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Ricordare Piero Scaramucci, giornalista libero, in barba a chi voleva censurarlo

“O lui o io!”, disse qualcuno. E con quanta ragione

12 Settembre 2019 alle 16:49

Ricordare Piero Scaramucci, giornalista libero, in barba a chi voleva censurarlo

Piero Scaramucci (LaPresse foto)

Vorrei aggiungere il mio ai tanti ricordi di Piero Scaramucci, di cui ha scritto qui ieri il suo allievo, collaboratore e amico Ivan Berni. Perché gli voglio, gli vogliamo, molto bene, e perché è stato un esempio di capacità, onestà e indipendenza per noi anche in tempi in cui aspiravamo a fonderci, ad affidare la nostra realizzazione personale all’impegno comune. Era un militante di Lotta continua, e non ha mai smesso di rivendicarlo, ed era un giornalista democratico, prima, durante e dopo quella stagione. Un giornalista prestigioso e libero – una volta gli arrivò la proposta di un incarico di gran rilievo nazionale alla Rai, e preferì dire no. Poteva succedere che quel connotato, “giornalista”, gli venisse affettuosamente rinfacciato, da suoi compagni per i quali il giornalismo era soprattutto agitazione politica. Mercoledì, dopo che Catia Giarlanzani mi ha scritto per dirmi che Piero era morto, ho cercato notizie più recenti su lui: l’avevo visto, grazie a un bel festival di Radio Popolare, un’estate fa, in una sera mista di figli e nipoti, e di ironia affettuosa e amicizia.

 

Ho trovato – la cosa che mi ha colpito di più, e mi ha colpito di non averne saputo – che lo scorso 25 aprile Piero, invitato dal Comune di Pavia a ricordare la Liberazione, ne era stato all’ultimo momento escluso, censurato, da un presidente di provincia che aveva proclamato: “O lui o io!”. In un certo senso, nel senso raddrizzato, aveva ragione. Piero disse il suo discorso, all’ora in cui l’avrebbe tenuto in piazza, alla Radio Popolare, la sua creatura più cara, e là lo si può riascoltare. Un discorso bellissimo, di un’affabile solennità. E’ temerario oggi essere solenni, anche solo impiegare la parola solenne, senza graffiarsi di ridicolo o di retorica. Piero, che aveva un impegno lungo nell’Anpi e nelle sue opposte generazioni, confidava nella Costituzione. Il fiore del giornalismo italiano, donne e uomini, si misurò con lo stato della strage, dell’eversione fascista e dei servizi segreti, gli attori che si erano dati appuntamento nelle stanze della questura milanese fra il 12 e il 16 dicembre di cinquant’anni fa. Percorrendo quella strada, irta di pericoli e di ossessioni, quei giornalisti, e Piero ne fu un campione, fecero la materiale scoperta del conflitto fra l’eversione e la legalità, e dell’antifascismo come fedeltà alla Costituzione.

 

Per gli altri militanti confidenti nella rivoluzione, la legalità e la stessa Costituzione erano valori dimezzati e invalidi, per lo schermo che offrivano alla cospirazione eversiva e per l’uguaglianza che pretendevano di offrire ai diseguali. Ci fu una divaricazione, benché non un’opposizione, nel comune antifascismo militante e nella fiducia nella giustizia. Tradita comunque, ma finalmente capace di far fronte, nella piazza del Duomo del 16 dicembre e, molto più tardi e tortuosamente e parzialmente, in qualche tribunale. Quella tenace resistenza è raccontata da Piero Scaramucci nella testimonianza in video lasciata appena l’aprile scorso ai curatori di un progetto intitolato “Giuseppe Pinelli: una storia soltanto nostra, una storia di tutti”. Piero vi rievoca la sua più bella fatica, l’intervista a Licia Pinelli, “Una storia quasi soltanto mia”, del 1982, raccolta quando Licia aveva taciuto per dieci anni. E ora aveva deciso lei di raccontare Pino Pinelli e se stessa, tuttavia stentando a vincere l’offesa, il riserbo e la pena. Mai, ricorda Piero, avevo fatto un’intervista durata due anni. Hanno messo ora in rete la testimonianza di Piero, guardatela.

 

 

 

Qualcuno dei vecchi riconoscerà il bravissimo inviato della Rai di tanti anni fa, nei luoghi dei disastri civili passati per naturali, delle mene eversive, delle guerre lontane, delle domestiche guerre di mafia: il giornalista rigoroso e senza demagogia, che somigliava a Yves Montand. I ragazzi, per i quali soprattutto queste testimonianze sono raccolte, sentiranno a quale rovina si andò vicino, a quale costo se ne uscì, come facilmente ci si può tornare. Potranno chiedersi come sia successo che all’uomo che raccontava queste cose, che aveva animato il giornalismo libero, che aveva fondato Radio Popolare e le aveva insegnato ad andare sulle proprie gambe, che aveva ricevuto dalla sua città l’Ambrogino d’oro, sia stato revocato il 25 aprile del 2019 l’invito a parlare della Liberazione, da un’autorità che aveva detto, con quanta ragione!, “O lui o io”.

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