cerca

“Addio Lugano bella” e la peculiare versione sulla lunga durata della storia italiana

Storie di ribelli, anarchici e lombrosiani. Un libro di Massimo Bucciantini

25 Luglio 2020 alle 06:00

“Addio Lugano bella” e la peculiare versione sulla lunga durata della storia italiana

Pietro Gori

Quando, quelli come me, ci dichiarammo marxisti, di un marxismo rivendicato nelle sue correnti minoritarie eterodosse e sconfitte ma pur sempre considerato come il solido approdo “dall’utopia alla scienza”, non smettemmo di amare il libertarismo anarchico come una specie di adolescenza dell’aspirazione al socialismo. Fu anche buffo, quando finalmente incontrammo gli anarchici “storici”: uomini fatti con un lungo e spesso glorioso passato, guardati con un affetto da fratelli maggiori da sbarbatelli alle prime armi. Sensazione spaesata che si sarebbe riprodotta con Pino Pinelli. A Pisa, in via san Francesco, c’era (c’è ancora, ma è un’altra cosa) un’osteria, La Grotta, che la sera metteva insieme un po’ di noi, studenti normalisti, Vincenzo Bugliani, Paolo Cristofolini, Nonò Nicastro, Remo Bodei, Giancarlo Schizzerotto, e altri che sono vivi, e un po’ di vecchi anarchici – probabilmente non erano affatto vecchi, parlo di sessant’anni fa. Una volta Giovanni Miccoli volle accompagnarci un Delio Cantimori riluttante. Lì si imparava a cantare “Addio Lugano bella”, la gran canzone che Pietro Gori aveva composto in galera, a Lugano, nel 1895. Mi rimase impressa per la sua temeraria bizzarria un’altra canzone, in cui Pietro Gori era il soggetto, a proposito di un episodio avvenuto a Fabriano nel 1893, in una manifestazione in cui era oratore: un militante repubblicano gli aveva tirato addosso un bicchiere. Dopo aver proclamato che “l’anarchia è una grande idea / Vuole la pace e la fratellanza / Vuole che siano tutti fratelli / Vuole il riscatto de’ sti ribelli”, la canzone passava al fatto: “Ma a Fabriano l’han fatta grossa / Se la son presa con Pietro Gori / Gli hanno tirato tanti bicchieri / Gli hanno tirato i pomodori”. Viene qui il verso più memorabilmente comico: “Ma i pomodori fanno la spia / sono il puntello della borghesia”.

 

Verso, nonostante tutto, che riusciva a suonare pieno di indignazione commossa e fiera. Che cosa fa il contesto. Pietro Gori (1865-1911) fu il cavaliere errante dell’anarchismo italiano in quella fine Ottocento in cui era l’anarchia lo spettro capace di infiammare e impaurire l’Europa. Massimo Bucciantini ha appena pubblicato Addio Lugano bella. Storie di ribelli, anarchici e lombrosiani (Einaudi, 308 pp., 30 euro), che è il racconto del vero Pietro Gori e del suo mito romantico, dei suoi compagni e dei suoi nemici, come i già garibaldini Crispi e Nicotera e un poliziotto feroce e geniale, Ettore Sernicoli, autore di una “classificazione zoologica dei partiti sovversivi”; e poi Lombroso, Ferri e gli altri della scuola antropologica e criminologica italiana che credeva di combinare socialismo e smascheramento della follia morale e della delinquenza atavica e delle sue orecchie. Gran bella storia, che ricostruisce l’auge della ribellione anarchica, l’invenzione del Primo maggio, la ricerca di una adunata federale di refrattari al parlamentarismo e al gesto individuale, e la sua rapida consumazione, nella stretta fra gli attentati alla Ravachol e la repressione. Mi ha colpito, della storia che Bucciantini racconta, una peculiare minore versione della “lunga durata” della storia italiana. Qualche anno fa Federico Fubini si interrogò sul marchese Antinori che aveva incontrato in piazza Antinori, davanti a Palazzo Antinori: erano lì da secoli tutti e tre, più o meno. E la cosa valeva anche per le altre famiglie fiorentine più ricche; ed erano rimaste le stesse anche le famiglie più povere. Bene: un’espansione brusca e contagiosa della sinistra non parlamentare prima e a ridosso del ’68 investì il litorale toscano ripercorrendo tal quale, senza saperlo né badarci, quella dell’anarchismo dei primi anni 90 dell’Ottocento. Dal sud, Piombino, l’Elba, San Vincenzo, Rosignano (dove la famiglia Gori aveva casa, e molti di noi anche, operai alla Solvay), Cecina, Livorno, Pontedera, Cascina, su a Vecchiano, la Versilia, Massa, Carrara, Sarzana e la Lunigiana, La Spezia… Il centro di attrazione era naturalmente Pisa, nel 1880 appena 50 mila abitanti, la metà di Livorno, ma con le sue università – maschili – e una sua larga struttura industriale. Persino le strade a distanza di ottant’anni erano le stesse, e lo sono state ancora fino a ieri – poi il diluvio: via San Martino, via Palestro, piazza delle Vettovaglie… La stessa trafila di occupazioni dell’università, sospensioni, espulsioni, e presto di denunce, processi, arresti. Firenze era altra cosa, Siena era Siena. “Pisa, città di sovversivi”, la descrive Bucciantini nel primo capitolo, e come “Una città proletaria” l’aveva raccontata Athos Bigongiali per il primo Novecento. E a Pisa era morto, misconosciuto, Mazzini.

