Il “re nero” è ancora sul trono

Redazione

La produzione di petrolio a livelli record dimostra che conta il ciclo, non il sussidio (green)

Il petrolio ha segnato un altro dei suoi record storici, alla faccia dei tanti detrattori che ne preconizzano la morte: sfondando quota 100 milioni di barili prodotti al giorno è arrivato a toccare il picco massimo di produzione del suo ciclo di vita. Il protagonismo energetico trumpista da un lato e le mosse dell’Opec – il principale cartello dei paesi produttori di greggio – dall’altro, stanno dando linfa all’oro nero. Il presidente americano con la sua nuova dottrina della dominanza energetica è diventato il principale protagonista geopolitico sul mercato del greggio e i suoi continui attacchi contro i nemici delle “trivelle” americane non hanno fatto altro che aumentare il peso strategico di questa risorsa nello scacchiere internazionale.

 

Festeggiano le compagnie visto che continuano a salire le quotazioni del Brent che ha superato la quota degli 80 dollari al barile, il livello più alto da novembre 2014. Come confermano vari report, la produzione mondiale avrà un boom nei prossimi anni a scapito delle fonti oggi maggiormente sussidiate – e apprezzate dalla politica nuovista – come quelle rinnovabili. L’aviazione civile prevede che aumenterà i suoi consumi di una media del 2,2 per cento all’anno. Il numero di veicoli su strada passerà dall’attuale 1,1 miliardo a 2,4 miliardi nel 2040. Ma il numero di quelli elettrici fra 22 anni sarà di appena 320 milioni. E anche se dovesse raggiungere i 720 milioni (come si prevede in caso di progressi tecnologici più rapidi), la produzione di petrolio al 2040 avrebbe scarse conseguenze: da 112 milioni di barili/giorno scenderebbe a 109 milioni. L’Agenzia internazionale per l’energia calcola che le rinnovabili, pur in crescita, fra 22 anni soddisferanno solo il 20 per cento della domanda energetica. Troppo poco per ricevere così tanto dagli stati.

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