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Perché in Libia è caos petrolifero

La produzione va, ma ci sono interferenze estere e lotte per bande

4 Settembre 2018 alle 19:02

Perché in Libia è caos petrolifero

La raffineria di Ras Lanuf (foto LaPresse)

Roma. C’è un fatto che spiega più di tutto a che punto sia arrivato il caos in Libia in quello che è da sempre il principale forziere geopolitico del paese: il petrolio. Nonostante le turbolenze militari e politiche, la produzione dei paesi dell’Opec – il principale cartello dei paesi produttori di greggio – ad agosto è aumentata ai massimi livelli da inizio anno e il maggior paese contributore di questa crescita è stato proprio il paese nordafricano. Come riferisce S&P Global Platts, la Libia ha surclassato l’Iraq e l’Arabia Saudita, producendo nel mese estivo circa 970 mila barili di greggio al giorno, rispetto ai 660 mila del luglio scorso. Un elemento paradossale, da un lato lo scontro civile e militare, dall’altro testimonia come un possibile cemento sulla quale costruire una bozza di pacificazione possa essere proprio l’olio nero.

  

La mezzaluna petrolifera, dopo gli attacchi dello scorso giugno e luglio (che avevano causato la chiusura temporanea i quattro terminal petroliferi più orientali Ras Lanuf, Es Sider, Hariga e Zuetina) è tornata nuovamente a essere sotto la minaccia del comandante Ibrahim Jadhran – l’ex capo delle guardie petrolifere – ora a capo di alcune milizie ora alleato con l’ex capo delle forze del generale Haftar nel distretto libico occidentale di Wershiffana, Omar Tantoush. Un’intesa mirata a destabilizzare i terminal petroliferi della Cirenaica in vista dell’autunno.

 

Per adesso la situazione sul terreno tuttavia sembra non essere critica come ha reso noto la compagnia petrolifera Arabian Gulf Oil Company (Agoco), attiva nella Libia orientale, la sua produzione ha raggiunto 190 mila barili di greggio al giorno. Le esportazioni attraverso il porto di Marsa al Hariga presso Tobruk, sede del Parlamento libico, “stanno andando avanti come al solito”, ha poi riferito l’Agoco. Al momento le turbolenze libiche, che solitamente hanno un impatto molto forte sul nostro paese, non hanno avuto effetti particolarmente negativi sul mercato italiano. Stando agli ultimi dati disponibili dell’Unione petrolifera, nei mesi di giugno e luglio è crollata l’importazione di greggio dalla Libia: l’import è stato pari a 292 mila tonnellate, meno della metà delle 709 mila tonnellate del mese precedente. A luglio la discesa è proseguita, con 181 mila tonnellate. Guardando all’incidenza sul totale dell’import, la Libia è passata dal 16,7 per cento registrato ad aprile al 3,2 di luglio. Sono certo molto lontani sono i picchi dell’epoca di Gheddafi: nel 2008 l’incidenza sul totale arrivò a sfiorare il 30 per cento, pari a oltre 24 milioni di tonnellate di greggio all’anno. In parte ciò è dovuto alla diversificazione degli approvvigionamenti. E colpisce in particolare l’aumento delle importazioni di greggio dagli Stati Uniti: una cifra record a luglio di circa 4,93 milioni di barili, contro i circa 3,3 milioni di maggio. In Libia aumentano le interferenze straniere e le lotte tra diversi conglomerati economici e militari.

   

Qatar in fabula, le denunce libiche

Le interferenze estere vengono denunciate dai rappresentanti libici. Un rappresentante del generale Haftar, Ahmed Al Mismari, a una conferenza sulla sicurezza nazionale al Cairo, ha apertamente accusato il Qatar di avere finanziato il capo delle milizie delle guardie petrolifere Ibrahim al Jadhran per finanziare gli attacchi alle installazioni petrolifere. Secondo Mismari, “prosegue il sostegno internazionale ai gruppi terroristi, principalmente da parte di Qatar, Turchia e Sudan, che rappresenta un paese di transito per i terroristi che dalla Turchia giungono in Sudan per poi arrivare al confine libico, dove gruppi di terroristi locali li smistano”. Al Mismari ha fatto riferimento a una donna, soprannominata Al Malika, che guida una banda criminale responsabile del contrabbando di terroristi e migranti verso l’Egitto e la Libia lungo il confine dei due paesi con il Sudan. Come sostengono le principali organizzazioni internazionali, la forte dipendenza dell’economia locale dai ricavi petroliferi è il principale motore della rivalità tra le varie fazioni in campo. Per questo motivo, c’è chi, come l’International Crisis Group, è tornato a proporre l’unificazione delle due Banche centrali (quella di Tripoli e quella di Bengasi) in un’unica entità finanziaria che possa controllare i flussi finanziari legati al petrolio. Il rischio è che con le elezioni a dicembre sarà difficile trovare un accordo su un tema così delicato.

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