 

Nel 1889 la prefettura pisana segnalava 2.000 seguaci della “setta anarchica” in città e sobborghi, “la maggior parte rozzi ed audaci operai appartenenti all’infima classe sociale, terribili”, divisi in piccoli gruppi per lo più non affiliati all’Internazionale: “Ciascun gruppo ha un capo, un segretario, un cassiere… e non avendo locali per le adunanze si riuniscono in qualche fiaschetteria…”. Al nostro tempo, marx-spontaneisti come eravamo, prima di avere una sede ci riunivamo in quella ospitalissima della Federazione anarchica, avevamo il nostro anarchico giovane e rigoroso, Michele – il problema era persuaderlo a scappare quando la polizia caricava, gli sembrava poco dignitoso, “Voglio vedere se hanno il coraggio di farlo davvero…”. Poi sarebbe venuto l’altro anarchico, alcuni anni più giovane, Franco Serantini, ebbero il coraggio di farlo davvero. A Pisa si fa le ossa il ventenne Pietro Gori, dal 1885. Bello, “di ingegno svegliato e di carattere audace… Sarebbe pericoloso in una sommossa popolare”. Negli studi non brilla, diventa avvocato con una tesi sul rapporto fra la miseria e la delinquenza, si distingue per un talento teatrale, musicale, coreografico e per la parola trascinante. Collabora al giornale L’Elettrico. “C’è qualcosa nell’aria, uno strano addensamento di elettricità”, avvertiva il “Sempre avanti!” livornese nel 1888. Erano i tempi, a ridosso della guerra delle lampadine e delle correnti elettriche fra Edison e Tesla, e si aspettava la scintilla, l’Iskra. Per Gori “scoccò la mattina del 1° maggio 1890”. A quella causa, la festa del lavoro e la giornata di otto ore, avrebbe dedicato il meglio delle sue energie. Quella volta prese un anno di galera, ci restò sei mesi. Scrisse versi, compresi quelli a sua madre: “Dicon ch’io sia cattivo, e faccio odiare! / di’, non è falso questo? / Baciami, o mamma, e non ti vergognare: io sono sempre onesto”. Non mancava proprio niente, annota Bucciantini, al “canone sentimentale-ribellistico-popolare”.

 

Il libro, che completa una trilogia dedicata alla statua di Giordano Bruno e al processo a Galileo (del quale Bucciantini è specialista) ricostruisce, attorno al primattore Gori, l’appassionata storia di un periodo cruciale che vide l’imposizione di leggi speciali, l’infuriare di attentati regicidi, il prestigio madornale e tortuoso di Lombroso – Bucciantini insiste sull’entusiasmo di Lombroso scopritore dell’associazione fra epilessia paterna ed epilessia politica. Se oltre che Tolstoj, il quale lo trovò un vecchietto bizzarro e limitato e lo tirò fuori dallo stagno delle ninfee in cui stava annegando, Lombroso avesse incontrato Dostoevskij, avrei voluto esserci.

 

Esuli in Svizzera, Pietro Gori e dodici suoi compagni ne furono espulsi nel febbraio del 1895. Di nuovo scrisse i suoi versi da un carcere di passaggio, ma questa volta gli vennero fuori di una bellissima retorica, come la circostanza voleva. Lugano bella, Helvezia, Guglielmo Tell, le bianche di ghiacci montagne ticinesi, e i cavalieri erranti trascinati a nord. Magnifico. Ce n’è una versione ormai classica cantata nel 1964 da Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Silverio Pisu e Otello Profazio, una strofa per uno, uno solo è vivo. Paolo Finzi raccontò che una sera, alla fine di un incontro con lui e altri compagni anarchici, la cantò per loro Fabrizio De André; non l’ho trovata registrata, e ora nessuno dei due è vivo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi