancora non è nato sia qualcosa di sempre più tangibile. Mentre a Roma si valuta se mettere o no alla guida del ministero dell’Economia del settimo paese più industrializzato del mondo un professore colto e raffinato che sull’euro ha però le stesse idee di Yanis Varoufakis, a Milano non c’è banchiere, avvocato, commercialista o uomo d’affari che non metta insieme alcuni ragionamenti utili e lineari. E’ sufficiente parlare con il tesoriere di una qualsiasi banca per avere la conferma che negli ultimi giorni buona parte dei detentori di capitali internazionali, di fondi di investimento e di fondi sovrani, hanno deciso di bloccare ogni operazione e di non considerare più l’Italia come un paese sicuro.

 

Risultato: dalla fine della scorsa settimana, in coincidenza con l’improvviso rialzo dello spread, diverse emissioni di obbligazioni sono state sospese, diversi deal sono stati interrotti, alcune operazioni di M&A (Merger & Acquisition) sono state bloccate, una grande azienda farmaceutica (Recordati) non è riuscita a mettere a segno un deal importante dal valore di due miliardi di euro e improvvisamente ogni istituto di credito e ogni società assicurativa con la testa sulle spalle hanno cominciato a porsi una domanda semplice: se l’Italia dovesse nuovamente diventare un rischio, e se i tassi di interesse dovessero alzarsi a dismisura, chi si occuperà di aiutare quelle banche che hanno fino al 50 per cento del proprio capitale investito in titoli di stato? A dimostrare che la prospettiva di rischio ha innescato una serie di processi che potrebbero avere conseguenze devastanti, nel caso in cui il governo CoMa non dovesse dare alla prima occasione rassicurazioni chiare sui temi dell’euro, dei trattati, del deficit e delle coperture su un programma pazzo da 100 miliardi di euro, non sono solo i freddi numeri delle Borse ma sono anche altri numeri che spiegano bene l’umore di chi ogni giorno prova a scommettere sul futuro del paese con la pancia, con la testa e con un occhio al portafoglio.

 

Sappiamo che ieri la Borsa di Milano ha chiuso a -1,5, ma quello che fino a qualche ora fa non sapevamo è ciò che sta succedendo nel nostro paese con i mutui. Rispetto ai volumi medi dei mesi precedenti, ha raccontato ieri al sito del Foglio il responsabile marketing del gruppo MutuiOnline, Roberto Anedda, tra il 7 e il 18 maggio è successo un fenomeno importante: le richieste di mutuo sono aumentate di oltre il 20 per cento. E nell’ultima settimana l’accelerazione è stata ancora più veloce con un numero di richieste in crescita del 35 per cento e con un aumento significativo delle surroghe. In piccolo, la meccanica è identica a quella che da giorni si registra sullo spread: improvvisamente non c’è più fiducia sul futuro del nostro paese. Al netto di ciò che si racconta nei bar di Alessandro Di Battista, gli azionisti del futuro governo hanno il dovere di ricordare che negli ultimi anni l’Italia è diventata un paese non tanto più credibile ma semplicemente più comprabile. Ogni giorno, in tutto il mondo, ci sono banche che decidono se considerare i titoli di un paese “Buy” o “Sell” – da comprare o da vendere. E da giorni quello che prima era un paese Buy non si è ancora trasformato in un Sell ma si è già trasformato in un Bye. Sarebbe importante che chi avrà l’onore di guidare questo governo, prima di farsi dire Bye dai mercati, faccia qualcosa per spiegare perché l’Italia è ancora un paese da Buy. L’Italia del governo Conte non è ancora nata ma ha già un curriculum chiaro e ci dice che possono bastare poche settimane per bruciare quanto di buono è stato fatto in sette anni e per mettere il nostro paese in una condizione di rischio letale: intrappolata in un alone di incertezza che rischia di fare perdere molti miliardi di euro sul flusso in entrata dei capitali internazionali.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.