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Il destino dell’Iraq sempre più diviso è quello di diventare una grande Libia

Il gioco pericoloso di fazioni, militari e clan tribali 

11 Settembre 2018 alle 06:00

Il destino dell’Iraq sempre più diviso è quello di diventare una grande Libia

Foto LaPresse

L’Iraq, dice il mio amico Lok, è avviato a diventare una Libia – con una popolazione cinque volte più numerosa. Il gioco delle fazioni “politiche”, e delle loro sottofazioni tribali e militari, è grottesco. La più illustre autorità sciita (gli sciiti sono in Iraq la netta maggioranza), l’ottantottenne Ali al Sistani, è arrivato domenica, attraverso il suo portavoce, al Karbalai, a porre un veto alla partecipazione al governo di cinque candidati, che sono i massimi notabili del regime: Haider al Abadi, primo ministro uscente, Nouri al Maliki, già primo ministro, Hadi al Ameri, il capo dell’organizzazione Badr e delle forze “Hashd al Shaabi”, già definite “paramilitari”, infeudate all’Iran, Falih al Fayyadh, altro capo delle forze cosiddette di mobilitazione popolare e di uno dei partiti che ne sono derivati, e Tareq Najam, già collaboratore di Maliki e poi di Abadi, noto per la vicinanza al Sistani che ora lo mette in lista. L’uomo forte di Baghdad, uscito ancora più forte dalle elezioni, Moqtada al Sadr, oscilla in una stessa giornata fra una ipotetica alleanza e un’alleanza opposta – cose che in Italia conosciamo bene, direte. Baghdad è sede di scontri e sparatorie che da Sadr City hanno preso di mira la Zona Verde.

 

Ma una vera rivolta popolare è in corso a Bassora, oggi la seconda città, la capitale meridionale del petrolio, dove si contano decine di morti. I manifestanti hanno dato alle fiamme successivamente le sedi di tutti i partiti e le istituzioni governative, le milizie filoiraniane, il Palazzo del Governatore e la sede della tv governativa al Iraqiya. Giovedì è stata la volta della sede delle milizie Asa’ib Al Haq (la Lega dei Giusti!), una delle fazioni più oltranziste delle bande armate sciite infeudate all’iraniana al Quds. Si sono sollevati striscioni che inalberano il viso di Mia Khalifa, famosa pornostar libanese, contrapposta alla disonestà dei potenti e dei ricchi: il più drastico dei capovolgimenti delle immagini e delle culture. L’episodio più clamoroso dell’insurrezione di Bassora è comunque l’incendio del consolato iraniano, che ne fa una partita importante della guerra interposta fra Iran e Stati Uniti. A Bassora, il cui clima è torrido, l’elettricità era mancata per mesi.

 

Il movente più urgente è diventato ora la condizione dell’acqua potabile, che arriva raramente, salata e sporca. Migliaia di persone si sono gravemente ammalate, superando largamente la capacità di cure degli ospedali. L’acqua imbevibile ha fatto culminare una trama di corruzioni e ruberie impudenti. I rapporti con l’Iran, nonostante la comune fede sciita, sono esacerbati dalle difficoltà opposte dalle autorità di Teheran agli scambi con i confinanti iraniani dell’altro lato dello Shatt al Arab, di Khorramshar e Abadan e il resto della regione araba della Persia. (La valuta irachena è oggi sopravvalutata rispetto all’iraniana in caduta). In caduta libera è anche l’economia turca – e del resto l’intera vita pubblica: il pane costava ieri il 170 per cento in più. E’ quasi simbolico – se non si contassero anche qui i morti a decine – che nello stesso giorno l’aviazione turca abbia bombardato numerosi obiettivi oltre il confine del Kurdistan iracheno, nel Qandil, a Amedi e in tutta la zona dove stanno le forze del Pkk, e l’Iran abbia colpito coi missili la periferia della città curda di Koya, dove stanno i partiti degli esuli curdo-iraniani. I curdi hanno sempre il privilegio di lasciar sfogare i loro nemici.

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