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Piccola Posta

Il diritto di poter parlare di tutto

Flaubert, da uomo, ha scritto di donne così come Tolstoj. Si può parlare e scrivere di tutto. Il dovere è informarsene

24 Luglio 2020 alle 06:00

Una necessità chiamata libro

Foto tratta da executive-magazine.com

Posso dire che è desolante sentir dichiarare che bisogna essere donna per parlare di donne, nero per parlare di neri, e così via?

 

E che è altrettanto desolante sentir obiettare che tutti possono parlare di tutti e di tutto? Siamo davvero a questo punto? “Tutti possono parlare di tutto” ha significato molto a lungo, e fino ad abbastanza poco fa, che di tutto parlava, con rare benché a volte luminose eccezioni, un uomo e per lo più bianco. Riusciva a parlarne anche meravigliosamente bene, con una inclinazione universale.

 

Delle donne, per esempio, anche quando le faceva vivere e morire con una certa crudeltà, come Flaubert, o con una impassibilità olimpica, come Tolstoj. All’obiezione di voler spiegare le donne alle donne, rivendicando la capacità di parlare di tutto, un nostro intellettuale ha appena detto che di questo passo lui non potrebbe parlare nemmeno degli operai del Sulcis.

 

E’ stato frettoloso nel paragone, ha soprattutto trascurato che anche per parlare degli operai del Sulcis occorre lavorare sodo sopra di sé. Già quando tutte le contraddizioni, cioè la vita, venivano ricondotte “in ultima istanza” a quella fra operai e padroni, gli studenti di buona famiglia facevano un lungo e spesso mortificato tirocinio per guadagnarsi una delega a parlare con e per gli operai, e i più moralmente conseguenti prendevano la strada svelta di diventare loro stessi operai.

 

Quella mimesi, per metà entusiasmante, promessa di vita piena, e per metà autopunitiva e alienante, trovava una barriera insuperabile quando toccò alla contraddizione fra uomo e donna esigere il primato, e comunque non accettare alcuna riduzione della propria autonomia. Non si può, uomini, diventare donne come si diventa, più o meno, operai (qualcuno che ci provasse si trovò). Ci fu un periodo di messa a tacere, o di dieta volontaria, avvilente e istruttivo. Poi si capì, si credette di capire almeno – è sempre così – che la questione stava nel punto di vista. (Così la chiama per esempio Chiara Valerio in un suo brillante testo appena uscito per Einaudi intitolato La matematica è politica, ma ne parleremo un’altra volta).

 

Qualunque sia l’oggetto di cui parlo, e ne ho il diritto, benché abbia anche una specie di dovere personale di informarmene (è il garbuglio della democrazia), devo sempre ricordarmi chi sono io che sto parlando. Da che pulpito. Da che piedistallo.

 

Da che pianerottolo. Certo che posso parlare di donne, ed è probabile che non faccia altro, ma lo posso fare non perché sono donna, ma in quanto sono uomo. Anche quando parlo di donne sto parlando di uomini, e più esattamente di me. Non è per essere pessimista, ma l’invadenza di chi è stato così a lungo privilegiato da non accorgersi neanche più del proprio privilegio e darlo per una condizione naturale, si riduce solo in minima parte e di riflesso per effetto di una rivelazione, di una nuova consapevolezza, e molto di più perché sono i soggetti di altre condizioni, tenute fuori o ai margini, a prendere sempre più la parola in proprio nome.

 

Anzi, uno scrittore o un regista uomo e bianco quando si deciderà a leggere quello che scrive o mette in scena una donna italiana di origine africana non sarà spinto, speriamo, ad allargare i cordoni del proprio repertorio mettendoci dentro una donna italiana di origine africana, ma a ricavarne una miglior conoscenza di sé e del proprio passato e del proprio futuro.

 

Il trasformismo sessuale ha fatto molti passi dal tempo in cui la mia generazione fu provvisoriamente messa a tacere e si mise fiduciosamente a dieta grazie all’irruzione del femminismo, ma il trasformismo sessuale, sebbene sia nei casi più arditi un tentativo in questa direzione, non è universale e non lo sarà. Ci sono e ci saranno molte parzialità e unilateralità, conviventi e reciprocamente attraenti, o in guerra fa loro.

Parzialità assottigliate fino alla singolarità: il Tolstoj vecchio uomo, per esempio, già stato eterosessuale, troppo agiato, che ha rinnegato Guerra e pace ed è oppresso dal matrimonio e insidiato dai desideri e desideroso di fuggire. O io, per esempio, uomo, stato eterosessuale, vecchio, ma di scarso reddito, e non ho nemmeno scritto Anna Karenina.

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Commenti all'articolo

  • joepelikan

    24 Luglio 2020 - 11:09

    La "cultural appropriation", come l'"identity politics" è diabolica, sia in senso cattolico sia etimologico, in quanto "seminatore di discordia". Nega l'universalità dell'esperienza umana e, di conseguenza, la nostra comune umanità.

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